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Orzinuovi (Brescia) – Un luogo di sospensione dello spazio e del tempo. Questo è lo studio di Uber.

Se passate davanti al suo atelier, in viale Montenero, durante le ore mattutine e pomeridiane e gettate lo sguardo, lo potrete scorgere mentre dà vita alle sue incantevoli opere, su tele di dimensioni variabili. Osservandolo di fatto si potrebbe sfatare il mito per cui il genio è associato alla sregolatezza. Uber è infatti un artista molto abitudinario per certi aspetti. Il suo atelier è aperto dal mattino fino all’ora di pranzo e poi dal primo pomeriggio al calar della sera. Ad eccezione di alcune brevi pause caffè durante le quali lui è lì, che sposta cavalletti, prepara i fondi delle tele da iniziare, rimaneggia lavori precedenti, chiacchiera con qualche avventore, è assorto nei suoi pensieri alla ricerca di titoli originali e accattivanti per i propri quadri.

Sembra seguire alla lettera il motto del grande scultore August Rodin: Il faut travailler, toujours travailler – Bisogna lavorare, sempre lavorare. L’arte è anche fatica, esercizio continuo, concentrazione sul proprio lavoro. Ecco perché quel piccolo monolocale è il luogo in cui Uber trascorre la maggior parte delle proprie giornate, facendo ciò che gli riesce meglio: dipingere, o meglio scolpire su una superficie bidimensionale. Uber è infatti un pittore che crea “togliendo” piuttosto che “aggiungendo”.

Egli non lavora mai su tele nuove, bensì su fondi già utilizzati. La sua è una ricerca: asporta strati di colore e trova degli abbozzi di figure al di sotto della materia, si lascia guidare dalle forme che man mano emergono da sotto la superficie più esterna. Intravede qui il profilo di un volto, o la curva di una schiena, il contorno di un occhio e facendosi strada tra quelle linee fa emergere dal fondo delle donne enigmatiche, cariche di mistero e di fascino. Sembra quasi che sorgano dai tempi dei tempi queste donne. La loro grazia è sospesa, sembra non risentire della forza di gravità. Il movimento è quasi assente: è piuttosto una staticità che però fa muovere il pensiero.

Nelle sue opere si stagliano davanti allo spettatore queste figure femminili che vivono totalmente indifferenti al suo sguardo indagatore, che vaga in molteplici direzioni, da destra a sinistra, dall’alto al basso, dall’interno all’esterno del quadro, che non ha mai un confine, ma straborda dalla tela e fa sì che la narrazione possa continuare all’infinito, dare vita a storie di ogni genere.

«Sono storie improbabili quelle che mi diverto a dipingere, ma non impossibili!» – afferma l’artista.

In un certo senso nelle opere di Uber spazio e tempo sono dimensioni dilatate e sospese. Ciò che prende vita sulle tele evoca sempre qualcosa che non c’è, che è già oltre, che si può intuire, ma non afferrare interamente. Del resto quello che affascina di queste donne non è quello che dicono, ma piuttosto quello che non dicono.

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