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Chi vuol recitare poesie in bresciano tenga caro questo libro.
Il titolo coinvolge, fin da subito, ad un esercizio di immedesimazione in quel vernacolo che è la lingua con la quale l’autore, Lino Marconi, propone la sua ennesima pubblicazione, denominata “Ombrìe d’amur”, traducibile metaforicamente in quelle ombreggiature che, traslate dallo scibile interiore, vanno poeticamente a coniugare il sempreverde concetto dell’amore, nella sua più vasta accezione, estensibile fino all’allegoria di un’intitolazione che ne sancisce la sintesi di una formulazione lirica raggiunta secondo un proprio stile.

Edita dalla “Compagnia della Stampa”, quest’opera può interagire con l’attuale panorama editoriale, anche grazie al significativo distinguo derivatole dall’autorevole recensione sottoscritta dal giornalista Claudio Baroni, nell’edizione del Giornale di Brescia del 6 maggio 2018, nella quale, fra l’altro, si legge che “(…) Ritmi e musicalità rivelano quanto sia diventato ampio il ventaglio stilistico dell’autore. La scelta del vocabolo, parola distillata, è ancora più puntigliosa. La ruvida concretezza del dialetto non soffoca la ricchezza espressiva e la fantasia delle metafore. La poesia, infine, è bella per naturalezza. (…)”.

Ambedue di Chiari, cittadina geograficamente nota nel territorio rivolto a ponente di quell’ambito locale dove Brescia è capoluogo di riferimenti pure ascritti alla parlata bresciana, Lino Marconi e Claudio Baroni modellano, nell’impronta di questo libro, il rispettivo percorso di una sensibilità culturale sviluppata secondo un’esperienza fattibile di intese per un aperto esercizio dialogico interpretato in un confronto plausibile.
Emergono i temi universali, ricorrenti nell’animo umano, che promuovono il proprio potenziale patrimonio contenutistico nel folclore dialettale, secondo una verace forma d’interazione tradizionale, rappresentativa di una interessante tipicità di estrinsecazione culturale.

Ancora, secondo le parole di Claudio Baroni, questa volta affidate all’introduzione posta ad inizio delle poco meno di ottanta pagine dello stesso volume, si profila, fra diverse altre analisi di lettura, una considerazione vertente sul contributo offerto dalla medesima pubblicazione nel mettere in evidenza certi aspetti della cultura bresciana che, per il tramite del vernacolo ad essa corrispondente, qui si astrae in una peculiarità tale da poter essere colta autonomamente, rispetto al tenore poetico dell’opera letteraria che le è pertinente: “(…) Le poesie di Marconi si possono leggere anche così, apprezzando la scelta del vocabolo, la parola distillata e la musicalità che cambia nel tempo, non solo cadenzata come inviterebbe a fare la spigolosità dell’idioma. Tra labiali, dentali e palatali, il bresciano offre una tastiera ben più ampia del gutturale sordo e spontaneo. Il vocabolario, nella sua concretezza di termini, non impedisce la ricchezza e la fantasia delle metafore. Parola, ritmo, suono: Lino Marconi raggiunge punte sorprendenti, con naturale eleganza. (…)”.

Aspetti che il lettore può confutare, a suo insindacabile giudizio, anche grazie all’utile e puntuale supporto della traduzione in italiano di ogni componimento, collocato, pagina per pagina, nel libro stesso, dove, ad ulteriore traccia d’orientamento della proposta complessiva del medesimo autore, alcune sue brevi note biografiche specificano pure il risultato da lui ottenuto un paio d’anni fa, in qualità di titolare del “Primo premio nel concorso nazionale “Salva la tua lingua locale”, ricevuto nella sala della Protomoteca, in Campidoglio, il 22 gennaio 2016; Presidente onorario della giuria il compianto prof. Tullio de Mauro e Presidente Pietro Gibellini”.

A riscontro di questa sollecitudine, spesa a favore di un’apprezzata sensibilizzazione circa il contesto locale, alcune poesie di “Ombrìe d’amur”, pure accompagnate dalla specificazione in copertina di “Primavera MMXVIII”, conducono espressamente ad espliciti riferimenti territoriali, funzionali, fra l’altro, a contribuire alla loro rappresentazione, nella caratteristica evocazione di aspetti identitari, per il tramite di una serie di emozioni spontanee, tradotte in versi, mediante l’autentica ispirazione a perpetuarne il riflesso descrittivo, in una varietà di contestualizzazioni particolari.

E’ il caso della lirica ispirata a ciò che, all’autore, è parso suscitargli la località bresciana Sensole, in quel di Montisola, e, fra altre possibili strofe parimenti pubblicate, della poesia evocativa, invece, della giornata di San Faustino, festività patronale non solo a Brescia, ma anche in altri popolosi centri abitati della provincia, come a Chiari, alla quale pure spetta anche il componimento pervaso dalla presenza in loco di un suo caratteristico manufatto devozionale: la santella della cosidetta “Madona dei Casoc”, ossia della “Madonna dei Casotti”.

Oltre a questi rimandi al territorio, buona parte delle poesie sembrano rivolte ad una figura femminile amata, nell’omaggio a quel trasporto sentimentale con il quale, in una costante forma di dedicazione personale, ogni strofa appare appaiata, celebrando la radicalità di un’appassionante portata, anche, ad esempio, testimoniata da “Mal d’amur”, “Male d’amore”: “Se ta partiet delons, senza de mè/ l’ja come ta rubèsset tòt el ciàr/,/ l’ja come se i restès lè noma i mur/ sensa culur, le strade sensa i pas// l’ja come se ta gèsset portat rè/ apò’l calur del foch dei nos camì/ per riscaldà, desmentegherò chi,/ lassàm gelus a pianser de dulur”, (Se te ne andavi lontano senza di me/ era come se rubassi tutta la luce./ era come se restassero lì soltanto i muri/ senza colori, le strade senza i passi// era come se ti fossi portata appresso/ anche il calore del fuoco del nostro camino/ per scaldare, dimenticherò chi,/ lasciarmi geloso a pianger di dolore).

Fra le due parti complementari di questo libro, realizzato per il coordinamento editoriale di Nicoletta Rodella, emerge, nella seconda raccolta di tale compendio poetico, anche il nome di una donna: Rita, unico appellativo in vista nel libro, anche se probabilmente nella realtà non il solo, percepibile a disarmante svelamento di un importante e dichiarato sentimento: “Pianze e ride se pense a chela vita,/ al temp de quan mè so esampelàt;/ gharès pio de pensàga, ma so mat/ e a fam na zò de cò l’è stada Rita;/ per mè ‘na sòrt de strèga e ‘na sortìa/ d’acqua lesèra e frasca ‘ndo bagnàs,/ leàs la sèt e lassà pio la ria,/ ma pòche gòsse assè per enciocàas;/ a staga ‘nsem l’ja semper primaera,/ zardì udurus de rose e d’ogni fiiur,/ sparìa ‘l temp, sperae ch’egèes mai sera…./ dumandem mia perchè ‘l finìs ‘n amur;/ per lè l’è stada noma ‘na sgorlèra,/ mè ride e painze de rabia e de dulur”. (“Rita. Piango e rido se penso a quella vita,/ a quel tempo, quando mi sono inciampato; / non dovrei più pensarci, lo so, ma sono matto/ e a farmi impazzire è stata la Rita// per me una sorta di ammaliatrice e una sorgente/ d’acqua leggera e fresca ove immergersi,/ togliersi la sete e non lasciare più la riva,/ ma poche gocce bastevoli per ubriacarsi;// a starle insieme era sempre primavera,/ giardino profumato di rose e d’ogni fiore,/ spariva il tempo, speravo che non venisse mai sera….// non chiedermi perchè finisce un amore;/ per lei è stata soltanto una smagliatura,/io rido e piango di rabbia e di dolore”).

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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