Brescia – “La figlia di Iorio”, tragedia in tre atti scritta da Gabriele D’Annunzio, aveva avuto come palcoscenico il manto erboso di uno dei declivi dell’area collinare compresa fra i perimetri de “Il Vittoriale degli Italiani” di Gardone Riviera durante il mese di settembre del 1927.

Ventisei anni prima che fosse ultimato nell’estate del 1953 il teatro dove tuttora persistono periodiche interpretazioni culturali, sotto il cielo aperto della bella stagione tra gli spazi interessati ad adornare gli ambienti esterni della prestigiosa residenza dannunziana, la rappresentazione teatrale era stata curata nella scenografia dall’architetto Gian Carlo Maroni (1893–1952), persona di fiducia del poeta che dal 1921 soggiornava nella località gardesana.

A fare memoria dell’avvenimento culturale, dedicato al noto lavoro frutto dell’ispirazione dell’illustre esponente della letteratura italiana, è l’incisivo contributo di un autorevole giornalista, all’epoca giovane cronista del “Corriere della Sera”, in quel tempo diretto da Ugo Ojetti (1871–1946), nella persona di Orio Vergani (1898–1960).

A trattenere nella fissità di un documento stampato e divulgato in un mezzo editoriale come è il giornale “Brescia: rassegna dell’ente provinciale per il turismo”, nel numero bimestrale, relativo al mese di marzo e di aprile del 1954, è la narrazione stessa proposta da Orio Vergani che nella pubblicazione, formato quaderno nella veste tipografica della testata di nicchia bresciana, aveva affidato a quei giorni quanto anche oggi, negli ormai rari esemplari attraverso i quali è reperibile, è possibile leggere in un interessante ventaglio di particolari, andando indietro nel tempo, nell’approdare tanto a quell’anno di edizione quanto al periodo precedente da cui ne scaturisce l’aderente trattazione.

L’articolo, dal titolo intriso da uno specifico accenno ai contenuti dell’accennata tragedia teatrale, presentandosi a tutta pagina con le parole inerenti al luogo della rappresentazione e ad un particolare di una sua confacente attribuzione scenica di “Sul poggio gardesano la casa di Aligi”, testimonia la partecipata sensibilità verso un tema non disgiunto da quello colto in relazione al suo autore, fra il corso andato di alcuni decenni di storia, a raffronto dei quali anche il piano contemporaneo dei frangenti intercorrenti offre opportunità di perduranti elementi coerenti con la radicata tradizione culturale del Vittoriale, verso la quale attesta conclamati termini congiungenti le varie iniziative che le sono conseguenti.

Indirizzato ad un’intervista con Gabriele D’Annunzio, in occasione dell’estemporanea interpretazione de “La figlia di Iorio” in programma all’interno del Vittoriale, nel punto “là dove oggi stanno i gironi di pietra del Mausoleo”, il giornalista Orio Vergani aveva percepito le personali sensazioni che il posto in generale gli destava, trasformandole poi in quelle evocazioni descritte emblematicamente nel testo: “Le porte della Prioria erano chiuse: le persiane chiuse: i balconi deserti. La casetta sembrava disabitata: e in verità, ogni volta che vi sono entrato, ho pensato che vi abitava forse solamente la Melanconia: la melanconia di un uomo che si era ormai lasciato alle spalle la Giovinezza tanto amata e la Poesia così fortunosamente e a volte prodigiosamente servita”.

Il poeta, in merito a “La figlia di Iorio”, volendo non ricordare ostentatamente il numero dei tre atti dei quali ne aveva strutturato le parti del copione, scherzava dicendo “mi dicono che il quarto atto sia il più bello…”, secondo un’affermazione che l’allora giovane intervistatore, ricordandola un quarto di secolo dopo, commentava scrivendo: “il gioco estremo di una melanconia che non poteva essere consolata nemmeno dalla gloria: la melanconia di un Poeta che, dalla sua clausura, non voleva quasi nemmeno affacciarsi al panorama del suo passato, ora che la stagione della poesia gli appariva chiusa in un aspro cerchio di delusione, di vecchiaia e di tristezza”.

A stanare Gabriele D’Annunzio, nella casuale coincidenza con l’abbozzo di una probabile fase impregnante l’incavo consesso di una sua ciclica risacca di umori che su di lui cucivano rispettivamente i ruoli, per se stesso da lui medesimo creati, di “Guerriero silenzioso, l’Orbo veggente, l’Eremita di Cargnacco, il Misello francescano”, Orio Vergani aveva usato il grimaldello di un’intervista, legata alla recita organizzata in un’insolita cornice di allestimento, per un avvenimento culturale di rilievo che è valso anche per un suggestivo riflesso d’avvicinamento all’animo umano espresso dall’uomo d’azione e di lettere che si prestava a parlare di se stesso.

Il ricordo sperimentato ed affidato all’articolo, esplicativo delle stagioni precorritrici la fama di un’affermazione dell’autore nel giornalismo, apre il sipario su quel contatto avvenuto fra i due personaggi, a svelamento dei retroscena di alcuni aspetti caratteristici sia dell’uno che dell’altro, tratteggiando un affresco di contesto, funzionale ad un esplicito ambito di curioso e di singolare circuito in reciproco innesto: “ed era accaduto che nel primo incontro io ero rimasto sempre zitto, un poco per la grande reverenza, e soprattutto perché aveva parlato sempre lui, senza interruzione, dalle cinque del pomeriggio alle quattro del mattino, e tra le tante sue parole ornate non mi ere riuscito di infilare la prosa miserella di un interrogativo da intervista”, vi scrive, tra l’altro Orio Vergani, nel comporre un guazzo biografico, a concentrato estratto di un lembo particolare, colto a strascico della vita del poeta verso il quale, pure riferendosi, seguitava con lo scrivere “in tono quasi di gioco aveva detto cose segretamente dolorose. “I giovani – aveva detto – mi dimenticano o fingono di dimenticarmi: un tempo essi mi mandavano tutti i libri loro. Adesso se voglio conoscerli, devo comprarli e me li faccio leggere, per risparmiare la fatica al mio unico occhio. Credi che essi lo sappiano? I giovani sono d’accordo con Croce nel considerarmi un orecchiante …..e tu sei di quelli!” Così dicendo maneggiava, con ironica minaccia, un pugnale. “Con questa lama – scrivilo! – ho lasciato ordine che, dopo morto, mi si recida l’orecchio, e che esso venga deposto sulla mia bara: dove lo si vedrà crescere in forma asinina, perché non sia smentito ciò che di me ha scritto Croce….”.

L’esternazione, sgorgata da un moto di avviluppante ruggine interiore, si rifaceva al datato contrasto con il filosofo e critico letterario Benedetto Croce (1866–1952) che aveva, fra l’altro, stroncato Gabriele D’Annunzio (1863–1938) come “l’artista del dilettantismo”, impietosamente contraddistinguendolo come “dilettante di sensazioni”, ed occupandosi specificatamente di lui in due saggi scritti rispettivamente nel 1903 e nel 1935.

Ambedue nati in Abruzzo, le schermaglie fra i due letterati si riversavano sul crine emotivo dell’intervista, rilasciata in occasione della proposta a Gardone Riviera del dramma pastorale “La figlia di Iorio”, pure ambientato in terra abruzzese, nell’ambito di alcuni espliciti pronunciamenti nei quali, all’intervistatore Orio Vergani, il poeta, anche un poco divertito del disorientamento prodotto nel suo interlocutore, pare avesse rincarato la dose delle sue doglianze nei termini descritti dall’articolo, approntato per la circostanza: “E lui insisteva: “Vedi? Anche tu taci perché dai ragione a Croce e mi guardi l’orecchio per vedere se cresce e s’allunga….”.

Sul filo di un’arguta ironia caricaturale e nell’atmosfera dell’arte dannunziana che “ha la decadenza e la morte nel contenuto morale e la rinascita e la vita nella forma estetica”, l’intervista che Orio Vergani rielabora, nel ricordarla sulle pagine del periodico “Brescia: rassegna dell’ente provinciale per il turismo” della primavera del 1954, si rivela anche negli affascinanti aspetti di un colloquiale itinerario fra gli spazi dei giardini del Vittoriale, nel corso del quale trapelano altre curiosità: “E, così, in piena notte, lui sempre parlando, io sempre tacendo, si era usciti nei giardini, e di qui si era saliti all’uliveto. C’era, in alto, una sottile falce di luna, ma i passaggi sotto gli alberi erano tenebrosi. Dietro a noi Maroni accendeva ogni tanto un cerino e all’improvviso le nostre ombre si stampavano lunghissime sulle zolle. Il mistero della notte era inquietante e opprimente fra quei sentieri e quelle arche, ripensando a quanto poche ore prima Maroni mi aveva detto: “Io ho servito D’Annunzio già in altre sette vite…mi sono reincarnato sette volte con lui e sempre l’ho servito. Una volta nel Seicento egli era un Califfo e io il suo scriba. Per punirmi di un piccolo errore ordinò mi venisse tagliata la testa con la scure….ma io sono tornato ogni volta con lui in ogni reincarnazione…”.

Nell’incalzante dinamica documentata dall’articolo narrante, accompagnati da Gian Carlo Maroni, autore, tra l’altro, delle maggiori architetture del Vittoriale, sia fra quelle adattate che fra quelle invece realizzate con l’avvento del poeta, Vergani e D’Annunzio si approssimano in seguito ad un ulteriore frammento di rivelazione dello spessore intrigante la natura stessa dell’intervista: “Giunti, un cerino dopo l’altro, allo spiazzo del colle – là dove stanno oggi i gironi di pietra del Mausoleo – D’Annunzio si fermò e sembrò stesse ascoltando il silenzio. Guardò nel buio, guardò fra gli ulivi sfioranti la luna. Disse: “…in questo campo reciteranno La figlia di Iorio, io ci vengo, ogni tanto alla notte, dopo che Lei è morta…”. Tacque ancora. Poi aggiunse: “Tu sai di chi parlo…”. Mosse qua e là alcuni passi. Maroni dietro, stava per accendere un altro cerino, perché il poeta non inciampasse fra i solchi o tra le radici degli ulivi più vicini: ma rimase con il cerino fra le dita. Senza strofinarlo sulla scatoletta. Io vengo qui ogni tanto, e due volte, sai, ho visto la Sua ombra, proprio lì dove sarà la casa di Mila. Ella, lo sai, doveva essere Mila; e per questo torna: e vorrebbe rimproverarmi: ma non mi rimprovera…ella era tanto più pietosa di me…”.

Con l’apparizione, nell’oscuro consesso notturno, della sospirata figura dell’attrice teatrale Eleonora Duse (1858–1924) alla quale sentimentalmente si riferiva D’Annunzio, la sequenza di quell’incontro si concludeva apprestandosi ad essere assorbita nei recessi più autentici dell’inviolato complesso monumentale del Vittoriale dove, in fronte al lago di Garda, giganteggiano retrostanti curve verdastre di ruvide colline, degradanti pure nelle reminiscenti memorie animate dai personaggi che vi sono rimasti impressi.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.