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Brescia – E’ nella tradizione dell’esperienza culturale dell’ Associazione Filosofi lungo l’Oglio che la trattazione della materia connotativa del concetto di nobiltà, secondo il pensiero dello studioso Marco Vannini, si trova divulgata nell’apposita veste editoriale che le è dedicata nel libro, dal formato tascabile, pubblicato in circa sessanta pagine dalla “Compagnia della Stampa”, con il titolo, di fatto, speculare al medesimo argomento di cui, nel corso del “Festival Filosofi lungo l’Oglio” del 2012 se ne sono affrontati alcuni aspetti, nell’ambito di uno specifico appuntamento, aperto ad un pubblico discernimento.

“Nobiltà”, nel ruolo qualificativo sostantivante la denominazione della pubblicazione stessa, realizzata per la collana editoriale “Granelli” su ideazione di Eugenio Massetti, che formula la piena attestazione documentata della conferenza affrontata dal relatore nella sostanza poi trascritta come autore del libro, insieme all’abbinamento esplicativo di presentazione sviluppato da Francesca Nodari, al vertice del sodalizio organizzatore della manifestazione, attraverso un contestualizzante contributo introduttivo che ne stabilisce l’espressione, compendiata in un unico ed in un congiunto spessore.

Nobiltà, intesa, nel filo conduttore della argomentata dissertazione, come magnanimità, quale senso significante che, al vocabolo stesso stabilisce, “in nuce”, quel legame sostanziale che, al tempo dell’antichità classica, coniugava “l’essere degni” con l’essere pure “capaci di cose grandi”.

Concetto, di fatto, poi ripreso dal subentrato orizzonte valoriale cristiano, fino a potenzialmente prestarsi ad un ancora attuale nesso di riflessione intellettuale che è corrispondente a tutto ciò che, dei vari elementi della tematica, vi appare attinente e consequenziale.

L’avvio d’analisi procede con l’evocazione del pensiero di Aristotele che con “Etica Nicomachea”, descriveva, in relazione all’onore, il magnanimo come uomo “buono e giusto”, rappresentando quel riferimento di cui, per affinare il significato attribuito all’assunto della “nobiltà”, se ne può esplorare questo concetto antico, ereditato dal mondo cristiano.

Se, con il passare del tempo, la concezione originaria, aderente alla magnanimità, appare, in seguito, per lo più confusa con la liberalità, sembrando, in questo modo, non intesa come una virtù invece eminente e per questo esemplare, la percezione della nobiltà può conseguentemente risultare oggi desueta, perché il mondo è pervaso dal “mito” dell’uguaglianza, assorbita da una sorta di “totalitarismo democratico” dove una diffusa e praticata forma di individualismo condiziona l’uomo nella ricerca del primato in ambito economico e del prestigio sociale e non, allo stesso modo, in quello morale.

Alla radice del termine, ancora secondo Aristotele, l’uomo nobile è colui che nulla stima grande ed ha come fine principale l’onore che, congiunto alla giustizia, offre alla nobiltà il ruolo di ornamento e di ordinamento delle virtù, tratteggiando a tali premesse uno sfondo sintetizzabile nella subordinazione della vita alla cura di un perseguito e raggiunto valore di merito, fino a condurre alla possibile definizione che “nobile è l’uomo distaccato dal proprio utile, di ogni tipo, ivi compresa la stessa vita”.

Quest’immagine si incontra con quella manifestazione cristiana che, nella mistica, fa rilevare alla nobiltà la stretta connessione con la virtù della giustizia, fino a modellare la presa di posizione della capacità stoica di mantenere un certo distacco da ciò che accade e del ritenere l’amore, non come appropriazione, ma come dedizione e come contestuale distanza dagli accadimenti, ravvisate come “lieta indifferenza alla propria sorte”.

Nobile è distaccato da tutto, tanto da poter fare la figura di sdegnoso: niente è per lui grande e perciò non è incline a meravigliarsi”.

E’ questo un esodo da un sé intimo e personale che concorre a far riconoscere l’egoismo e la menzogna possibilmente connaturate alle tendenze poste alla sequela di una volontà autoreferenziale, dal momento che il distacco dall’appropriativo è invece segno di veridicità, consentendo di fare tratteggiare quella vigilanza su sé stessi per la quale il connubio con un amore nobile si traduce nella “parentela che l’anima ha con Dio, nell’essere Egli partecipe della natura umana”.

Questa concezione di nobiltà che cerca l’infinito e che ha una forma di ripugnanza verso tutto ciò che invece è corruttibile, si lega alla necessità etica dell’essere giusto, anche nell’esercizio del riuscire ad essere distaccato dalla propria egoità e da tutto ciò che generalmente si detiene, fino ad arrivare, attraverso un progressivo processo di affinamento interiore, a liberarsi dalla necessità di dover pure ricorrere ad una pretesa di verità per tutelare sé stesso.

Pare si giunga, in tal modo, a poter trascendere anche la ieratica rappresentazione divina, nell’aver fatto ascendere l’intelletto a Dio, chiamando la grazia nell’anima che ha saputo fare il vuoto in sé e di sé stessa, in quanto “l’uomo è menzognero per natura”, se non è rinnovato dal trascendente, diventando, in un certo qual modo, “un oltre-uomo”.

Tale ambito pare attenersi anche alle parole di San Paolo nella lettera ai Galati (2,20): “Sono stato crocefisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

In questo affidarsi, unito a quel nobile distacco che rimette il riconoscimento della grandezza al posto usurpatole dalla seduzione della grandiosità, l’animo umano si libera da quanto ne ingombra la visione di infinito, nel ricavare l’accoglienza per il mistico spazio d’attesa dove il ridimensionarsi in funzione di quest’ideale è promessa di quella sottile dimensione germinativa che ricorda quanto sia “proprio di Dio fare qualcosa dal nulla. Se Dio deve compiere qualcosa in te o con te devi prima essere diventato un nulla”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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