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Quelli dominanti ed i loro satelliti. L’allora ospedale maggiore di Brescia, ora Spedali Civili e le altre realtà ospedaliere presenti, invece, in provincia, come quella di Leno.

Sergio Onger, presidente dell’Ateneo di Brescia, spiega l’assetto pregresso della rete dei luoghi di ricovero e di cura, sparsi fra capoluogo e territorio bresciano, nel rispettivo avvicendarsi dell’epoca napoleonica, asburgica e sabauda, sviluppandone la descrizione, attraverso uno specifico dossier affidato alla veste editoriale del periodico “Civiltà Bresciana”, nella quarta pubblicazione del suo undicesimo anno di edizione.

Mariella Annibale Marchina, già qualificato funzionario presso l’Archivio di Stato di Brescia, concorre a tale interessante disamina storica, per la parte testualmente afferente “L’Ospedale Maggiore di Brescia: notizie su alcuni benefattori di origine gussaghese”.

Nelle molteplici sfaccettature del tema, fra questi ultimi filantropi, nel ruolo di sostenitori delle risorse strutturali e professionali, all’epoca disponibili, per quanto fosse assimilabile all’odierno concetto indicativo di un organizzato servizio sanitario, a carattere di un ambito ospedaliero promosso in una concomitante impronta sociale, anche quella specificità familiare che, nella figura della “Nobile famiglia Sala fiduciaria del monastero di Santa Giulia e del monastero di san Benedetto di Leno, fu una delle più antiche stirpi di origine longobarda. Le sue origini certe sono riscontrabili attraverso i diplomi imperiali, le bolle pontifice e le pergamene di questi cenobi benedettini, da alcuni decenni oggetto di studi e di pubblicazioni da parte di insigni accademici. (…)”.

Leno, ancora, appare in questo articolato e bipartito dossier, per via di una serie di appropriate e di puntuali citazioni, come nel caso della motivata evocazione correlata al compenetrarsi, nelle ormai perdute vicende ospedaliere, dell’insorgenza di peculiari affezioni, documentate, fra l’altro, nello specificare che “(…) Ogni volta i flagelli epidemici imposero, all’attenzione della pubblica opinione, l’emergenza sanitaria e indirizzarono molti lasciti verso i nosocomi. I casi di Manerbio, Montichiari, Travagliato e Leno, dove si era avviata fin dal 1821 la macchina burocratica per chiedere l’autorizzazione governativa, si inscrivono perfettamente nel quadro delineato. Questi ospedali che entrarono in funzione subito dopo l’epidemia di colore del 1836, sono tutti collocati in grossi borghi della Bassa dove più diffusa era l’endemia pellagrosa. (…)”.

Quanti erano gli ospedali nel bresciano, lungo l’evolversi della prima metà del diciannovesimo secolo? Nel puntualizzarne l’evoluzione, fra certi estremi temporali di periodi diversi, ma mai disgiunti fra loro, negli snodi consequenziali che li vedevano connessi, la dotta analisi riportata in questo studio editoriale propende, in tal senso, per il fatto che “(…) Nel 1844 gli ospedali sul territorio, escluso il capoluogo, erano saliti a 17, su 70 esistenti in Lombardia. Dopo la provincia di Bergamo, con 21 ospedali, Brescia era al secondo posto, distanziando di molto Mantova, al terzo post, con 9. In una statistica di poco successiva, risultava che su 88 ospedali, censiti nella regione, 18 erano in provincia di Brescia. (…)”.

In questa documentata rosa di funzionali sedi ospedaliere, oltre al cosidetto “Ospedale Maggiore” di Brescia, a sua volta, per chi non lo sapesse, “trasferito nel 1847 nel monastero di san Domenico”, ricalcando, nel capoluogo cittadino, alcuni ingenti ambienti d’altra originaria natura, si profila, in altro contesto, anche il nosocomio lenese, documentato, insieme ad altri, fra queste pagine, attente alla sanità locale d’altri tempi, pure a motivo di una significativa precisazione, in ordine alla riscontrata incidenza delle malattie sorte fra la popolazione, rispetto, cioè, alla loro zona di diffusione: “(…) Le patologie ricorrenti erano diverse tra popolazione urbana e popolazione rurale. Come risulta dai dati sulla sezione femminile dell’Ospedale Civile di Brescia, tra gli abitanti della città più frequenti erano quelle dell’apparato gastro-intestinale (29,1 per cento) e respiratorio (26 per cento); l’utenza contadina, invece, era particolarmente colpita dalla pellagra (46,2 per cento). La percentuale dei degenti per malaria è destinata a salire, se riferita agli ospedali della Bassa dove, tra paludi, marcite e risaie, questa endemia trovava un ambiente di elezione particolarmente adatto: il 20,1 per cento all’ospedale di Orzinuovi, il 18,7 in quello di Remedello, il 15,5 a Leno, il 13, 6 a Gottolengo. (…)”.

Una importante sottolineatura anche al personale, medico ed infermieristico, di quegli anni lontani, caratterizzati, pure, dallo strutturarsi, ad affetto, di una sintesi militare e politica degli ideali nazionali, riguardo le mire di una ricollocazione della storia ripensata entro ridisegnati ambiti statali, pare, qui, riguardare, fra l’altro, il sottolineare che: “(…) Insufficiente di giorno, nelle ore notturne il personale mancava del tutto in molti ospedali, come a Orzinuovi nel 1827 o diminuiva in modo preoccupante, come negli ospedali della città. Come sorprendersi allora se, nel 1840, proprio nel maggiore ospedale provinciale si verificasse il peggio: “In questi spedali successe un grave inconveniente, causato dalla somministrazione a vari malati d’una sostanza venefica in luogo del succo (…) che solevasi somministrare agli scorbutici. In conseguenza di questo sgraziato accidente, imputabile ad arbitrio ed negligenza di un facchino addetto alla farmacia del Luogo pio, tre individui dovettero soccombere, mentre gli altri furono salvati, mercè i soccorsi dell’arte medica”. A porre un argine ai disordini, come questi, fu l’ingresso sempre più massiccio negli ospedali bresciani delle suore ospedaliere che si dimostrarono il più efficace sistema di controllo sugli infermieri, del resto solo una delle molte conseguenze che questa nuova presenza ebbe nella gestione dei nosocomi. (…)”.

Un innesto, fra il carisma delle religiose, fra le quali, in via maggiore, quelle della “Congregazione delle Suore Ancelle della Carità di Santa Maria Crocifissa di Rosa” ed uno storico ambito d’intervento ospedaliero dove poter loro esercitare un quotidiano servizio di sollecitudine cristiana verso il prossimo, che sembra si accompagnasse, in una comprensibile conclusione ancora attuale, anche alle risoluzioni dell’epoca, circa il rimarcare da parte delle competenti autorità del settore che, nel reclutamento di nuovo personale per gli ospedali, si andasse a cercare di privilegiare una scelta fatta “(…) tra persone più filantropiche. (…)”.

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