Prima che tutto un certo genere di patrimonio orale abbia girato l’angolo, imboccando l’ultima curva che prelude alla sua uscita di scena da quell’orizzonte vivente da cui si è sempre più allontanato, il bravo ed eclettico Costanzo Gatta interviene come si conviene.

Se ce ne fossero stati di più, nella storia dell’uomo, di interventi di lungimirante conservazione della memoria, anche più indifesa in quanto popolare e non accademica, come quella nella forma realizzata dall’autore più letto di Brescia, la cultura tutta ed intera avrebbe motivi sicuri di una sua maggiormente edificante completezza lusinghiera.

Invece del passato, qui, come altrove, molto si è perso, mentre inesorabili ed infinite fuggivano le ore, perché in quei casi sfortunati non c’era Costanzo Gatta a preservare analiticamente dall’arida avidità informe del tempo quanto fosse utile ad un postumo e retrospettivo discernimento.

Grazie a lui ed alla Compagnia della Stampa che ne ha realizzato un’amabile e godibile edizione, i bresciani hanno modo di andare incontro al 2012 ed alla fatalità sibillina ottundente il fato misterioso del divenire, con uno strumento brillantemente proteso a documentare uno, fra i tanti aspetti, della propria tipicità locale, passata, e forse un poco meno presente, ma pure sempre contemporanea a quel sale insaporente l’essenza consistente di quanto, anche se sempre più evanescente, risulta comunque folcloristicamente permanente in una cultura sopravvivente, nel mutato e mutante corso del tempo ricorrente.

Alzare lo sguardo, aggiustare il tiro e mirare al bersaglio, è tecnica nuova, ma anche antica, per un’invettiva o per un’amichevole frecciatina che, come intimo moto spontaneo, non conosce tempo, ma si riveste inevitabilmente di un diverso accorgimento, nel differente loro pronunciamento, schiacciato dal soverchiante linguaggio del momento.

In una società confusa e multietnica il dialetto sembra avere destino del latino parlato, da cui per altro, in parte, etimologicamente proviene ed in cui risiede l’origine dell’italiano, ma non dell’arabo e dell’indiano e verso cui Dante aveva usato aggettivi di “hirsutum et hispidum”, così come l’umanista Luca di Leida lo aveva invece commentato con lo scrivere nel Diciassettesimo secolo: “li bresciani hanno lingua assai rozza, come ancora li Bergamaschi”, meritandosi, in questo, secondo Costanzo Gatta, ben poche simpatie ed ancor meno benedizioni da parte di chi descriveva in quel modo.

“Ma và a dà via…100 invettive in bresciano….. Gente mandata al diavolo…” è titolo di un libro che si colloca in queste situazioni di frapposta relazione, di sdegnata risoluzione, di autentica esternazione, di spontanea manifestazione, senza che si rivestano necessariamente di esacerbata e di degenerata avversione, sebbene rappresentino potenziali occasioni per potervi constatare simili verbali saette, anche nelle violenti conseguenze di alcune fra le loro vie di fatto più strette.

L’autore ha accettato la sfida, non scontata e nemmeno facile, di tradurre in un corpo editoriale organico la più completa rassegna possibile di quanto promette il titolo stesso del suo libro, pubblicato nella collana “Nel cassetto della memoria” diretta dall’editore Eugenio Massetti che ha scritto la prefazione all’opera ponendo la palla al centro dell’intera ricerca nell’alludere a quella sincerità, foriera anche di improvvide battute e di mesti improperi, per quanto grezzi, ma almeno veritieri, nel riscatto di una non sempre praticata forma diretta che svela l’esattezza di una predilezione o di una contestazione di virulenta ribellione, sbattuta in faccia all’interlocutore.

Quella ribellione che pure Costanzo Gatta sottolinea nella sua premessa al libro, nei termini di quanto a volte possa essere opportuna come misura contro l’ingiustizia e contro la sopraffazione, senza che per questo venga confusa in una gratuita espressione di quel gretto turpiloquio di cui il libro non ne vuole intessere alcun elogio.

L’autore, a ragione, non rinuncia allo stile aneddotico, contraddistinto dal racconto episodico gustosamente ispirato alle innumerevoli ramificazioni delle caratterialità, ancor prima che delle personalità dei protagonisti delle altrettanto sterminate vicende che sono oggetto dello studio attuato con taglio ragionato, in quanto calibrato al tema del libro proiettato al colorito ed inedito argomento trattato.

Tema che in circa duecentodieci pagine Costanzo Gatta affronta strategicamente in tre parti: nella prima risiede la varietà esponenziale della citazione in bresciano di un epiteto quindi nostrano, diluita in un mosaico d’affresco dalle differenti tonalità commisurate all’innesto delle situazioni consuete o desuete nelle quali ricorre, nella seconda si apre un palcoscenico mirabile, costituito da brevi interpretazioni, dalle più svariate ed insolite evoluzioni di fattuali combinazioni e di anche storiche contestualizzazioni dove si parte dall’avvenimento e non dall’improperio, per definire una tipica espressione di gergale esternazione, mentre nella terza sezione è il fascino arcano, riposto in leggende ed in storie popolari, a prestare il fianco all’arguzia dell’autore, per dipanare da esse la possibile rifrazione di una intuibile e sensibile espressione, colta a probabile rappresentazione di una sfumatura d’imprecazione, tra le righe non scritte del loro copione.

Il libro “Ma và a dà via…100 invettive in bresciano….. Gente mandata al diavolo…” intende, secondo l’autore, essere testimone anche di quelle situazioni nelle quali il moto verbale non ha voce, ma solo pensiero. Quando cioè la lingua si trattiene e non si dice l’innominabile all’innominato, in quei casi nei quali il rude frasario non è detto, perché interiormente trattenuto, o in quelle trame narrate, dove è pure taciuto, che però si ritiene quanto meno, a ragion dei fatti, essere stato almeno pensato, così come è nella natura del comune uomo svezzato.

A stabilire, con professionale precisione documentaristica, il terreno di ricaduta di tali contingenze, intrise d’emotive e di mordenti interferenze alle più pacate e formali attinenze, è l’elenco dei nomi dei personaggi coinvolti nei fatti descritti da Costanzo Gatta in un’ambientazione bresciana o interpretati da bresciani nei luoghi dove hanno squarciato quel momento con un loro colorito pronunciamento.

A quell’attimo pensava in generale anche il poeta Pietro Metastasio scrivendo nel dramma “L’eroe cinese”: “voce dal sen sfuggita, poi richiamar non vale: non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì…” e che lo stesso autore, maneggiando in letteratura un’ampia ed ideale campionatura di verace ed umana orditura, nell’opera “Ezio”, addiveniva ad una laconica verità spiegandola in “Qualche volta è virtù tacere il vero”.

I numerosi personaggi di Costanzo Gatta hanno invece parlato, così come in altre occasioni probabilmente hanno pure taciuto, attraverso quelle esternazioni verbali invece espresse a traccia utile per diversi approcci d’osservazione che del dialetto ne rendono la degustazione, mentre della suggestione storica ne rappresentano la particolare ambientazione e della dinamica sociologica ne testimoniano la specificazione nel tempo, all’interno di venature psicologiche e caratteriali di accattivante teatralizzazione.

Ne sortisce un panorama, fissato nella memoria scritta, che nel documentare le molte “maniere made in Brescia” per comunicare il concetto stesso del titolo del libro, esplorano l’animosità nel particolare di uno sdrammatizzante periodare, fra temi come l’insultare, il venire alle mani, lo spaventare, il reagire, il cercare le rogne, il parlare chiaro, diluiti nelle casistiche pure analizzate degli azzardi, delle bugie, delle beffe, delle burle, dei trucchi, dei contrasti, delle fesserie, delle feroci critiche, dei fastidi, delle proteste, delle vendette, degli imprevisti e dei coraggiosi adempimenti nella qualità dei quali si è, tra l’altro, probabilmente più visto il congetturare anche dei descritti curiosi espedienti e rimedi.