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Un prete avverso ai comunisti. Non è la storia di don Camillo e Peppone, ma è una pagina di cronaca finita in prima pagina sull’edizione di “Bresciaoggi” del 17 settembre 1977, rispetto a quel che riguarda Padernello, storica frazione di Borgo San Giacomo.

Anni prima che tale nota località della Bassa Bresciana, si conformasse, in tutto e per tutto, al suo turrito castello, secondo il contestuale rimbalzo di un’immagine pittoresca stemperata in assonanza con la pure antica osteria “Aquila Rossa”, pare ci fosse, ai tempi, di che misurarsi, tra parti contrapposte, lontano dal contesto “agrituristico” dell’attuale ed ormai acquisita patente di una titolarità attrattiva, raggiunta nell’empireo di un accreditamento culturalmente subentrato in loco, grazie all’azione dei protagonisti di un formidabile avvicendamento di fama e di sostanza, riscattata con tanto di omonima fondazione, a rovescio del patito incombere di anni ed anni di languore.

Intanto, stando a questi anni pregressi, rispetto al presente avviato verso rinverdite opportunità per il luogo che ha riavuto quel tono con cui cadenzare nuove melodie, dal pulpito, pare, che si levassero invettive contro le maggioritarie percentuali comuniste, allora rilevabili tra la pur esigua popolazione locale.

Un non meglio precisato “g.l.” siglava l’articolo del giornale, testualmente pubblicato con il titolo “Don Federico ha dichiarato guerra a tutti i comunisti”.

L’enciclopedia bresciana, alla voce “Padernello” svela di quale sacerdote si trattasse, cogliendo, nel bel mezzo di quegli anni, la referenza ecclesiastica del posto, specificata in capo al tal don Federico Bertola di Torbiato, preposto alla cura d’anime, in tale sede, dal 1969 al 1984.

Stando alla stessa fonte che, però, non si dilunga in particolari relativi a diatribe politiche, la storia di quegli anni Settanta si poneva prossima al capitolo degli avvenimenti per i quali “(…) Il Secondo Dopoguerra fu segnato da nuove lotte contadine e da gravi difficoltà economico-sociali che si allentarono solo alla fine degli anni Cinquanta, quando l’esodo dalla campagne sembrò segnare il declino del borgo, accompagnato al degrado del castello, sempre meno frequentato, delle abitazioni e delle campagne. Si successero anni di progressivo abbandono che sembrò segnare la fine di Padernello. (…)”.

In coda a questi fragenti, sembra porsi il disincantato affresco, immortalato nello scritto giornalistico di quella tarda estate del 1977, sul quotidiano locale accennato, alternativo al più editorialmente datato “Giornale di Brescia”, essendo che, fra l’altro, vi si leggeva che “(…) In seguito alle lotte contadine degli anni ’50 (un’intera compagnia di militari occupò per diversi giorni Padernello a difesa degli agrari) è iniziato l’esodo verso “la cintura” industriale milanese. I primi ad andarsene furono i lavoratori dei campi, più impegnati sindacalmente, poi il paese si è lentamente, inesorabilmente, spopolato. E questa tendenza emorragica continua. Le tradizioni di lotta e di democrazia hanno messo però radici profonde nella frazione, e, ad ogni consultazione elettorale, ne abbiamo conferma. Il 20 giugno Padernello, rara mosca rossa nella bianca Bassa, ha superato ogni previsione: 60 per cento al PCI, 12 per cento al PSI, 6 per cento a DP. (…)”.

A sfondo di tutto ciò, emergeva il dato di fatto che il castello, a cui deve tanta notorietà questo scampolo di pianura bresciana, fosse inteso come simbolo del padronato, ossia dei menzionati “agrari”, altro che della sterzata onirica e concettualmente culturale, intrisa pure da un oggettivo mandato di conservazione a sollecitudine di un effettivo bene patrimoniale, che si sarebbe, poi, avviata, nel correlato recupero del maniero stesso, insieme alla volonterosa celebrazione di un retaggio storico particolare.

In quei giorni, al prete che pare tuonasse dal pulpito della chiesa locale contro i “rossi”, a ragion veduta ritenuti non pochi, nella dinamica circostante, attraversata dalle idee caldeggiate ed allora in voga, era stato pubblicamente risposto, mediante la divulgazione di un volantino, redatto da un gruppo di giovani, che “(…) Per noi il Comunismo è un grande movimento di lavoratori, uomini, donne, ragazzi, anziani, etc, che si organizzano per difendere e migliorare le proprie condizioni di vita cioè vogliono che tutti i lavoratori abbiano una casa decente, un lavoro dignitoso, che tutti possano andare a scuola, che non si vada in pensione con due soldi e vogliono, soprattutto, essere trattati da esseri umani e non da pezze da piede, come i padroni vorrebbero. Se il nostro prete non è d’accordo con queste cose, ci spiace, ma stà dall’altra parte”.

Per l’altro, in nera veste talare, niente da fare: “(…) basta guardare la storia, solo il cristianesimo ha sollevato le classi povere”.

“Messo” dall’altra parte, il sacerdote in questione, aveva ispirato tale presa di posizione, senza aver prima perso occasione di scagliarsi, anche nelle sue omelie espresse nella chiesa di Padernello, contro gli emuli di tale dottrinaria via di rivendicazione, se, stando al contenuto di questo articolo, sopravvissuto alla data della sua edizione, aveva pure “(…) diffuso un ciclostilato ove riassumeva le sue opinioni anticomuniste”.

Una sorta di crociata, come ritenuta dall’estensore di questo pezzo di cronaca paesana, nella quale si potevano riscontrare alcuni contorni dell’opera letteraria “Mondo Piccolo – Don Camillo” di Giovannino Guareschi, ambientata su altra pezza della medesima pianura, ma osservata al di là del grande fiume padano, dove forse non vi erano, fra l’altro, stati estranei gli accenti riguardo l’aver magari inteso sentenziare che “(…) il comunismo è un male, perché propaganda l’ateismo ed il materialismo, avvelenando molta gioventù. Inoltre, il comunismo per attuare i suoi piani si serve di tutti i mezzi senza distinzione di moralità, per raggiungere più facilmente il suo scopo corrode i costumi, facendo crollare la barriera del pudore, servendosi del cinematografo, ricorre alla menzogna, svisando realtà e mistificando avvenimenti, proiettando con tattica sempre aggiornata false notizie incomplete in modo che l’uomo, poco accorto, non sa rendersi conto della precisa situazione (…)”.