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La storia della Comunità di Pace di San José de Apartadò comincia il 23 marzo 1997.

«In quel periodo il paramilitarismo, appoggiato dall’esercito, e la guerriglia cominciarono ad uccidere e far sparire molte persone», racconta a Osservatorio Diritti José Roviro Lopez, uno dei leader della comunità. Una violenza che ha lasciato tanta gente senza una terra da coltivare e indotto tanti a scappare. «Delle 1200 persone che firmarono l’atto di costituzione della Comunità di Pace, oggi ne sono rimaste circa 600», racconta Lopez.

L’organizzazione interna. Nella comunità ci sono tanti piccoli gruppi che lavorano la terra in base alle esigenze locali e curano il cacao. Si piantano mais, fagioli e cavoli, per esempio. E «del raccolto beneficiano tutti i membri della comunità, perché facciamo in modo che i proventi vengano ridistribuiti».

Nessun dialogo con le autorità. Lopez sottolinea a più riprese che paramilitari ed esercito collaborano tra loro. E il punto di non ritorno nelle relazioni con la comunità risale al 2005, quando l’allora rappresentante legale fu ucciso «su mandato dell’esercito». Da allora, non ci sono stati più incontri con il governo.

«In questi giorni siamo in allerta rossa perché i paramilitari della zona (Autodifesa Gaetanista de Colombia) dicono di voler uccidere a tutti i costi alcuni leader, soprattutto chi si espone di più»,dice la coordinatrice di Operazione Colomba, Monica Puto.

Operazione Colomba è l’organizzazione non violenta di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII e i suoi volontari accompagnano da vicino i componenti della comunità locale, sono la loro “scorta civile internazionale”. «Con la nostra presenza disincentiviamo le azioni violente», sottolinea la volontaria.

La lotta per la terra. Nella zona tutto ruota intorno alla proprietà della terra. Monica Puto ricorda che «i paramilitari sono diventati prestanome, hanno acquisito titoli. Le carte del catasto sono andate perdute o sono state falsificate e gli enti deputati a tutelare la proprietà sono corrotti». E le autorità hanno concesso terre a compagnie per un uso agricolo o per estrazioni minerarie (si tratta di una zona carbonifera). La comunità ha messo in moto dunque iniziative proprio per fermare questa emorragia di terra. Tanto che oggi la popolazione locale ha titoli legali per circa il 50% delle aree coltivate, mentre sul resto ha il possesso.

Il commercio equo e solidale. San José de Apartadò ha un legame stretto con l’Italia. La Comunità di Pace, infatti, dà il cacao alla cooperativa Quetzal che, a propria volta, lo fa arrivare nel nostro Paese passando per la rete Equo Garantito. Un lavoro che ha un significato importante per la popolazione locale. Spiega  José Roviro Lopez: «Per noi il cacao è la forza che crea coscienza e comunità, che ci permette di resistere, di proteggere la terra, di difenderla e di reclamarla».

L’articolo integrale di Marta Gatti, “Comunità di pace: vita sotto sfratto a San José de Apartadò, Colombia”, può essere letto su Osservatorio Diritti

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