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La migrazione, avvenuta dal centro cittadino alla zona periferica di Mompiano, era individuata nella meta denominata Ronchettino. Nome, allora, associato all’ubicazione riferita alla sede principale del maggior nosocomio cittadino che, nella caratteristica base architettonica “a fiocco di neve”, è incominciata ad essere in uso a metà del Novecento, proprio sul finire del 1950. Anno che, per il tramite della stampa locale, è stato pure attraversato da una mediazione divulgativa, riservata a tale evento, che fissava in cronaca, i raggiunti progressi strutturali di un notevole investimento.

Avvenimento salutato dal “Giornale di Brescia” di domenica 10 dicembre nel, fra l’altro, pubblicare a proposito di quest’immissione in una prima parte dell’allora nuovo edificio che “(…) All’aria dei Ronchi, intanto, guariranno gli occhi dei nuovi ricoverati, saranno curate le malattie della pelle, l’otorinolaringoiatria avrà la sua bella sede, si udiranno i primi vagiti dei cittadini destinati a inaugurare uno degli ospedali più moderni d’Europa. (…)

A distanza di vari decenni, prevalgono ancora, fra le righe della stampa quotidiana, gli accenti umani che distanziano, in una peculiare definizione di specificità, l’imponente portata della solida architettura tuttora persistente, con le diverse figure a margine dei rispettivi appuntamenti inaugurali, avvenuti a graduale svelamento dei passi compiuti, per la definizione complessiva di quello che oggi corrisponde alla maggior espressione ricettiva dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale “Spedali Civili” di Brescia.

Nel caso della manifestazione, sviluppatasi a ridosso dell’epilogo del 1950, si distinguono, fra le altre personalità presenti, le varie suore Ancelle, nella fattispecie di quelle che, all’epoca, collaboravano, con i referenti sanitari del tempo, nelle attività di cura e di ricovero dell’ospedale, rappresentando un mandato valoriale, interpretato nel carisma ideale costitutivo della loro congregazione religiosa, che si rinnova tutt’oggi, nella missione di una forma di vita consacrata femminile dedita a simili finalità spirituali e filantropiche, inscindibilmente legate ad impostazioni di perseguite sollecitudini evangeliche.

La memoria, fatta anche di persone, nell’essere pure contraddistinta, cioè, dai protagonisti di quei frangenti, secondo l’edizione del “Giornale di Brescia” di sabato 9 dicembre 1950, andava ad annunciare l’inaugurazione, prevista per l’indomani, in omaggio all’inizio d’uso del primo padiglione ospedaliero, con l’invito che “Popolo ed autorità facciano festa, domenica, a questi “senatori” della solidarietà umana”.

In questa umanizzazione d’insieme, espressa nel riferirsi alle personalità apportatrici dei riferimenti propri dell’antica tradizione del “Civico Ospedale di Brescia”, si travasava il passato, in capo ad un invalso servizio di soccorso e di cura, nel presente, aprendo il futuro ad un corso incipiente, anche provvedendo a sottolineare l’esplicito riconoscimento a “cinque Ancelle della Carità: Suor Cristina da 39 anni sulla breccia (adesso è un poco affaticata e dura d’orecchio) fa la guardarobiera; suor Elisa, fine, sensibile e intelligente, svolge con bontà e delicatezza mansioni di ispettrice e tocca i 38 di presenza; suor Fedele continua ad essere l’angelo di sala 21, dove le degenze sono lunghe e avvilenti, e sta per varcare i 34 di servizio; suor Placida da oltre 33 è la luce e il conforto di tante donne sventurate, ospiti di sala 23 (il reparto dermoceltico); mentre suor Anna – bergamasca d’origine, le altre sono bresciane – continua con eroismo e carità la sua cristiana e civile missione, presso gli infettivi coi quali divide pene e speranze da 31 anni”.

Era la medesima circostanza durante la quale si provvedeva a murare una pergamena, realizzata sullo stile degli antichi manoscritti, nelle fondamenta della chiesa, poi centralmente eretta nel cuore dell’edificio ospedaliero, descritto con pianta a “forma stellare inscritto in un cerchio di mezzo chilometro di diametro”, nel caratterizzare la manifestazione inaugurale dedicata a quanto era già terminato, dando anche ulteriore significato di slancio, nell’accompagnare la prosecuzione dei lavori ancora da effettuare.

La pergamena, riccamente adornata da abbellimenti grafici, corrispondeva, anche nella scrittura, al tenore delle occasioni ufficiali, contestualizzando solennemente il tempo della propria redazione, nell’esplicitare l’anno santo, come, per l’appunto, era il 1950, e riferendosi alla cattedra di San Pietro occupata da Pio XII, in un’ispirazione verso il culto divino che era correlata anche da quella sensibilità artistica che sarebbe stata, in seguito, pure manifestata dal contributo espresso, sul posto, da parte di alcuni artisti come, ad esempio, Oscar di Prata (1910 – 2006), autore di diversi manufatti presenti nella chiesa dello stesso Ospedale Civile.

Come in una sorta di intreccio contemperato in altri percorsi, a loro volta, intessuti in una storia più vasta, nell’interessante ambito di quei richiami d’attenzione, rivolti agli sviluppi dell’edificazione del nosocomio, questo pittore bresciano era già parte della cronaca accolta nella stessa pagina del locale mezzo d’informazione di domenica 10 dicembre, nel documentare la sua partecipazione ad una concomitante iniziativa espositiva, insieme ad un altro artista, pure affidato al lascito di una consapevole memoria culturale collettiva: “Alla mostra nazionale di pittura e scultura del “Fondo Matteotti” inaugurata ieri a Milano, nel ridotto della Scala, alla presenza delle autorità cittadine, insieme a De Chirico, Morandi e Sironi e ai migliori artisti contemporanei rappresentativi di ogni tendenza, partecipano i pittori bresciani Oscar Di Prata e Augusto Ghelfi. L’esposizione è stata realizzata solo per inviti”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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