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La singolare testimonianza di un eminente collezionista d’arte ha avuto recente trattazione nell’ambito di un interessante convegno dal titolo “Paolo Consolandi, l’arte del collezionare”, come proposto dalla “Associazione Amici Museo Bagatti Valsecchi” di Milano, per il tramite di un’efficace videoconferenza tenuta dalla dott.ssa Alessandra Montalbetti, storica dell’arte e consulente della Pinacoteca di Brera, che ha, fra l’altro, personalmente conosciuto in vita lo stimato protagonista di tale esemplare opera meritoria di valorizzazione dell’arte contemporanea, come da lui interpretata in una costante ed attenta iniziativa di personale dedizione culturale.

Notaio, discendente da una famiglia di autorevoli professionisti di tale importante funzione pubblica, come oggi ne esercita la pari missione notarile la figlia Claudia, secondo un’analoga staffetta generazionale di perdurante continuità familiare, Paolo Consolandi (1921 – 2010) ha fatto storia nell’arte contemporanea, al punto che la sua alta sensibilità ricettiva è sopravvissuta alla sua stessa dipartita, confermandosi al presente, in quell’incombente contingenza storica che ne conserva, pure nell’attualità, la portata di una emblematica consistenza, ampiamente rappresentativa.

Artisti, divenuti, a vari livelli, nel tempo, oltremodo famosi, del calibro, ad esempio, di Lucio Fontana, Piero Manzoni, Enrico Castellani, Alighiero Boetti, Francesco Vezzoli, ma anche stranieri, come, fra gli altri, Andy Warhol, Thomas Struth, Anish Kapoor, Gerhard Richter e Mike Kelly, solo per citarne alcuni, hanno avuto posto nella casa del sensibile collezionista, attraversato dal genio dell’entrare, a sua volta, nella dinamica di una interazione artistica, sviluppatasi nel pieno titolo di un effettivo accreditamento concettuale che, al medesimo carisma degli artisti, è risultato complementare.

“La mia arte è quella del collezionare”, pare affermasse Paolo Consolandi, commentando questa riuscita prossimità da elevato mecenate che, fin dall’inizio del suo lungo prosieguo, si è rivelata fattualmente sostanziale, nell’estrinsecazione di un valore aggiunto, insito nella spontanea ed, al medesimo tempo, convinta persuasione circa il fascino delle arti comunemente ritenute della neo-avanguardia.

Tutto questo, nel contesto privato di un percorso proprio, solo in un secondo tempo, svelato e conclamato, stante l’esponenziale proporzione di quanto da lui collezionato, dal momento che l’autenticità di questo collezionista illuminato aveva saputo, fin da subito, cogliere le peculiarità delle nuove tendenze creative, aprirsi al nuovo, libero dai canoni condizionanti di una tradizione, per un intrigante interrogativo circa il come l’uomo possa artisticamente osservarsi, mediante altri schemi d’espressione, entro l’orbita della propria stessa naturale condizione.

Personaggio antevisto, ha saputo, fra l’altro, culturalmente infondere alla propria famiglia gli stimoli esemplificativi di tutto ciò che l’irrefrenabile esuberanza artistica, anche coraggiosa, di tanti autori aveva proposto sotto i riflettori della critica artistica, non sempre pronta a coglierne il rispettivo e potenziale fulgore.

L’intelligenza adamantina del collezionista ha costituito veramente un raro esempio di condivisione culturale, in una disponibilità verace, rispetto alla dinamicità artistica del suo tempo, attraversato per decenni, dal deflagrare, di tecniche compositive e di modalità ideative, forse inimmaginabili prima della loro tracimata rappresentazione.

Il ritorno di tutto questo autentico patrimonio di appassionata immedesimazione è stato, fra l’altro, nell’intreccio analogamente vero del corrispondere, da parte dei rispettivi autori, al riscontro loro rivolto dal collezionista, al punto che, in alcuni casi, si è realizzato un superbo connubio di un’opera d’arte dentro l’opera d’arte.

Esempio fra tutti, la fotografia di famiglia che Thomas Struth ha realizzato in omaggio a Paolo Consolandi, con quella disinteressata naturalezza che, associata al praticare i propri canoni compositivi incardinati nell’arte fotografica, tale autore ha voluto fare propria, al punto da destinarla anche alla sede di una propria mostra permanente dove ancora la si può osservare.

Il “bello ed il vero”, nell’amore che lo stesso concetto suscita in un cuore capace di accoglierlo con animo sincero, aveva fatto presa nella incessante curiosità riflessiva di Paolo Consolandi, per questa sua testimoniata versatilità di ascolto, espressa nei confronti di un’incipiente produzione artistica che coniugava ad un mondo, già in accelerazione, i più fantasiosi ed immaginifici vincoli di una personale astrazione.

I tagli di Lucio Fontana, ad esempio, nel contesto di quel colore bianco a sfondo che sembra abbia costituito una delle prime linee di ricerca del collezionista, per applicarvicisi in una coerente riflessione, fino al punto, di evolversi in altre svincolate opportunità di incontro con quell’arte contemporanea che ha travalicato davvero, oltrepassandoli, i più codificati aspetti di un’assodata e ferma tradizione.

Una collezione che si è, quindi, allargata a macchia d’olio, fino a contemperare il proprio meritato risultato, implicitamente associato alle stime felici di una sorta di “nemesi” storica che sostanzia un ingente patrimonio culturale, mediante cui poter passare attraverso lo studio dell’arte stessa che tale estesa raccolta può tuttora rappresentare.

Non è un caso che tale collezione sia stata materia di più di una mostra, indicativa delle varie specificità artistiche mediante le quali un’intera epoca, dalla metà del Novecento in avanti, può essere, per certi versi, appropriatamente percepita.

Una di queste esposizioni, dedicate alla memoria del compianto collezionista milanese, è avvenuta, con tanto di edizione di un catalogo, nel “Museo MAGA” di Gallarate nel 2010, intitolata con la denominazione stessa impressa ad un’opera che vi era allestita, ovvero, secondo il manufatto di Peter Fishli & David Weiss, “Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando?”.

Il passo di poco meno di una dozzina d’anni ed anche una videoconferenza, nello stesso mese di novembre, ma del 2021, ha posto l’accento, grazie all’intraprendente sodalizio meneghino, “Associazione Amici Museo Bagatti Valsecchi”, sulla poliedrica figura di questo prolifico collezionista d’arte contemporanea.

Una figura, fra l’altro, in grado di porsi a catalizzatore di quella stessa propensione culturale che si è evoluta, pure, nella nascita di una lodevole associazione, senza scopo di lucro, denominata nella nobile accezione evocativa di “Acacia”, della quale Paolo Consolandi ne è stato, insieme ad altri, fondatore, a Milano, che, nell’orientarsi verso l’ambizione programmatica della realizzazione di un museo d’arte contemporanea nella metropoli lombarda, ogni anno, sotto la presidenza di Gemma de Angelis Testa che l’ha ideata, interagisce con il panorama artistico del momento, pure mediante “l’acquisto di un’opera per il futuro “Museo che non c’è” e la creazione di una Borsa di studio a favore di un giovane artista italiano, o residente in Italia”.

In questo ampio pluralismo che pure contraddistingue propositivamente la collezione di Paolo Consolandi, trova spazio, nella testimonianza del grande collezionista, tutta una sezione attinente i libri d’artista, anch’essi, rappresentativi di corrispondenti iniziative espositive, come a Palazzo Reale di Milano, pure stavolta nel 2010, quale proposta capillare di edizioni, assurte ad essere vere e proprie opere d’arte, in quanto realizzate dagli artisti in un’unica versione, o in pochi “prototipi” di produzione.

Tale avvincente respiro internazionale, prodotto a cifra finale dei fattori artistici di una inesausta moltiplicazione culturale, che riesce ad effondersi nelle città in vetta, come Milano, è messaggio di quell’apertura intellettuale della quale il mondo ha bisogno per porsi a famiglia, orientata in un dialogo di un’umanità, ancora in cammino nella propria evoluzione esistenziale speculativa.

La trasversalità, la singolarità, l’apparente follia di alcuni artisti che persuadono l’arte a ricondursi ad una gemmazione innovativa, concorrono a mantenere la riflessione applicata all’uomo interiore, nei binari di una poetica dell’estetica che potenzialmente può contenere l’etica.

Peculiarità espressiva di un linguaggio sorprendente, oltre ogni misura stantia della quale la società è debitrice a Paolo Consolandi per una sapiente azione ultradecennale di affascinante misura ricognitiva, negli effetti di una variegata collezione d’arte visiva, esercitando il lascito conduttore di un correlato valore simbolico, entro il quale si situa l’anima incontenibile dell’umana famiglia.