La località sulla litoranea di ponente del bacino lacustre gardesano pare che non abbia avuto in sorte questo cambio di nome, avendo resistito, al tempo andato, nell’attuale denominazione, oggi del tutto identica a quella che, secondo d’Annunzio, avrebbe dovuto, invece, toponomasticamente cedere il passo ad un’altra versione.

E’ una fra le curiosità che il periodico locale bresciano “La Rivista del Garda” del primo dicembre del 1922 metteva in pagina, mediante un articolo a firma di Nino Daniele che “fu uno dei più intrepidi legionari fiumani”, come di questo giornalista, poi espatriato in Brasile, il medesimo giornale provvedeva contestualmente a specificare, nell’introdurre lo scritto annunciato con il titolo testuale di “Piccolo mondo dannunziano”, indicativo della proposta di una serie di considerazioni ispirate alla realtà desunta nell’ottica di un possibile aggancio fra Gabriele d’Annunzio, venuto ad abitare nella zona del lago, e l’allora suo incipiente contesto domiciliare gardesano.

Ambito circostanziato a Gardone Riviera, che, a suo modo, era presentato dall’autore sopra accennato secondo una metaforica pennellata di ambientazioni descrittive, di rimando ad una serie di personali constatazioni folcloristiche, trasversalmente rilevate a carico di questa località, nel periodo in cui l’articolo stesso si materializzava in un multicolore affresco d’immagini argomentate in certe presunte peculiarità connotative: “(…) I pochi pescatori dell’azzurrissimo lago si trasformano intermittentemente in barcaioli o, addirittura, in “chauffeurs” d’autoscafo (per le classiche gite a S. Vigilio o all’isola di Scipione Borghese), le montanarelle in kellerine di bars, le bottegucce, in negozi di lusso, la banchina lungo la riva, in un viale di palme, la guardia campestre, in un signore dalla troppa uniforme il quale misura l’unica “gran via” su e giù, senza scopo e senza tregua, con le mani troppo inguantate dietro la schiena come se fosse il sindaco stesso. (…)”.

Del sindaco, invece, vero e proprio, di questo Comune bresciano del Benaco, ormai, in quei giorni, già, in un certo senso divenuto ambiente dannunziano, per il trasferimento del poeta a Villa Cargnacco nel corso del 1921, ancora la “Rivista del Garda” ne riferiva, tra le pagine illustrate della propria edizione del febbraio precedente, l’esser stato destinatario di un attento pronunciamento del Vate, manifestato in un non indifferente omaggio autografo a lui pervenuto da Gabriele d’Annunzio.

Il motivo era la prestigiosa onorificenza che, del 1922, recava lustro allo stesso primo cittadino gardonese nel rilascio della pubblica ratifica ufficiale dell’investitura a “Cavaliere della Corona d’Italia”, festeggiata nel corso del gennaio precedente, in una fastosa cornice conviviale approntata nel locale Hotel Du Lac, attraverso quel “banchetto sontuoso” in cui planava il messaggio del poeta, nella forma epistolarmente confacente a: “Signor Sindaco e caro vicino, consenta che dalla mia francescana clausura, io prenda parte all’allegrezza dei Suoi amici che stasera La convitano per festeggiarLa. Io sono l’ultimo dei Suoi amici e dei Suoi concittadini: ma l’ultimo è il primo – more biblico – nella schietta cordialità. Non posso offrirLe stasera se non un’opera che fu suggellata con nero suggello nella solitudine di Cargnacco che con tanta benevolenza Ella protegge e difende. A Lei e ai Suoi amici, il saluto conviviale di Frate Gabriele da Cargnacco”.

Il messaggio si accompagnava ad una copia, correlata da altra dedica, del libro “Notturno”, già nel titolo, figurativamente tale e quale alla infusa sensazione prescelta di una incombente deprivazione di luce nell’oscuro e sedicente romitaggio che, l’illustre autore, fra l’altro, riteneva istrionicamente di interpretare, secondo un suo stile, anche nel celebrare quel periodo della vita da non molto tempo trascorsa che era stato da lui attraversato a margine di un patito infortunio aereo, con le subite conseguenze drammatiche, rilevate nelle obiettive condizioni da subito appurate e sofferte, almeno per un occhio, a carico del dono della vista.

Tale prodotto biografico, raggiunta la sua versione editoriale definitiva nello stesso 1921, era da d’Annunzio posto in condivisione, mediante un significativo omaggio, con il sindaco di Gardone Riviera, Alessandro Bazzani, limitatamente alla circostanza nella quale “una cinquantina di coperti” proporzionavano la somma dei partecipanti ai festeggiamenti del cavalierato, sullo sfondo degli eventi relativi, su un maggior e, naturalmente, su un più ampio versante, a questa località bresciana, nel periodo in cui, ancora secondo il giornalista Nino Daniele, il sopraggiunto risiedere del noto poeta poteva fare suscitare l’impressione sul posto che: “(…) Ebbene, i gardonesi assicurano che nessun sovrano possiede l’arte di riempir di sé un paese, di farne l’orgoglio e la fortuna con la residenza o con il semplice passaggio, come Gabriele d’Annunzio. Da Salò a Maderno, dove la magnifica villa del “serraglio” non è ormai che un’appendice immensa ma deserta del “Cargnacco” che attende soltanto i milioni occorrenti per diventare il Tempio ed il Museo fiumano, l’intera sponda occidentale del Garda è diventata un feudo spirituale dannunziano”.

A stretto giro di tempo dalla messa in nero su bianco di tali disinvolte parole, una sorta di sostanziale riprova, pure, in tal senso, suffragata dall’intervenuta aderenza di una riuscita e di una innestata coesistenza, esemplarmente manifestata dall’immagine stessa derivante dalla scelta gardesana del dove il noto personaggio aveva preso la residenza, sembra apparire fra gli interventi che il mensile “La Rivista del Garda” del settembre del 1922 pubblicava in riferimento a varie tematiche suscitate agli estensori di altrettante proposte di lettura, circa una varietà di temi di naturale priorità, nel bilancio di un’analisi possibile, curata a corrispondenza con la propria realtà di pertinenza.

A firma di un non meglio specificato “a.p.”, ciò che, in tale ambito pubblicistico, non si poteva tacere pare fosse la rovinosa caduta di Gabriele d’Annunzio dal “poggiuolo d’una finestra”, avvenuta nella prima metà dell’agosto precedente, a proposito della quale l’esplicito commento che qui, fra l’altro, si dava, in una lanciatissima formula partecipe, era che: “(…) Oggi Gabriele d’Annunzio è quasi ristabilito e fra poco il prodigioso cervello che ha saputo concepire tutte le bellezze e tutti gli ardimenti – spento per qualche giorno – ricomincerà il ritmo del suo nobile travaglio, alimentando con il soffio della musica più bella, la canzone che canta inestinguibile nei cuori degli uomini non bruti. Al Poeta sommo, caro ai nostri cuori, perchè da Lui abbiamo imparato le prime sillabe del bello, all’incitatore delle più nobili virtù, al comandante che seppe guidare il più bell’esercito del mondo, al gran mago delle lettere italiane, al maestro di tutto, inviamo il nostro affettuoso devoto saluto, rallegrati e lieti che la sua grande immancabile stella, non abbia tradito. (…)”.