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Brescia – Nel 1951 e nel 1952, alcuni aspetti colti a particolare sfondo ed a diretto incontro con Padre Pio trapelavano rispettivamente dalle pagine del “Giornale di Brescia”, concorrendo a testimoniare quanto la sua figura fosse conclamata anche in quegli stessi anni in una chiara fama, pure per una divulgazione assimilata ad una corrispondenza espressa in quell’ambito locale a cui era specificatamente rapportata.

In pratica, come fosse presentato Padre Pio (1887–1968) ai lettori bresciani e come alcuni fra gli stessi ne avessero fatto una mirata esperienza, sia per il tramite di un pellegrinaggio, che attraverso l’elaborazione giornalistica per un’iniziativa d’approfondimento emanata da una sollecitudine verso il tema, è materia riscontrabile in un paio di contributi di stampa, apparsi nelle estati delle due diverse annate accennate, che indugiavano sulla figura del frate e dei luoghi d’interesse ai quali erano dedicati.

In un caso, apparso fra le pagine del quotidiano giovedì 6 settembre 1951, si trattava di un’attenta serie di considerazioni espresse a sintesi della pellegrinante trasferta di don Francesco Gallizioli, effettuata con qualche fedele al seguito, da Sulzano a San Giovanni Rotondo, mentre nell’altro, trattato dall’edizione di martedì 29 luglio 1952, erano invece le impressioni di un emigrato in America ed originario della stessa terra natìa di Padre Pio, a far emergere la sostanza di un raffronto fra un prima ed un dopo, circa la realtà particolarmente valorizzata dall’indotto scaturente dalla venerata figura del religioso, contestualmente ad un’autentica esperienza interiore che vi si era trovata immedesimata.

La sensazione, sperimentata anche da quanto è documentato nel contributo di stampa dedicato all’effettivo itinerario compiuto dagli accennati bresciani, pare fosse traducibile nel fatto che “in tali momenti si ha l’impressione di essere pian piano trasportati in un nuovo stato d’animo, in una condizione psicologica ben diversa dalla solita. Fisicamente ci si sente più distesi, armonici. Padre Pio è un eccezionale tipo di radiante la cui forza di proiezione immancabilmente investe e modifica il regime psico-fisico di chi entra nel suo raggio”.

Per arrivarci, oltre alla cospicua discesa lungo lo Stivale, il computo emblematico del tempo impiegato era testimoniato nella misura di quell’ora che serviva a coprire la distanza di soli due chilometri da San Giovanni Rotondo al convento francescano, per un percorso a cui, già allora, si sarebbe invece teoricamente dedicato molto meno: “Perché i mezzi e gli automezzi, la gente che va e che viene, l’ansia di chi arriva e l’orgasmo di chi parte costituiscono quasi un blocco in perenne movimento cellulare che li costringe ad impiegare un’ora su un percorso di dieci minuti. Sono questi i periodi di punta e si spiega la grande affluenza: ma anche quando l’afflusso diminuisce resta pur sempre un via vai notevole”.

L’incontro con Padre Pio lo si poteva auspicare in una triade di circostanze ascritte rispettivamente alla messa che il religioso celebrava alle cinque di mattina per un paio d’ore di durata, al confessionale per il sacramento della penitenza, per la quale sembra ci si dovesse prenotare con un anticipo di tre giorni, ed alla più favorita opportunità di un breve colloquio, spesso sortita dalla combinazione di inaspettate e fugaci contingenze, insinuatesi fra le pieghe di un programma generalmente risolto nei grandi numeri dei devoti ai quali una ricapitolante sollecitudine non poteva che tentare di corrispondere con altrettante incombenze.

In alcuni casi, pareva che colloquio e confessione potessero coincidere in una mistica risoluzione, nella formula di una subitanea comprensione: “Tal volta nel confessionale il penitente non ha tempo di aprir bocca perché il francescano gli dice: “Già so tutto di te, fratello”. Come se la seconda vista di Padre Pio avesse immediatamente letto nella coscienza dell’interlocutore. Quella seconda vista che in moltissime circostanze ha smascherato dei simulatori o individuato dei reticenti o scoperto dei bugiardi”.

Nel diffuso accordo di considerazioni, affidate da un tal “D.R.” a dare sostanza all’articolo incluso nella scacchiera delle notizie trattate nella pagina “la vita della provincia”, questo aspetto, di notevole perspicacia e d’impronta soprannaturale, era ulteriormente sottolineato dal quotidiano bresciano del sei settembre 1951 nel rimarcare, fra l’altro, che “Padre Pio è un pronto scrutatore di cuori e di coscienze: il penitente narra la sua vicenda interiore con lestezza, come se dal suo intimo tirasse su svelto svelto il filo di un gomitolo in grazia del confessore che lo aiuta celermente ad esaurire la rassegna e se l’interessato talvolta dimentica un brano in un angoletto buio, ecco il confessore sollecitarlo: “Hai anche la tal cosetta da espellere; il tal foruncolo da espurgare” .

A margine del viaggio, sviluppato dalle sponde del Sebino fino agli ottocento metri dell’altura collinare di San Giovanni Rotondo, come protuberante porzione della terra foggiana, trapelavano anche i riferimenti allora riscontrati per tratteggiare alcune abituali propensioni operative attraverso le quali immaginarsi spiritualmente le parti della giornata dedicate da Padre Pio alla confessione che, in ordine di tempo, era prima riservata agli uomini, “dalle ore 8.30 alle ore 10.30”, e poi alle donne “fino a mezzogiorno” ed ancora uomini dalle ore 16 per un’ora.

Uomini e donne d’ogni età e condizione sociale facevano ressa attorno a Padre Pio per il sacramento della riconciliazione, profilando un “campionario assortito e talvolta impressionante dell’umana fragilità, della terrena lotta, del morale sbandamento che si appella alla taumaturgia di un servo di Cristo per metter fine alle proprie sofferenze”, nei termini di un insieme di persone dove chi, scrivendo a bilancio di una sperimentata rilevazione, vi aveva scorto “individui tarati dentro o spostati nel loro andamento nella convivenza: sono cuori amareggiati in cerca di conforto o feriti in cerca di risanamento”.

A tutti il frate da Pietralcina “indica la Croce e la fidente preghiera”, mentre in una sua aderenza la messa era intesa anche a contesto particolare nel corso della quale Padre Pio “leva i mezzi guanti con i quali sempre protegge le palme, ecco il momento più propizio per rimirare la macchia rossa e la foratura delle stimmate impresse nelle sue mani”.

A tale funzione religiosa sembra avesse voluto avere una parte liturgica anche don Francesco Gallizioli, secondo quanto riferisce il resoconto della stampa bresciana che, sul filo di una frastagliata memorialistica abbarbicata in una diluizione di accenni variamente condensata, precisava che “la mattina in cui il minuscolo gruppo partito da Sulzano fu a San Giovanni Rotondo ebbe la buona ventura di trovarsi poco discosto dall’altare durante la messa celebrata da Padre Pio. Voleva servirla don Gallizioli, ma il celebrante disse “Non occorre, basta uno”. Infatti, era in funzione di chierichetto un monsignore americano giunto il giorno prima con una comitiva di connazionali saliti al convento per compiere le devozioni”.

Nell’approdo alla meta agognata i pellegrini bresciani avevano scorto nel territorio quanto vi emergeva a corrispondente elemento rivelatore del protagonista di cui se ne percepiva un conseguente riflesso di forte emanazione: “Presso il convento ville e alberghi già si inquadrano nello squallido panorama della montagna pugliese; altri sono in fase di costruzione e di allestimento. E’ l’intraprendenza affaristica che fiorisce ai margine di un’atmosfera trascendentale”.

Analoghe considerazioni, attestate in quel periodo dei primi anni Cinquanta del “Secolo breve” e raccolte a ridosso della zona interessata dalla presenza di Padre Pio, erano pure esplicitate anche da chi, dopo aver mancato dal posto per vari anni, vi ritornava, sperimentando emozioni tradotte in stampa da Oreste Pedrazzi per il “Giornale di Brescia” di martedì 29 luglio 1952: “Davanti agli occhi dell’emigrato si presentava una visione incantata di miracolosa trasformazione, perché il fianco del monte, invece di essere deserto, appariva contorno ad un maestoso edificio immenso e candido; e più in basso dell’edificio si affollavano case e villette, alberghi e pensioni. La chiesetta, semplice, che quando era partito dava un volto santo alla montagna, quasi spariva nel mucchio di quelle cose nuove, meno belle di lei, meno tradizionali, ma segno di una vitalità che San Giovanni Rotondo non aveva conosciuta mai dai tempi dei tempi. Una cittadina novella sorgeva accanto al convento, un palazzo incantato pareva gridare a tutti coloro che giungevano su quel lembo diruto del Gargano: guardate che cosa ha saputo fare la fede di Padre Pio”.

La riflessione si spostava sulla celeberrima persona in questione, avvolta “in un’atmosfera di severa bontà”, attorno alla quale si erano svolte queste notevoli trasformazioni ed, in relazione alla stessa, si sviluppava in miti parole interrogative, affermando che “mentre gli parlavo nella sua celletta e sulla terrazza del monastero io cercavo allora di rendermi conto del perché quell’uomo senza appariscenti caratteristiche che parlava piano e calmo, ma che talvolta sapeva mandare con Dio i già troppo ingombranti seccatori, potesse allargare così prodigiosamente l’alone della celebrità che lo circonda”.

Un alone nel cui vicino raggio, in quel periodo, già si ergeva la “Casa per il sollievo della Sofferenza” che il citato articolo precisava fosse stata innalzata “alla frontiera della civiltà cristiana verso oriente, sull’orlo estremo del mondo cattolico, davanti alla muraglia implacabile dell’Asia in rivolta”, alludendo ai Paesi dell’altra sponda adriatica, politicamente caratterizzati dall’avvento di regimi comunisti, allineati o non allineati che fossero a Mosca.

A tal proposito, secondo l’accennata fonte giornalistica, sembra che Padre Pio abbia affermato: “Laggiù, oltre l’Adriatico non c’è più carità e qui si deve fare qualcosa di straordinario nel campo della carità; laggiù non c’è misericordia e qui, di fronte a loro, si deve fare qualche cosa di fulgente per alleviare le sofferenze umane; laggiù non c’è più amore per il prossimo e qui deve sorgere la Casa che esalti l’amore per il prossimo”.

Intanto, lungo lo strascico di quei giorni, era cronaca vigente scrivere che durante la celebrazione della messa Padre Pio “si raccoglie in lunghe meditazioni, specialmente al “memento” dei vivi e dei morti, e subito dopo l’elevazione. Rimane immobile quasi che la vita sia volata via da quel corpo non grande, esile che resta come un simulacro leggermente appoggiato ala tavola del Sacrificio”, mentre, su altro versante, era pure, al tempo stesso, verosimile affermare che “l’emigrato del Gargano che ritornava dall’America dopo anni di esilio aveva ragione di non raccapezzarsi più, aveva lasciato un paese estatico, incontrava al ritorno uno dei più alacri, combattivi, miracolosi lembi d’Italia”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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