La domenica non si lavora. Una sollevazione popolare aveva indotto il datore di lavoro a desistere dall’impiegare quella manodopera che, nel giorno festivo, era stata di fatto rivendicata da una palese rimostranza clericale, in una sorta di sommossa organizzata.

In pratica, era la santificazione della festa, quale appello proprio del Terzo, fra i noti dieci comandamenti, a doversi fare rispettare.

Il fatto curioso, anche alla luce dell’odierna tendenza alla diffusione del lavoro festivo che, qua e là, a volte, appare ancora accompagnata, in certi sporadici casi, da riflessioni e vertenze circa l’appropriatezza o meno di eludere la consegna del riposo settimanale, derivante da un residuo retaggio collettivo, era, a suo tempo, accaduto a Volta Mantovana, in quel periodo, facente parte, come pure l’analoga località conterranea di Castiglione delle Stiviere, della provincia di Brescia.

Era il 25 giugno 1862 per i lettori de “La Sentinella Bresciana”, ma questo accaduto risaliva a una quindicina di giorni prima, come si legge fra le notizie di quel giorno, trovandovi precisato che “Il giorno 9 a Volta un proprietario di una filanda ebbe a far lavorare i propri operai per urgenza sebbene di domenica, ma dopo la messa parrocchiale.

Alcuni malevoli procurarono spargere voci di sacrilegio eccitando la popolazione a reagire; essa, infatti, cominciò a gridare allo scandalo.

Il parroco Brescianini, in luogo di calmare la popolazione, vi si mise a capo e la condusse alla filanda, ingiungendo al di lui agente di desistere dal lavoro; alla risposta negativa, il parroco lasciava un 400 persone colà radunate e minacciose proferendo chiaramente le seguenti parole “Il resto lo farà il popolo”.

Il sindaco del luogo pensò saggiamente di scrivere un foglietto al proprietario affinchè desistesse dal lavoro, onde calmare il popolo, il che fu fatto tosto, e così ritornava la quiete in paese”.

Il corso di quell’estate avrebbe rappresentato altri motivi di attenzione, esercitati in una pubblica condivisione, perché il tema del lavoro risultasse, in qualche modo, correlato ad aspetti utili a promuoverne il nesso con la realtà locale, presa in considerazione, perché vi intercorresse un ritorno di ulteriore significato, funzionale a darne un ritratto rimarchevole di una data attestazione, a sua volta, significativa di una serie di aspetti evocativi di una asseverata tradizione, come nel caso della notizia del 24 luglio seguente che, il medesimo giornale, circostanziava, fra l’altro, dando esempio di quella famosa vocazione armiera che, di tutto un territorio bresciano, si esplica, tuttora, a definizione: “Dal gabinetto particolare di Sua Maestà venne, in data, del 12 luglio diretta la seguente onorifica lettera al signor Marco Cominazzi, artefice della fabbrica d’armi di Gardone: “Stimatissimo signore, Sua Maestà ha ricevuto a suo tempo il di lei opuscoletto: Cenni sulla fabbrica d’armi in Gardone, e fu lieta di osservare come il di lei patriottismo sia stato d’eccitamento a scrivere interessanti notizie storiche su di quell’utile Stabilimento. Grata pertanto la Maestà Sovrana al cortese omaggio che la Signoria Vostra stimatissima volle fargliene di parecchi esemplari, si è degnata incaricarmi di porgergliene le dovute grazie, al che, mentre soddisfo con premura, ho il piacere di aggiungervi gli atti della mia perfetta stima. Il ministro della Real Casa, Nigra”.

Il destreggiarsi laborioso, fra più competenze professionali, pare avesse comportato, in quell’anno, anche la partecipazione di un gruppo di imprenditori bresciani alla “Grande Esposizione di Londra”, quale manifestazione internazionale, atta a promuovere le più disparate attività, individuate a suffragato motivo di riconosciute eccellenze imprenditoriali, in modo che, anche un’informazione locale tratteggiasse, dei relativi esponenti coinvolti, la rispettiva corrispondenza di uno svelamento particolare, a conclamato risalto di una elogiata maestria, certamente pure colta in virtù di una comune appartenenza territoriale, come, nell’edizione del giornale, alla data del 17 luglio 1862, si precisava: “Espositori premiati della città e provincia di Brescia all’esposizione internazionale di Londra. Damioli Silvio, Pisogne – per ferro di buona qualità. Ferrata e Vitale di Brescia – qualità e notevole produzione di pietre da macina. Paris Micheloni e Premoli, fabbrica Sociale, – bontà delle canne da schioppi. Lualdi E. Brescia – Cotone filato di ottima qualità. Franchi fratelli Brescia – Seta greggia e lavorata, perfezione e bellezza del lavoro. Menzioni onorevoli: Cominazzi M. di Gardone – bontà e basso prezzo delle sue canne. Beretta fratelli di Limone – seta greggia. Rusconi A. di Breno – Vomeri. Rota Antonio di Chiari – Seta greggia. Ambrogio Giuseppe, Brescia – Intaglio in legno. Regia Manifattura di Castiglione delle Stiviere – Tabacchi e sigari”.

Oltre alle parole, un effettivo riconoscimento premiale si era strutturato nell’iniziativa che l’Ateneo di Brescia, storica e perdurante istituzione culturale cittadina, aveva adottato lungo quell’estate stessa, per additare, ad esemplare effetto, il pregresso lavoro intellettuale, svolto da varie personalità locali, a proposito delle più disparate materie, certamente a vasto interesse generale, e pure implicite a qualificate competenze di studio sulle questioni più disparate, dandone menzione, nel modo in cui tale loro contributo è documentato, fra le pagine dell’allora quotidiano bresciano, il 24 agosto seguente: “(…) Si aggiudicarono i premi accademici del 1860 e vennero conferite: la medaglia d’oro del valore di lire 100 al sig. Lodovico Balardini per il suo lavoro “Sull’igiene dell’agricoltura e sulla pellagra”. Altra medaglia d’oro del valore pure di lire 100 al signor Tommaso Castellini, per la sua “Illustrazione del Palazzo Municipale di Brescia detto la Loggia”.

Altra grande medaglia d’argento al sig. prof. Paolo Lanfossi, per i suoi studi sopra alcune “Emberesi e sui crocieri a doppia fascia ed intorno ad alcuni pigliamosche”.

La grande medaglia d’argento al sig. dr. Angelo Monà, pel suo lavoro sul governo delle api.

Vennero poi date menzioni onorevoli: al nobile sig. Filippo Ugoni, per la sua “Guida al governo rappresentativo”; al nobile sig. Paolo Gorno per i suoi studi sul cholera e per altri lavori riguardanti l’elettricità; al cav. sig. dottor Felice Benedini per suo lavoro medico – storico “Sul Cholera di Brescia che infuriò nel 1855”.