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Nella disgrazia ha avuto fortuna, il piccolo Giorgio: lasciato in un sacco, nei pressi del cimitero di Rosolina (in provincia di Rovigo) poco dopo la nascita, è stato poi trovato, accudito e salvato.

Ora è stato adottato da tutto il paese, che in questi giorni lo omaggia con fiocchi azzurri affissi alle porte di tutti i negozi, ma il suo futuro è una famiglia: tante sono infatti le richieste di adozione che fin da subito sono arrivate ai servizi competenti e che continuano ad arrivare. Non c’è dubbio, quindi, che Giorgio avrà presto una casa.

Potrebbero però essere addirittura 3 mila ogni anno, nel nostro Paese, i neonati che, come lui, vengono partoriti di nascosto, in luoghi non sicuri, e poi lasciati ai margini della strada, o perfino tra i rifiuti.

E’ la stima di AiBi, l’associazione che dal 1986 combatte l’abbandono dei bambini in tutto il mondo, promuovendo il diritto di ogni bambino a una famiglia.Una stima fondata sugli ultimi dati (2012) della Società itaiana di Neonatologia.

Con il caso del piccolo Giorgio, si è tornato a parlare di neonati “abbandonati”: un problema tutt’altro che trascurabile nel nostro Paese, nonostante la possibilità e la tutela che la nostra legislazione offre alle mamme che non possano o non intendano riconoscere e accudire il proprio figlio. Ce lo spiega Marco Griffini, presidente di Aibi.

Quanti sono oggi, in Italia, i neonati non riconosciuti?
Ogni Tribunale per i Minorenni ha il dato delle adozioni di minori non riconosciuti alla nascita realizzate nel corso dell’anno. Il dato nazionale si aggira intorno ai 1.000 neonati all’anno.

Il dato si riferisce ai bambini nati in ospedale. Molto diverso il caso dei neonati partoriti al di fuori degli ospedali e poi abbandonati. Quanti potrebbero essere?
Non si conoscono i numeri dei bambini lasciati ai margini di una strada o nei cassonetti: spesso non vengono trovati e di loro si perdono drammaticamente le tracce. Non possono quindi esistere dati ufficiali, ma le stime arrivano fino a 3 mila neonati abbandonati in Italia ogni anno. Sono stime basate sui dati diffusi nel 2012 dalla Società italiana di Neonatologia, secondo cui in Italia sono circa 3mila all’anno i neonati abbandonati e ritrovati (soprattutto vivi, ma anche morti): il 73% è figlio di italiane, il 27% di immigrate, prevalentemente tra i 20 e 40 anni; le minorenni risultano solo il 6%; di questi abbandoni circa 400 l’anno, ancora troppo pochi, avvengono in ospedale. Occorrerebbero studi approfonditi, impossibili per una semplice ragione: all’appello, inevitabilmente, mancano tutti quelli di cui non veniamo a conoscenza. Possiamo dire che, per un “Giorgio” salvato, ce ne siano quasi dieci che spariscono in discarica, chiusi dentro buste di plastica, senza che nessuno li veda o se ne accorga.

Quali sono, oggi, le norme e le tutele su cui può contare una neo mamma che non intenda riconoscere il proprio bambino?
La legge (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’ospedale in cui è nato, affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”.

Per dare realmente corso alla legge sul parto in anonimato, però, servirebbe una rete di sostegno che non c’è. Invece di crearla c’è chi, oggi, mette in discussione l’anonimato delle madri, facendo prevalere il diritto del nascituro di ricerca delle proprie origini, con l’effetto di far aumentare gli abbandoni nei cassonetti, come è successo con Giorgio.

Non bisogna dimenticare che, dietro i casi di abbandono si cela una complessa vicenda umana, per cui bisogna avere la massima cautela quando si mette in discussione la “segretezza” del parto in anonimato.

Le madri segrete sono donne, spesso giovanissime, che hanno alle spalle vicende familiari e vissuti personali faticosi. Sebbene non siano nelle condizioni di poter accudire il proprio figlio, hanno comunque scelto il parto in anonimato donandogli la vita due volte: quando hanno deciso di portare avanti la gravidanza e quando, la seconda volta, hanno si sono recate in ospedale per partorirlo, permettendo così al bambino di nascere in sicurezza e vivere amato da una famiglia adottiva.

Al neonato non riconosciuto la legge assicura infatti specifici interventi, secondo precisi obblighi normativi, per garantirgli la dovuta protezione, nell’attuazione dei suoi diritti fondamentali. La dichiarazione di nascita, resa entro i termini massimi di 10 giorni dal parto, attribuisce l’identità anagrafica, l’acquisizione del nome e la cittadinanza. Se la madre vuole restare nell’anonimato, la dichiarazione di nascita è fatta dal medico o dall’ostetrica.

Cosa sono le culle per la vita?
Si tratta di un’altra importante forma di tutela del nascituro, diffusa però ancora a macchia di leopardo. In Italia sono 56, in questo momento, presenti in non tutte le regioni. Nel 2015, nel sud est milanese, abbiamo attivato la culla della vita di Ai.Bi., che porta il nome significativo di “Chioccia”.

Un servizio fondamentale che va incontro alla mamma in difficoltà in uno dei momenti più delicati della sua vita: quando deve dare al suo bambino la speranza, nell’abbandono, della vita.

Scegliere la culla della vita vuol dire salvare il bambino dal cassonetto dei rifiuti. Nella struttura dove è ospitata la culla sono presenti costantemente operatori specializzati nella presa in carico del neonato, nel rispetto dell’anonimato della mamma o di chi lascerà il bambino nella culletta.

La culla funziona premendo un pulsante che apre la nicchia dove depositare il neonato e allontanarsi senza essere inquadrati dalle telecamere. Queste, infatti, rilevano solo la presenza del neonato all’interno del vano e, attraverso un sensore, segnalano la presenza del bambino al personale sanitario.

Oltre a garantire l’anonimato di chi vi lascia i neonati, la culla per la vita è dotata di una serie di dispositivi – riscaldamento, chiusura in sicurezza della botola, presidio di controllo 24 ore su 24 e rete con il servizio di soccorso medico – che permettono il pronto intervento per la salvaguardia del bambino.

In Italia, sulla base di un elenco stilato dal Movimento per la Vita italiano, sono circa 50 le culle già inaugurate e quasi tutte operative: ma potrebbero esserci altre culle non rese pubbliche.

Come avviene l’adozione del bambino non riconosciuto?
L’immediata segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni della situazione di abbandono del neonato non riconosciuto, permette l’apertura di un procedimento di adottabilità e la sollecita individuazione di un’idonea coppia adottante.

Il neonato vede così garantito il diritto a crescere ed essere educato in famiglia e assume lo status di figlio legittimo dei genitori che lo hanno adottato. Nella segnalazione e in ogni successiva comunicazione all’autorità giudiziaria devono essere omessi elementi identificativi della madre.

Nel caso particolare in cui la madre abbia particolari e gravi motivi che le impediscono di formalizzare il riconoscimento, può chiedere un periodo di tempo per provvedere al riconoscimento stesso, presso il Tribunale per i minorenni presso il quale è aperta la procedura per la dichiarazione di adottabilità del neonato.

In questi casi, la sospensione della procedura di adottabilità può essere concessa per un periodo massimo di due mesi, nei quali la madre deve mantenere con continuità il rapporto con il bambino.

Altro caso particolare è quello della madre che, non avendo compiuto ancora 16 anni (età minisma richiesta per il riconoscimento di un figlio) , voglia comunque occuparsi del figlio: in tale circostanza, la procedura di adottabilità è sospesa anche d’ufficio sino al compimento del 16° anno, purché il minore, adeguatamente accudito, abbia un rapporto continuativo con la madre.

Cosa si potrebbe fare per contrastare più efficacemente il fenomeno degli abbandoni dei neonati in luoghi non sicuri?
Bisogna prevenire e aiutare, da un lato, informando sul parto in anonimato stesso, dall’altra diffondendo la presenza delle culle per la vita, una per ogni quartiere, dove le madri che non conoscono o non ricorrono al parto in anonimato in ospedale, possano comunque lasciare i loro piccoli al sicuro.

Una maggiore conoscenza di questa opportunità, con il coinvolgimento di insegnanti, pediatri e medici di famiglia, contribuirebbe a diminuire i parti non assistiti, garantendo l’incolumità delle donne e dei bambini ed evitando gli abbandoni di neonati in luoghi non sicuri e permetterebbe di intercettare per tempo le situazioni di maggiore fragilità.

Voi sostenete anche l’ipotesi dell’adozione in pancia: di cosa si tratta?
Sì, è questa un’altra strada da percorrere, già diffusa negli Stati Uniti, che permetterebbe lo sviluppo delle due vite e una possibile conciliazione tra l’elevato numero di concepiti indesiderati e il desiderio reale di coppie disponibili all’adozione.

In Italia, il tema della “adozione del concepito” non è nuovo ed è al centro di un disegno di legge sottoscritta da una cinquantina di parlamentari, presentato in Parlamento ai primi di ottobre del 2018 e assegnato in commissione lo scorso 15 marzo.

Sosteremmo il cammino di questo nuovo disegno di legge e faremo avere i nostri suggerimenti per migliorare il testo, prevedendo anche l’intervento delle forze sociali che da anni offrono sostegno, accoglienza e informazione alle gestanti in situazioni di fragilità.

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