Pronto, parlo con Gabriele d’Annunzio? A poter, verosimilmente, rispondere “Si, sono io”, dichiarandosi come tale, è uno degli omonimi dei nostri giorni, rispettivamente raggiungibile a Macchia (Salerno) ed a Canalicchio (Catania).

Analogamente, non è dall’aldilà che potrebbe rispondere il parimenti detto Vincenzo Gioberti, presente fra i recapiti telefonici, stante pure i trascorsi dell’illustre omonimo, sia di Torino che di Roma, mancando, forse, un pari referente del Mezzogiorno, nella tripartizione calzante quello Stivale che il medesimo patriota consigliava divenisse, nel suo insieme unitario, Italia federale.

Di Giuseppe Garibaldi, pare che ve ne sia, invece, una larga quantità nel Belpaese, in buona parte di quel territorio nazionale dove, se abbondano gli omonimi, sovrabbondano lapidi e monumenti che ne contestualizzano la sua figura, celebrando, con nome e cognome, l’opera del cosiddetto “eroe dei due mondi”, come ad Orzinuovi, importante centro bresciano di confine con il cremonese, dove, fino a prova contraria, sussiste sia la forma monumentalizzata, dinnanzi al castello, che quella vivente, privata, personalizzata e documentata tra le pertinenze telefoniche della cittadinanza orceana.

Coincidenze, fuori di metafora, per le quali certe corrispondenze parevano curiose anche nell’incontrare un vivo e vegeto Giuseppe Zanardelli, tra le pagine del quotidiano Bresciaoggi del 14 luglio 1974, secondo la testimonianza dell’uomo, invece, contemporaneo corrispondente, in quel modo, citato nell’allora apposita rubrica giornalistica denominata “I bresciani che portano nomi illustri” nella quale era, fra l’altro, presentato come “Alto e prestante, trentasei anni, occupato in un’acciaieria, abitante in via Vantini 22, l’omonimo del grande statista (al quale non è minimamente legato da vincoli di parentela) considera la storia non come una maestra di vita ma come fonte di errori”.

Tra l’ironico ed il divertito, ma pure sempre ispirato al vero, il riferire anche di un tal Marco Polo, certamente di più difficile prevedibilità, rispetto all’altro personaggio appena menzionato ed aleggiante nella famigliarità di un suo originario ambito bresciano, essendo quest’altro noto al mondo, invece, per il proprio oriundo legame veneziano, ma, comunque, anch’egli presente, a pieno titolo, tra le pagine dell’edizione di “Bresciaoggi” del 21 luglio 1974, con la telegrafica ed efficace sottotitolatura dell’articolo dedicatogli che ne attestava la sua omonimia, nella testuale ascendenza personale, accertata a propria speculare definizione nominale: “Diciassette anni come messer Milione quando partì alla volta della estrema Asia, disegnatore presso una fabbrica di impianti termici, il simpatico ragazzo di via Milano ha in comune con l’antico viaggiatore la fantasia delle cose nuove e il senso della scoperta e della conquista”.

Con tanto di una sua immagine di primo piano, per il servizio fotografico “Cinelli”, il giornale persuadeva, in una convincente ed in una congrua sostanza, ad indugiare in questa particolare immedesimazione, per via dell’abilità di Elia Zamboni a prodursi in una serie di intriganti riflessioni, utili ad accostamenti propri di un’intelligente estrinsecazione, nell’essere, questo giornalista, autore anche di tale tessera del mosaico di un’identità motivatamente da lui presa in considerazione, nel riscontro pluridimensionale intercorrente fra un territorio locale e la storia di un dato contesto, intrecciata con il momento presente, riemergente nella coincidenza di una versione anagrafica parimenti denominata a quella figura antica che, contestualmente a quest’altra, poi, nel tempo sopraggiunta, era implicitamente ricordata.

Anche questa è cultura: quando le “pietre vive” di una “casa comune” sono le tante peculiarità individuali che ineriscono un fattore condivisibile per una memoria collettiva, pure riconoscibile per questi sprazzi di attenzione argomentata in uno specifico e pubblico insieme dove, nel caso di Marco Polo, il bravo cronista affermava, fra l’altro, che “(…) Con il Marco Polo di oggi risalgo gli argini del tempo, attratto dalla spinta al nuovo e al diverso, emozionante per la carica di immaginazione che suscita. Non tutto poggia sull’irrazionale, sulla sfida al destino, sulla volontà di infinito; il viaggio, infatti, affidato al ricordo di un vecchio nostalgico e per di più privo della libertà, non si chiude in se stesso. Ripropone ai lettori di sempre immagini di luoghi lontani e di tempi passati: emerge un uomo in rapporto idilliaco con la natura, allo spartiacque della creazione, quando ancora ciò che si può corrompere non è esistito o esiste in modo definitivo, non determinante. Divagazioni spremute dall’afa di luglio. Ritorno al Marco Polo di oggi, orgoglioso del suo nome. “Il mio è un nome particolare, suggestivo. Le immagini che esso suscita sono affascinanti: il senso della scoperta e della conquista, la libertà dei viaggi, la fantasia delle cose nuove. Mi piacerebbe, sulle orme del mio predecessore omonimo, compiere un lungo viaggio all’estero. Finora ho viaggiato solo in Italia. Ho parlato di fantasia, gli chiedo, provocandolo se la sua professione lo aiuta a trovare tutti i giorni cose nuove. “Direi proprio di no. Sono un disegnatore presso una fabbrica di impianti idro-termici. Ogni giorno ripeto le stesse cose, con una monotonia mortificante. Ci sono però professioni che sono molto ricche di fantasia: basti pensare al pittore o anche al semplice negoziante. Il contatto con l’arte e con la gente è imprevedibile; ogni giorno ti riserva cose nuove”. Insisto sulla fantasia, cercando di far emergere il quadro di ogni giorno, del tempo libero. “Mi piacciono molto i film storici e la musica pop, ma penso che la nostra fantasia si manifesta soprattutto nei rapporti d’amicizia, quando, insieme cerchiamo di vincere la monotonia e la solitudine”. Il ricordo del grande viaggiatore è ormai lontano, perso nelle parole libere, idealistiche e romantiche al tempo stesso, di un ragazzo, al di là dei suoi stessi anni. (…)”.

In quegli anni Settanta del secolo scorso, anche per il “redivivo” Giuseppe Zanardelli, l’approccio con il suo altisonante omonimo di vari decenni prima, pare non fosse andato molto oltre i comunque riusciti convenevoli attorno ad una consapevole curiosità di immagine identitaria, percepita di rimando dal considerare il fatto di chiamarsi come lui. In ogni caso, l’intervistato, raggiunto telefonicamente da Elia Zamboni, ricalcava in parola un pragmatismo zanardelliano, nello spiegare certe sue considerazioni, contribuendo, in una presa diretta promanante dal settore dell’acciaio di quel tempo, a tratteggiare il significato di una certa qual sua disposizione, da lui stesso intesa, per l’ordine delle cose ritenute degne di interesse: “(…) Non mi sono mai interessato di conoscere più a fondo il personaggio. In fondo, la storia mi interessa in modo molto relativo, dal momento che gli unici insegnamenti che possiamo ricavarne consistono negli errori. E gli avvenimenti, I personaggi, I fatti? E’ difficile, anzi impossibile, coglierli nella loro esatta dimensione. Lo studio dei fatti umani è legato ad un punto di vista nel senso che viene concepito secondo l’ideologia di un particolare osservatore e pensatore. Il nostro senso della storia è inevitabilmente soggettivo, cioè comprende come area di osservazione quella che sentiamo a noi più consona. Tra le molte versioni e soluzioni che si presentano, quale adottare? Preferisco il dato inconfutabile, che non si può negare, le scienze precise; la fisica, la chimica, la cibernetica. E riesce a conciliare questo preciso interesse con l’attività lavorativa? Veramente è questo il mio tempo libero. Al di là delle letture, la ricerca delle occasioni è un pò sofferta. Brescia non offre molti spunti (dibattiti, conferenze, ecc…) e la televisione sembra dimenticare queste cose, su cui in definitiva è riposto il domani, per tutti gli uomini. Saluto e riappendo, portando via pensieri nebulosi. Il problema sembra antico, degno di un trattamento peripatetico. E’ la scienza a dover organizzare la società, a dover costruire il perimetro della nostra speranza?”. Punto interrogativo quanto mai attuale, anche avendo superato il periplo del nuovo millennio, distanziatosi da allora da oltre un quarantennio“.

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