In molti avranno notato lo spot che gira in tv e su web, nel quale l’olio di palma viene presentato, con tanto di belle immagini e musica rilassante, come un ingrediente di origine naturale, sano e anche sostenibile per l’ambiente.

Di certo “naturale” lo è visto che è un olio vegetale, ma sul suo apporto nutrizionale e sulla sostenibilità della sua coltivazione massiva ci sono molti dubbi su più fronti.

Secondo Altroconsumo, una delle principali associazioni di consumatori, il problema dell’olio di palma sarebbe la grande quantità di grassi saturi che fornisce all’organismo.

Per Altroconsumo sarebbe meglio fare attenzione alle indicazioni riportate nelle etichette degli alimenti. Merendine in prima fila.

La pensa nello stesso modo l’Istituto Superiore di Sanità secondo il quale devono essere i bambini tra i 3 e i 10 anni a stare allerta. E per un semplice motivo: sono quelli che consumano più merendine.

Per sapere quali sono le merende più equilibrate o quelle dove non è presente l’olio di palma basta consultare il servizio online di Altroconsumo che permette di confrontare le merendine. Oppure si può scaricare sul telefono l’app Merendiario che oltre a indicare le merende prive di olio di palma, consente di creare il diario personale delle merende del proprio figlio.

Da quando è diventato obbligatorio indicarlo esplicitamente in etichetta, senza camuffarlo più dietro la generica scritta “oli vegetali” si è scatenato un dibattito infuocato e confuso tra chi lo condanna e chi, invece, lo difende.

In un dossier specifico, Altroconsumo cerca di fare un po’ di chiarezza, ascoltando anche i pareri dei due fronti opposti: da un lato i promotori della petizione Stop olio di palma che, sulla base di recenti studi, hanno parlato dei potenziali rischi per organismo e ambiente, dall’altro Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane), che ha reagito alla condanna con una intensa campagna pubblicitaria.

Va detto comunque che l’olio di palma è l’olio vegetale più usato al mondo, non solo in prodotti alimentari, ma anche nel settore cosmetico, energetico, farmaceutico e persino nella produzione di mangimi.

“Le ragioni del boom” spiegano i ricercatori di Altroconsumo, “derivano dal fatto che, sia per i coltivatori sia per i produttori, è una vera manna: la pianta da cui deriva – coltivata in Malesia e Indonesia in primis (86% della produzione globale) – rende moltissimo, per cui il raccolto su una certa superficie di terreno dà molto più olio rispetto ad esempio alla soia o al girasole che richiederebbero più spazio. Ha un ulteriore vantaggio per l’industria alimentare: è un grasso solido come il burro e quindi rende gli alimenti cremosi senza influenzare i sapori e permette anche di conservarli più a lungo”.