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Scriveva Gunther Grass, tedesco ,premio nobel per la letteratura nel 1999, ricordando il
funerale di un altro scrittore sempre tedesco e sempre premio nobel:  “Quando Heinrich Boll fu sepolto c’era un’orchestrina di zingari che conduceva i portatori della sua bara. Era stato un suo desiderio. Lasciate che un milione di Rom e di Sinti vivano tra noi. Ne abbiamo bisogno. Potrebbero aiutarci a scompigliare un po’ del nostro ordine rigido. Potrebbero insegnarci quanto prive di significato sono le frontiere…”

Nella bassa bresciana, a Gottolengo, dove vivo, i nomadi sostano ogni tanto nella periferia del paese ,in una zona adibita a questo scopo. Lavorano con i ricchi giostrai. Allestiscono le fiere di paese e fanno funzionare quei giochi  che destano insieme ammirazione e infinita tristezza: gettare gli anelli e prendere qualcosa, il tiro a segno e altri piccoli sistemi per sbarcare il lunario.

I loro figli, bellissimi, cambiano continuamente scuola, ma sanno fare amicizia molto in fretta come accade spesso a chi “conosce bene la vita”. Non possiedono nulla, o quasi, se non la loro “casa viaggiante”. Non hanno problemi di mutui. Molti di loro sono cittadini italiani e alcuni hanno la residenza nel mio paese. Tempo fa “una regina”, o meglio una capo clan, fu sepolta nel nostro cimitero ed ora molti nomadi lo scelgono per seppellire i loro cari.

I bambini della mia classe hanno sentito dei tamburi suonare e un’aria di festa che impedisce di certo il proseguire della lezione. Sono tutti con il naso incollato ai vetri della finestra e osservano. Si tratta di un funerale degli zingari. Davanti decine e decine di corone.Alcuni ne strappano i fiori con le mani e
gettano i colori per terra. Una strada fiorita su cui passa la banda che alterna brani tristi ad altri allegri.

Segue la bara portata sulle spalle da giovani ragazzi e infine ancora fiori e fiori. Sono numerosi gli
amici ed i parenti arrivati chissà da dove. Tutti vestiti a festa. L’ultimo viaggio si fa in allegria e in mezzo ai fiori (che devono valere un patrimonio, data la stagione).La bara sarà messa in una tomba forse l’unica “proprietà” su questa terra.

Ancora oggi sussistono numerosi pregiudizi nei confronti delle comunità nomadi.Noi sedentari
pensiamo:”Non hanno dignità: si umiliano a vivere di elemosina” “Non hanno il senso morale: rubano” “Non hanno rispetto per la proprietà privata”Non è possibile difendersi dai loro imbrogli e dai loro furti” “Sono molto più astuti di noi” “Dobbiamo sempre stare in guardia” “Non sono capaci di adattarsi alla
nostra società” “Non sanno adeguarsi ai nostri valori” “Noi dobbiamo lavorare duramente e fare dei sacrifici per arrivare a qualcosa…mentre loro pretendono di ottenere tutto senza sacrifici” “Hanno delle automobili di gran lusso…senza mai lavorare” “Sono liberi da tutte le nostre preoccupazioni” “Girano il mondo infischiandosene di tutto””Possiedono poteri magici che possono usare contro di noi””Gli zingari rubano i bambini” (quando storicamente è avvenuto assai di frequente esattamente il contrario).

Giunti in Europa dall’India attorno al 1400, gli zingari subirono nel corso dei secoli continue persecuzioni e violenze. Dal 1899 venne istituito a Monaco un posto di polizia con specifici compiti di controllo degli zingari.Sempre in Germania nel 1926, fu promulgata una legge per la lotta contro tutti coloro che conducevano una vita nomade.

Il nazismo aggravò drammaticamente la situazione: persecuzioni, sterilizzazioni e infine deportazioni nei campi di sterminio: 500.000 zingari vennero uccisi.

L’11 settembre 1940 vengono emanate le prime disposizioni per l’internamento degli zingari
italiani, ribadite poi in un ulteriore ordine dell’anno successivo.La documentazione finora rintracciata fa riferimento a Campobasso, Udine, Ferrara, Ascoli Piceno, Aosta, Bolzano, Trieste e Verona.

I documenti confermano inoltre la loro presenza a Ferramonti, uno dei più grandi campi di concentramento italiani, a Agnone (durante la guerra in provincia di Campobasso, oggi di Isernia), a Tossicia (in provincia di Teramo), a Boiano (in provincia di Campobasso), alle Isole Tremiti e in Sardegna. Alcuni
dei prigionieri, poi, arrivarono sicuramente in Austria, a Lackenback, un campo allestito dai nazisti appositamente per la “soluzione finale” del cosiddetto “problema zingaro”.

La scrittrice Liana Millu, reduce da Auschwitz-Birkenau, è una delle pochissime testimoni dello sterminio degli zingari ad Auschwitz. Ecco la testimonianza da lei resa, in occasione del convegno “La deportazione femminile”, che ha avuto luogo a Torino il 20 e 21 ottobre 1994. “Ogni mattina andando al lavoro passavano accanto al campo degli zingari. Li vedevo. Vedevo le donne che si pettinavano (a loro non erano stati tagliati i capelli come a noi), oppure camminavano avanti e indietro. Furono uccisi tutti. Li bruciarono la notte del 25 luglio 1944.

Quella notte il cielo era un mare di fuoco: non si era mai visto un chiarore così. La mattina dopo ripassammo. Zingari non ce n’erano più ma bastoni rotti e gonne lacerate. Venimmo a sapere che si erano difesi a morsi e calci. Combatterono accanitamente, tanto che dovettero intervenire anche le SS. Essi volevano far pagare la loro morte. Sono stati capaci di far pagare la loro morte”.

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Giusi Morbini
Insegnante di scuola primaria ormai da molti anni, ma ancora non prossima alla pensione. Nata e vissuta in campagna, crede nell'importanza di riscoprire le nostre radici e di conservare le nostre tradizioni. Sempre nel rispetto di tutte le culture. Scrive per diletto.

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