“Noblesse oblige”: ovvero, lo obbliga la nobiltà, il fare una tal cosa. Anche a Brescia, alla fine Ottocento, a palazzo Broletto, già sede della Prefettura.

Come documenta, a traccia significativa di alcuni particolari persi in quei giorni lontani, il quotidiano “La Provincia di Brescia”, era notizia diffusa il 06 settembre 1892 che: “Il Regio Prefetto della Provincia ci comunica: – E’ visibile nell’Ufficio di Gabinetto di questa Prefettura, nei giorni e nelle ore d’ufficio, l’elenco provvisorio delle famiglie nobili e titolate, preparato dalla Commissione Generale di Lombardia, a termini del regolamento approvato con Regio Decreto 15 giugno 1889, per la inscrizione d’Ufficio nei registri della Consulta Araldica. Il dr. Lorenzo Ercoliani, segretario di Prefettura, è incaricato di custodire l’elenco stesso e di ricevere le istanze di cui all’art. 6 del Regolamento, approvato con Regio Decreto 15 giugno 1889, nonché le osservazioni ed i reclami che saranno presentati”.

Fra le varie funzioni istituzionali, la Prefettura era investita anche da questo delicato ruolo amministrativo, spinto fino alle radici del proprio territorio di pertinenza, nella diretta prossimità, cioè, con l’antico retaggio delle storiche famiglie che ne rappresentavano le prerogative locali, nello specifico di una suffragata presenza.

In pratica, anche a fronte della necessità della cura di un ordinamento complessivo che andasse a vagliare, entro l’allora recente orbita del costituito Regno d’Italia, le famiglie aristocratiche degli Stati pre-unitari, si doveva procedere ad una sorta di formale censimento dei nobili, iscrivendoli in liste appropriate alle zone esaminate dalle quali poi parteciparne l’esito ufficiale, con le dovute segnalazioni di eventuali infeudature, investiture, concessioni e riconoscimenti del caso, per una ufficiale e comprovata stima nazionale.

Prefetto di Brescia di quel periodo era l’avvocato Angelo Annaratone (1844 – 1922) di cui la via omonima, attualmente esistente a Roma. Combattente, come volontario, a Monte Suello, nei pressi di Bagolino, durante la Terza Guerra di Indipendenza (1866) insieme a Garibaldi, senatore dal 1905, membro del Grande Oriente d’Italia, la prima nomina a prefetto si era circostanziata proprio a Brescia nel 1892, proseguendo un paio d’anni dopo ad Agrigento, profilando gli esordi di quella carriera che lo vedrà, in seguito, prefetto di Novara, nel 1895, di Parma, nel 1896, di Bari, nel 1898, di Livorno, nel 1900, di Firenze, nel 1904, e di Roma, nel 1908, reggendo le sorti della prefettura della importante metropoli capitolina, fino al 1914.

Anni nei quali, fra l’altro, le onorificenze dispensate dallo Stato erano declinate nelle prestigiose accezioni che le distinguevano nominalmente da quelle odierne, anche per il tramite delle versioni titolate mediante le quali, all’epoca, se ne divulgava la notizia che vi risultava corrispondente, come, ad esempio, nel caso, alla data del 17 gennaio 1894, di “Una bicchierata di congratulazione”, secondo il giornale “La Sentinella Bresciana”: “Ieri sera, nelle sale del Circolo Impiegati e Professionisti si raccoglieva una distinta schiera di impiegati per offrire le insegne di Cavaliere della Corona d’Italia al nobile signor Giuseppe Visconti, Ispettore delle Guardie di Finanza, insignito di tale onorificenza con decreto reale del 4 gennaio corrente. La riunione non poteva essere più simpatica e riuscita, sia per la presenza degli alti funzionari che intervennero, fra i quali, l’Intendente della nostra Provincia, sia per la cordiale espansione che regnò sovrana sino alla fine”.

Periodo, durante il quale, anche l’organo locale di informazione “La Provincia di Brescia” aveva contribuito a segnalare altri riconoscimenti del genere, testimoniando, indirettamente, alcune personalità di maggior rilievo proprie del territorio, nel merito di una esplicita codifica, pari ad un altro titolo e confacente alla stima che si era concretizzata in una nomina dispensata, secondo una motivata ragione eloquente, come, ad esempio, nel ricondursi al 13 gennaio 1894, si particolareggiavano, nella cronaca bresciana, più figure, assurte a protagoniste della carta stampata, per questa loro edificante testimonianza, associata ad un qualificato riscontro, espresso alle valutazioni di una sancita approvazione conseguente: “Onorificenze. Con recente decreto, il cav. Enrico della Vecchia, consigliere della nostra Corte d’Appello, venne nominato Ufficiale nell’ordine della Corona d’Italia. Le nostre congratulazioni al valente magistrato, al perfetto gentiluomo per la meritata onorificenza. Con decreto del 4 corrente, il Re ha conferito l’onorificenza di Ufficiale della Corona d’Italia all’ottimo intendente di Finanza di questa Provincia il cav. Giovanni Berta. La nuova distinzione è una prova maggiore dei meriti di tale funzionario che accoppia alla cultura di una mente educata a forti studi, la squisitezza di un animo buono e leale, tanto che egli, fin dai primi tempi in cui giunse fra noi, seppe acquistarsi la benevolenza della cittadinanza, e l’affetto e la stima di tutti i suoi dipendenti, dei quali, più che capo, è padre ammirevole”.

Fra i funzionari del tempo, la coeva documentazione possibile, in tutto specchiata nel dare un nome ai rappresentanti degli allora uffici territoriali del Governo, si rivelava pur essere la medesima fonte della cronaca del momento, anche nel caso in cui, ad esempio, nel periplo di un vissuto, ormai giunto a compimento, una partecipata manifestazione cittadina assumeva gli aspetti rivelatori di un ritratto evocativo, aperto sulla scena di un innegabile e caratteristico assortimento, riscontrabile tra le pagine de “La Provincia di Brescia” del 18 marzo 1893: “Funerale di un veterano. Come annunziammo, ebbe luogo, ieri, alle tre pomeridiane, il trasporto della salma del cav. Giovanni Fontana, veterano e archivista della Prefettura. La bara era coperta di magnifiche corone di fiori date dagli impiegati della Prefettura e da vari amici dell’estinto ed un corteo numerosissimo di signori ed anche di alcune signore seguiva il carro. Si notavano il signor Prefetto e molti impiegati della Prefettura, una rappresentanza della Massoneria, parecchi veterani e soci della società Esercito e diversi membri della Chiesa Evangelica. Al Camposanto, essendo troppo esigua la sala del forno crematorio per contenere tanta gente, la funzione funebre venne fatta nel cimitero evangelico. Il Pastore sig. Gay Teofilo, lesse la Bibbia, quindi pronunziò un discorso in commemorazione del defunto e terminò colla preghiera. Il funerale riuscì solenne nella sua semplicità e fu eseguito a norma della espressa volontà del defunto, il quale aveva con esplicita dichiarazione fatto adesione alla Chiesa Valdese. La cremazione della salma ha luogo stamane alle 9 e l’urna verrà collocata nel cinerario accanto a quella del consigliere Larker, amico intimo del Fontana”.

Altro riflesso umanizzante sembra poter ulteriormente emanare dalla citazione giornalistica rivolta su un altro esponente della pubblica amministrazione, ascritta ad una medesima menzione di attinenza con la realtà del tempo citata in precedenza, ricorrendo alla convergenza sul fatto da parte de “La Sentinella Bresciana” dell’11 luglio 1892, fra altri particolari, legati ai quei giorni estivi dove si era maturata quella circostanza: “Impiegato della Prefettura derubato. Il caldo soffocante e implacabile di ieri trasse al bagno comunale numerosissimi cittadini, desiderosi di tuffarsi e di trovare un refrigerio in quelle placide e fresche acque. Fra costoro vi era anche un impiegato presso la Prefettura, venuto a Brescia da due o tre mesi soltanto, il quale deposti gli abiti suoi nel camerino portante il numero 60 si gettava nel bagno. Dopo di essersi, per circa un’oretta, deliziosamente cullato in quelle acque, si reca al camerino e si veste. Ma, al momento di lasciare quel luogo, si accorge che la sua catena d’oro e l’orologio d’argento erano scomparsi: dà allora un’occhiata al portafoglio e, pur constatando ch’era stato aperto, non può al momento precisare che gli manchi del denaro. Il derubato fece denuncia a un vigile del furto patito, e si allontanò per niente soddisfatto di un bagno pagato a così caro prezzo”.

Tale ambiente, teatro della spiacevole faccenda, è spiegato attingendo dall’Enciclopedia Brescia, il dove fosse questa massa d’acqua accennata, rilevando che, a Brescia, tali bagni pubblici, quale Stabilimento Municipale di piscine alimentate dalla roggia Celato, come un tempo intese ed anche qui restituite alla memoria, “Furono costruiti nel 1880 e inaugurati a Porta Montana (Porta Trento) il 19 luglio 1882, realizzati, su iniziativa della Società Bresciana d’Igiene, dall’Amministrazione comunale. Consistevano in due grandi piscine alimentate dalle acque di Mompiano. Aperti nel periodo estivo erano frequentatissimi. Più tardi furono aperte altre due “stazioni” di bagni: una in via Moretto, per iniziativa degli Spedali Civili, e l’altra in via Larga, per iniziativa privata. Nel 1883 altri ne furono aperti in contrada Larga.”.