Brescia – Nel 1930 si chiamava “Concorso osterie”, mentre, fatte le debite distinzioni, un’analoga iniziativa che pare ripercorrerne i passi è presentata, una manciata di decenni dopo, da quanto riguarda “Il ristorante dell’estate 2013 – Vota il tuo ristorante dell’estate di Brescia e Provincia”, secondo i termini proposti dal “Il Giornale di Brescia”.

All’inizio degli anni Trenta, l’allora quotidiano “Il Popolo di Brescia”, aveva promosso una singolare manifestazione d’indagine e di valorizzazione delle osterie del capoluogo e del territorio, consistente in un’aperta mappatura di valutazione concernente i luoghi di mescita e di ristorazione maggiormente considerati da apposite giurie preposte, nelle corrispondenti caratteristiche contestuali al corso della loro assodata e diffusa tradizione ed al piglio intrapreso di una coerente innovazione, intesa fra più aspetti convergenti, distribuiti fra qualità di prodotti e di ambienti e pure fra attrattive culturali, scorte nella possibilità di apporti artistici compatibilmente confacenti, come nel caso di mostre d’arte che potevano esservi allestite negli spazi interni.

Quella tradizione che, immersa nel circuito popolare del tessuto sociale di ogni epoca susseguitasi nel corso della storia delle rispettive comunità d’appartenenza, aveva ispirato nel 1930 i referenti della testata d’informazione locale a mettere in atto quanto, il 25 ottobre di quello stesso anno, riceveva il ragionato plauso del giornale nazionale “Il Popolo d’Italia”: “L’idea del Popolo di Brescia di bandire un concorso per la rinascita dell’osteria è stata un’idea lieta; e la pronta adesione del Sottosegretariato all’Agricoltura e Foreste, del Presidente della Federazione delle comunità artigiane e del Presidente del Touring affida del successo dell’iniziativa di quegli animosi giornalisti bresciani che non hanno paura di essere retrogradi e incivili in mezzo a tanto infuriar di venti transatlantici e cosmopoliti. In verità questa che era una delle istituzioni più pittorescamente, più saporitamente nostrane stava scomparendo. O era degenerata nel luogo che l’igiene e l’incolumità personale consigliano di evitare. Sopravvive sotto l’insegna delle osterie qualcosa di mezzo tra l’albergo incomodo e il covo inospitale, un ibridismo di colori troppo accesi e di tinte smorte: un ritrovo che ha perduto la grazia rustica e non ha ancora trovato l’eleganza cittadina che vuol darsi delle arie di mondanità che aspira a delle pretensioni, a delle ostentazioni di un lusso ambiguo; o cade sciaguratamente nel lercio”.

Date le premesse di una serie di considerazioni contestualizzanti l’insieme di una certa specificità alla quale si andava a parare, attraverso la motivata critica di una significativa prerogativa di sollecitudine culturale, riversata su un diffuso piano d’intesa applicato ad una osservazione sociale, l’obbiettivo di una propositiva rivisitazione del settore legato a questi pubblici esercizi si dettagliava nel pronunciamento lanciato verso la ricerca del fare in modo di addivenire al ritratto ideale che in un certo pensiero trovava la sua forma plurale, fra le diverse componenti che si riteneva potessero contribuirvi per un rinnovamento sostanziale: “Il conflitto tra le smanie stracittadine, o semplicemente cittadine, ed il paesanismo si risolverà con la vittoria di chi avrà saputo tenersi più vicino agli approvvigionamenti famigliari, di chi non avrà rotto i collegamenti con le virtù native. Anche in arte, anche in letteratura, dopo gli assaggi ed i sondaggi, sempre lodevoli ed utili, dopo le esplorazioni ardimentose delle pattuglie di punta, si tornerà ai filoni d’oro della tradizione, alle dolci, chiare e fresche acque del proprio paese. Si tornerà all’osteria dove la biancheria da letto senta di sapone e il pane odori di grano e di forno, dove si spilli alla botte il vino della propria vigna e sulla mensa fiorisca un giardino di sedani e di ravanelli; all’osteria che abbia il gioco delle bocce per i meriggi di sole invernale ed il gran camino crepitante per le notti di pioggia e di rovaio (vento che soffia da nord, tramontana n.d.t.)”.

Alla scoperta di un senso non estraneo alle radici caratterizzanti le invalse tipicità proprie della cucina nostrana, dell’attività di somministrazione delle bevande e delle spesso concomitanti opportunità ricettive dei luoghi in questione, nel caso di osterie organizzate fra offerte di ristorazione ed opportunità alberghiere, il direttore del giornale “Il Popolo di Brescia” del 29 ottobre 1930 rispondeva al citato contributo giornalistico, apparso fra le pagine dell’allora organo d’informazione nazionale de “Il Popolo d’Italia” con la firma di un non meglio identificato “Rustico”, scrivendo, tra l’altro, che l’iniziativa del “Concorso osterie” avesse come sfondo quanto spiegato nell’affermazione che “Si tratta di risolvere dei problemi economici legati ad una produzione quale il vino che nella nostra economia è una delle fondamentali; ed al turismo intorno al quale si continua a scrivere molto ed a concludere poco”.

Una precisazione che alludeva anche al proposito di focalizzare una realtà d’incontro, vissuta nell’intreccio dipanato fra relazioni sociali ed economia di commercio e di servizi, che, per rilanciare il proprio ruolo, non cedesse a discutibili mode passeggere, ed al tempo stesso non si incanalasse in una sorta di abbrutimento a causa di quei controversi aspetti che ne potevano affossare la sinergica complessità del proprio potenziale di azione, sottoposto al rischio dell’immobilismo di un datato patrimonio su cui gravavano alcuni migliorabili elementi di rilevabile espressione.

Sul profilo di questa impegnata riflessione pare si manifestasse anche una precoce considerazione sposabile a quanto tuttora, in tema di un frenetico stile di vita pervaso dalla tecnologia, già allora si riscontrava nella percepibile manifestazione di un’incalzante modernizzazione, recante all’uomo il nesso per una parallela considerazione, utile per una propria reinterpretata attribuzione, che per le parole usate dal citato Rustico per “Il Popolo d’Italia” ponevano l’accento su romantici sentimenti protesi ad auspicare un mondo più a misura d’uomo che non invece prossimo ad essere usurpato dalle macchine: ”La corsa furibonda alla meccanicità della nostra vita ha raggiunto l’apice del parossismo. Ad ogni salita segue una discesa e si può dire che questo punto comincia con la china. Toccato il vertice tutte le parabole calano e non c’è grande fenomeno o piccolo, individuale o collettivo, che si sottragga alla legge senza eccezioni. Già sentiamo, o presentiamo, che il ritmo dell’affanno si placa, che la gara rabbiosa al più rapido, al più violento, al più colossale, al più automatico modera la sua foga. I giganti d’argilla si sgretolano. La grande giornata della civiltà meccanica e bancaria, trascorso il meriggio, volgerà rapidamente al suo tramonto”.

Il regolamento del “Concorso osterie”, singolarmente ideato in salsa bresciana, trovava una formale e dettagliata presentazione attraverso la diffusione che se ne dava per il tramite della sua divulgazione, affidata all’edizione de “Il Popolo di Brescia” di giovedì 20 novembre 1930, anno Nono dell’era Fascista, nella quale si precisava, fra altri aspetti cardine, l’orientamento di dividere in tre le adesioni dei partecipanti: “Le categorie previste sono tre: la prima per i nuovi; la seconda per gli esercizi riformati con opere murarie; soffitti, pavimenti, verande e latrine; la terza per quelli sistemati, cioè con una radicale pulizia senza fare opere murarie, ma solamente con tinteggiature o con aggiunte (giardinetti, pergole, insegne, giochi di bocce etc..)”.

Da questo aspetto sembra apparire evidente quanto al concorso riservato alle osterie della città e della provincia di Brescia si sottintendesse la concreta sollecitazione ad un impegno attinente una coerente compartecipazione nel quadro di un intento riformatore e non tanto il semplice sottoporsi al capriccio dei gusti di uno spettro di valutazione, magari dei clienti, per ciò che era già sperimentabile secondo una preesistente connotazione: “Non è detto che anche i privati non imparino a rendere più bella la loro casa. A questo proposito dobbiamo aggiungere che l’osteria da noi voluta deve costituire un ambiente schiettamente famigliare”, si specificava dalle colonne del giornale che riferiva gli estremi dell’iniziativa evidenziando fosse affidata a tre commissioni ispettive, rispettivamente composte da un artista, da “un buongustaio che potrà essere un cuoco”, da un delegato della “Comunità artigiana” e da “un delegato per l’Ente Turistico provinciale”, anche per la “Federazione provinciale dei Commercianti”.

La partecipazione al concorso era gratuita. Gli osti ed i ristoratori si potevano iscrivere fino al 31 dicembre 1930. Il risultato delle classifiche era previsto per il primo luglio 1931, secondo una stesura di qualificazione che ne paramentrava le caratteristiche, in ordine ad alcuni espliciti e conclamati punteggi che, nel corrispondere ad una serie di determinazioni, mettevano in risalto gli elementi delle loro tipiche espressioni: cinquanta punti per cucina (cibi), ambiente generale e pulizia, come pure per l’arredamento e per le “adiacenze”, intese come “veranda, gioco di bocce, pergola etcc..”; trenta punti per la qualità del vino e per l’igiene e così pure per il servizio, mentre, fra le altre valutazioni, venti punti erano riservati al tipo di insegna utilizzata per il locale.

Come documenta l’Enciclopedia Bresciana di Mons. Antonio Fappani, il concorso, per cui, secondo la precisazione a suo tempo data dallo stesso giornale organizzatore, i premi erano annunciati sia in denaro che in “medaglie e diplomi del Ministero dell’Agricoltura, del Touring Club, dell’Enit (Federazione Nazionale Fascista Alberghi e Turismo), della Federazione Nazionale Fascista commercio enologico e oleario e altre”, aveva permesso di constatare: “Tra le osterie nuove risultate di Prima categoria è quella di Treponti appena costruita da Antonio Baga su progetto dell’architetto Tombola. Si segnalano in città l’osteria Eden, Al Busilì di Aldina Maffeis, Al Ponticello, Al Leoncino, di via Pusterla di proprietà Guizzi, Alle Bionde in via De Amicis, di Fantoni e Mazzarini, Al Giardino in via Lunardini di proprietà Mattanza, ed al Nuovo Paradiso, nella stessa via, Al Gas, in via Moretto. Nel concorso del 1931 vinsero per la Prima categoria (Esercizi nuovi) l’Aria Valtrumplina a Sant’Eustacchio e la Bottega del Vino di Antonio Baga a Virle Treponti. Per gli Esercizi trasformati con opere murarie ottennero premi la Scaiola di Santo Baga a Nuvolera, la Colomba di Augusto Vasini di Coniolo, il Busilì di Aldina Maffeis di via San Faustino, l’Azzurro di Giuseppe Dalò di Limone del Garda e Il Marinaio di Giovanni Lizieri di Sirmione. Fra le osterie abbellite o sistemate vennero premiate le Quattro Rose di Cateina Manfredotti di Rovato, il Cantinone di Elisbano Savoldi di Pontevico, L’Antica Trattoria al Melone di Domenica Motturini di Villanuova sul Clisi. Ebbero inoltre riconoscimenti le osterie Al Bertola di Cazzago San Martino, Del Sole e Al Gallo di Clusane, La Scaletta di Francesco Colombi di Capriolo, L’Isolabella di Preseglie, La Bertella di Sabbio Chiese, L’Alpino di Treviso Bresciano, Alla Colomba di Polpenazze, La Stella di Carpendolo, La Scaletta di Giovanni Pelizzari di Cimmo di Tavernole”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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