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Oltre le sbarre. Il canto de “La Violetta” aveva superato le robuste inferriate e si era diffuso tutt’intorno, fino ad espandersi sulla pubblica via, rasente la quale, tale ambiente detentivo, estemporaneo a questa improvvisata melodia canora prorompente, era collocato in una posizione prospiciente.

L’allora carcere di Brescia si ergeva nel centro storico, nella parte coincidente con l’antico stabile del Broletto che, alla detenzione, riservava la funzione di una porzione importante della sua ampia volumetria imponente.

Quest’esternazione polifonica aveva fatto notizia per chi aveva saputo coglierla nell’ottobre del 1908, sperimentandola in ordine ad una certa saturazione d’insieme, percepita riguardo il fenomeno della presenza della popolazione carceraria in una stretta adiacenza con il frequentato tessuto urbano della città stessa e pure in una diretta vicinanza con il duomo, secondo una curiosa prospettiva di approssimazione, intercorrente nell’eco frammista di una controversa coincidenza d’ambivalente soluzione che, sia al sacro che al profano, era corrispondente in una analoga ubicazione.

In questo caso, si trattava di quel canto popolare che, in un incontenibile rigurgito d’animo assecondato, sboccava dai carcerati in un moto subitaneo di affratellamento nostrano che appariva ispirato anche ad un, fra loro, condiviso gergo conterraneo: “E la Violetta la va, la va/ la va la va la va la va!/ La va sul prato, la s’è insognada/ che gh’era’l so spingin che la rimirava./ Cosa rimiri, spingin d’amor/ spingir d’amor spingin d’amor/ Io ti rimiro perchè tu sei bella/ se tu vuoi venire con me alla guerra./ Con tì alla guerra non vò venir/ non vò venir/ non vò venir/ Non vò venir con te alla guerra/ perchè si mangia male e si dorme in terra./ No tu no per terra non dormirai/ non dormirai non dormirai/ Tu dormirai sopra un letto di fiori/ con quattro bersaglieri che ti consola/ Tu dormirai sopra un letto di fiori/ con quattro bersaglieri che ti consola”.

Lungo lo strascico di questo canto, un non meglio identificato cronista de “La Sentinella Bresciana” pubblicava, nell’edizione del quotidiano del 31 ottobre 1908, una testuale ed argomentata reprimenda: “Canti, bestemmie e sguaitaggini nelle carceri di Broletto. La “Violetta”, la popolare nota canzonetta dalle cadenze molli e dolci, venne ieri  cantata in coro numeroso dai detenuti del nostro Broletto. Le voci che venivano da un’inferriata prospiciente un porticato suscitavano gli echi nelle volte di questo, attiravano l’attenzione dei passanti, si propagavano nel cortile severo perdendosi nel sole del mattino incantevole. Se, quel canto non fosse venuto da una profondità triste e se delle sghignazzate volgari non ne avessero interrotto il fluire lento, la cosa sarebbe certo sembrata non strana, anzi in perfetta armonia con la bella giornata del meraviglioso autunno. Ma chi ascoltò quel coro, insieme al quale, lazzi, bestemmie, oscenità si mescolavano confusamente come in una barbara canzone di rivolta, non potè  fare a meno di constatare ancora una volta lo stato miserando in cui versa il maggior carcere della nostra città. Tutta quella combriccola di ladri, di furfanti, di falsari, di rapinatori che sia, aspettando l’ora di un severo giudizio, non trova di meglio, per ingannare il suo tempo che cantare canzoni o pronunziar parolacce, al cui richiamo la gente che passa si ferma e commenta. Fino a quando, nella nostra città, avrà seguito un simile stato di cose, ci domandiamo ogni giorno dalle colonne di questo giornale; quando mai l’autorità saprà sollecitare presso il governo quei provvedimenti che sono del caso?”.

La composita varietà dei casi menzionati, relativi, cioè, alle rispettive motivazioni del trovarsi in prigione, pare che si potesse accompagnare anche a quelle vicissitudini umane che pure imprimevano alla cronaca giudiziaria la variabilità di tutto uno scibile particolare, come, ad esempio, sembra che si possa, fra l’altro, appurare nella lettura di un tal episodio, conclusosi nel fermo di un personaggio quanto meno reticente a collaborare e per questo trattenuto il 22 settembre del medesimo anno, sopra riportato: “Prepotenza di un travagliatese. Ieri sera le brave guardie di pubblica sicurezza, Burla e Scirè, transitavano da via Mercanzie, quando, essendosi imbattute in un individuo dall’attitudine sospetta, lo avvicinarono chiedendogli le generalità. – Sono di Travagliato – rispose arrogantemente l’interpellato – e il mio nome non l’ho dichiarato che una volta sola dinnanzi al sindaco. Visto inutile ogni tentativo per sapere come si chiamasse, le due guardie lo tradussero alle carceri a disposizione dell’autorità giudiziaria”. 

Sembra che, invece, non abbia avuto difficoltà alcuna a rivelarsi, nella nuova condotta di vita liberamente assunta, chi, anche, nell’ambito di tutt’altro altro genere di connotati, aveva attirato l’attenzione sulla propria persona, vagliata per gli effetti suscitati dagli stravaganti aspetti con i quali molteplici suoi tratti solleticavano di essere verificati e meglio spiegati.

san-francesco-di-paola-eremitaPareva una vocazione adulta, postasi alla sequela di quel santo francescano che anche Brescia aveva, già allora, avuto strutturato fra le schiere celesti scelte a riferimento delle varie famiglie religiose che, nella sua antica diocesi, erano state presenti, in questo caso, relativamente all’Ordine dei Minimi, fondato da San Francesco di Paola (1416 – 1507).

Ancora dalla stampa locale, desunta da quell’anno di inizio Novecento, emerge, alla data del 08 ottobre, un caso in cui convergevano le forze dell’ordine e la realtà che si era spinta oltre la consuetudinarietà apparente di una ricorrente casistica normalmente soppesata, nella misura nella quale tale specifica contingenza rivelava di essa, invece, una manifestazione che, forse, prima d’ora, non era, neanche, mai stata prima incontrata: “Un carabiniere che si fa eremita leggendo la vita di un santo. Roma, 7 – Il brigadiere dei carabinieri Antonio Bianchi venne a sapere ieri che per la campagna, sulle vie Casilina e Prenestrina, si aggirava un uomo dai capelli e barba lunghi e brizzolati, scalzo e vestito con un sacco bianco. Infatti, il misterioso individuo fu trovato dentro una grotta, presso la tenuta Centocelle. Con una corona di spine sul capo, era prostrato dinnanzi a una specie di altarino dove aveva acceso delle candele. Si infliggeva la disciplina con dei pezzi di carta. Colla mano sinistra reggeva un lungo bastone sormontato da una piccola croce da cui pendeva un drappo bianco  con la seguente iscrizione: “Gloria sia a Dio nell’altezza dei cieli ed in terra pace agli uomini di buona volontà. Adorazione al Sacro Cuore di Gesù e di Maria”. Appeso allo stendardo era un foglio di carta con questa frase: “Legge mondiale, tribunale mondiale, lingua mondiale, scuola mondiale, moneta mondiale. Per questo sia Dio e la pace. Sia benedetto Iddio. L’assoluto Gaetano Calamita, di 45 anni, di Tricarico (Potenza)”. E, appunto, Gaetano Calamita era l’uomo trovato nella grotta. Egli indossava un sacco bianco, legato ai fianchi. Sulla carne portava un cinto di cuoio con delle punte di ferro dalla parte interna.  Non si cibava altro che di pane, erba e acqua. Interrogato dal carabiniere ha raccontato: “Nel 1883 mi arruolai nei carabinieri e dopo aver prestato il servizio per cinque anni alla caserma di Borgo Pio, fui mandato a Torri in Sabina, Genzano e Bari, dove mi congedai. Avendo letto la vita di S. Francesco di Paola ne rimasi impressionato e un giorno ebbi da Dio l’ordine di girar il mondo per redimere l’umanità. Cinto alla vita di un cilicio e indossato il lungo sacco bianco di pellegrino, girai di paese in paese e, a piedi, venni a Roma, dove arrivai il 17 dello scorso mese, fermandomi nei boschi e nella grotta dell’Agro Romano”. Lo strano individuo è stato trattenuto”.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.