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Fra lapidi sepolcrali di vescovi e di alti prelati, la sede monumentale di Montini è vuota e non raccoglie alcuna delle spoglie mortali che, nel maggior tempio bresciano cittadino, risultano, altrove, custodite nei manufatti funebri che, nel tempo, vi sono stati realizzati.

Lo stile di questo monumento, dove Paolo VI è rappresentato nell’atto di aprire la “Porta Santa”, cattura l’attenzione, attirando ad una visione d’insieme, posta a mediazione dell’uniforme sfondo d’ardesia che la trattiene.

Allestita, da poco più di trent’anni, in questo luogo consacrato, pare oltremodo difforme dal resto del panorama chiesastico presente nel duomo di Brescia che risulta differenziato dal complesso celebrativo dedicato al papa bresciano, secondo un ragionato lavoro di sintesi artistica, denso dei riferimenti allegorici ai quali risulta strettamente correlato.

Molto prima della canonizzazione, come pure durante gli anni precedenti alla sua stessa pregressa beatificazione, la figura di Paolo VI era, già, qui assurta agli onori degli altari.

Oggi, con tanto di aureola di santità, formalmente attribuitagli da un suo successore al soglio di Pietro, questo monumento pare acquisica una rinverdita attualità, chissà se, allo stato di fatto del massimo riconoscimento tributatogli, in modo da essere effettivamente colta in una qualche impressione di rinnovata prossimità, nel medesimo luogo dove, ormai, da tempo, rappresenta, comunque, un’assodata presenza di elogiata e di virtuosa testimonianza, espressa a riferimento di tutta la cristianità.

Cattolici in primis, naturalmente, con i bresciani in testa, tra i quali, i fedeli che di Concesio ne rammentano il luogo di nascita, ed, a seguire, tutti gli altri, con una qualche sedicente defezione, presumibilmente colmata, però, da esponenti di altre confessioni cristiane che, anche fra ortodossi e protestanti, attestano, verso la memoria di questo pontefice, la stima di una ideale e di una personale approvazione.

L’abbraccio fra questo papa e l’arcivescovo ortodosso greco, Arystocles Spyrou (1886 – 1972) patriarca ecumenico di Costantinopoli, avvenuto in una trasferta montiniana a Costantinopoli, ha, fra l’altro, contraddistinto, nel 1964, un punto fermo di dialogo fra distinte tradizioni, oltre certe storiche risoluzioni scismatiche ed al di là delle reciproche distanze confessionali nelle rispettive posizioni.

Tale plurale considerazione pare darsi appuntamento davanti alla solenne rappresentazione di Giovanni Battista Montini, sul lato che, all’interno della cattedrale bresciana, è direttamente in faccia all’altare neoclassico, opera di Rodolfo Vantini che è quello, per intenderci, su cui quotidianamente si celebra la messa e dove, fra la statua rappresentativa della virtù della “fede” e quella, invece, evocativa della “speranza”, è acceso il diuturno cero del “Santissimo”, allusivo della presenza, nel tabernacolo, del Signore.

Si legge, in un puntuale pieghevole divulgativo, riferito a questo pio luogo cittadino, denominato “Chiesa Cattedrale di Brescia”, della quale è nota la dedicazione all’Assunzione di Maria, relativamente a tale dislocazione frontale d’approssimazione che: “Di fronte all’altare del Santissimo è stato collocato il Monumento al papa bresciano Paolo VI (al secolo Giovanni Battista Montini, Concesio 1897 – Castelgandolfo 1978), pontefice dal 1963 al 1978. L’opera promossa dal Capitolo della Cattedrale, fu progettata e realizzata dallo scultore Lello Scorzelli (Firenze 1921 – Roma 1997) e inaugurata il 06 settembre 1984, anniversario della nascita del pontefice“.

In questo modo, come avvisa editorialmente la medesima traccia contenutistica di ciò che qui scorre innanzi agli occhi in una stanziale prospettiva liturgica ed artistica, se “davanti all’altare si trovano le sepolture dei vescovi Giacinto Gaggia (1913–1933) e Giacinto Tredici (1933–1964)”, nel lato opposto, si sviluppa, per così dire, un altro riferimento floreale, rispetto ai due presuli menzionati, inequivocabilmente associati al nome di un fiore, ovvero, in una possibile loro alternanza, si possono considerare i gigli che Paolo VI aveva assunto nella sua scelta araldica, quali particolari simboli d’auliche compenetrazioni, assegnate a concetti valoriali di codificate ispirazioni.

Presenti, nella definizione dello stemma, collocato in alto a quest’opera monumentale, tali elementi concorrono, insieme a molti altri particolari, a rendere narrante quest’enorme lavoro, manifestato anche nei rilievi di formelle romboidali fra loro simmetriche, in un duplice accostamento di speculari sinergie espressive, nel merito di un evocativo ripercorso pastorale, denso di un umanesimo spirituale dove, non da ultimo, è artisticamente rammentato il Concilio Ecumenico Vaticano II, espresso nella scena composta da schiere di mitrie e di piviali, in un apparentamento di prerogative scultoree, pure rispettivamente assegnate a “l’incontro con il Patriarca Athenagoras I”, ad una metaforica visione critica, ispirata ai “mali e le tendenze del mondo contemporaneo” ed alle “encicliche”, mentre, nell’omologo manufatto intercorrente, al punto del suo diretto allineamento corrispondente, si profilano, invece, le rispettive ambientazioni biografiche del “discorso all’ONU”, de “l’attentato a Manila”, de “l’abbandono del triregno” e “la morte”.

Realtà, quest’ultima, che pare concettualmente esaltata dal colore funereo del “marmo nero del Belgio”, posizionato a tutta evidenza in un cromatico accorgimento, che sembra sottolineare l’insieme monumentale con una decisa fascia di demarcazione a modo di basamento, al di sopra della quale, ecco la statua del papa, inteso “inginocchiato sulla soglia della Porta Santa”, nella lucentezza del lucido materiale utilizzato, con cui pare riverberarsi il noto auspicio testamentario da lui pronunciato: “mi piacerebbe terminando essere nella luce“.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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