Toscolano Maderno (Brescia) – Una lunga litoranea del lago di Garda sembra estendersi fino ad un diverso altrove, a motivo di quella sua intitolazione che si configura nella particolare dimensione di una trascendente vocazione, interpretata nel carisma religioso di una nota personalità che, rispetto a questo bacino lacustre, aveva, però, la propria origine situata in tutt’altra ubicazione.

Al sacerdote spagnolo Josemaria Escrivà de Balaguer (1902–1975), fondatore dell’Opus Dei, è emblematicamente dedicata la “Passeggiata al lago” di Toscolano Maderno, con il correlato ponte pedonale mobile, situato a congiunzione dell’ameno avvicendarsi di spazi praticabili fra una serie di prospettive, aperte su altrettante vedute, contraddistinte dal fascino sfiorato dall’incombere di ispirazioni contemplative.

Il golfo di Toscolano Maderno inizia prima di questo tratto liberamente percorribile, sviluppato in un lungo collegamento, posto a diretto contatto con quella parte di lago che, all’orizzonte, si svela, in certi punti, nella profondità di una visuale inghiottita nel nulla, mentre in altri, delinea la sponda veronese, lasciando modo, ad una diversa angolazione d’insieme, il fare, invece, intravedere la lingua peninsulare sirmionese e, molto più da vicino, la pure sottile protuberanza terrestre del sito insulare ancorato al paesaggio maggiormente prossimo al luogo dove “Villa Zanardelli” si affaccia, in una solitaria ed arcana architettura di fine Ottocento, quale prestigiosa dimora di quel tempo, nella quale l’omonimo statista bresciano era spirato, essendosi ritirato, ormai malato, in tale struggente e da lui amato recesso.

san-jose-maria-escrivaSe, questa struttura sembra presidiare l’imbocco dell’insenatura modellata entro il territorio litoraneo della località gardesana che la definisce nell’abbinamento toponomastico di una appaiata denominazione comunale unificata, il lungolago dove, fra l’altro, nel suo subentrato prolungamento, campeggia l’intitolazione a monsignor Escrivà, pare costituisca un significativo segmento di bilanciamento, pure vagamente percepibile in linea a quel sito paesaggistico che, in lontananza, è anche fattibile per la visione del turrito riferimento dove l’accennato edificio zanardelliano ha il proprio notevole insediamento.

Aleggia, su “Villa Zanardelli”, quell’ombra pervasiva che, dal passato, pare visibilmente insistere nel demandare al presente l’onere della tutela di questa sede ricettiva, relativamente ad un rispetto del vincolo culturale che vi risulta pertinente, mentre, dall’altro capo del golfo, l’elemento preponderante sembra sia il profilarsi dell’interazione con l’acqua lacustre, mediante un ampio camminamento, rasente le estreme propaggini dell’ultima onda sul piano della costa, attraverso la completa apertura in faccia alla vastità eterea che dinamizza il gioco dell’andar dei venti, sotto il mutante caleidoscopio di soverchianti cieli cangianti.

In questa suprema effusione d’infinito, condensato nell’immagine fuggevole di una scena rispettivamente attraversata dai passi umani, l’indicazione di una precisa figura, pure ricordata sugli altari, è motivo d’incoraggiamento a penetrare questa parte del Creato con l’esemplare suggerimento, implicito ad un’alta ispirazione, che è pervasa da moniti valoriali.

Tra i particolari costituenti questa incontenibile visione d’ampio spettro d’ambientazione, sembrano trovare mistico spazio di riflessione anche le parole auspicate da san Paolo nell’ammaestramento epistolare rivolto agli efesini (Ef 3,14-21): “(…) siate in grado di comprendere con tutti santi, quale sia l’ampiezza, la lunghezza, la profondità e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza(…)”.

Queste proporzioni, applicabili al genere delle misure conformi alla realtà presente sul piano visibile del mondo, paiono piegarsi ad un concreto invito di contestualizzante intesa fra le stesse geometrie terrestri, attraverso quell’affermazione che, nella lapidea dedicazione a mons. Escrivà trovano, innanzi al lago, una medesima versione epigrafica, con una rappresentazione dell’effige, oltre che di una considerazione, dello stesso sacerdote, evocativamente appesa: “E’ in mezzo alle cose più materiali della terra che ci dobbiamo santificare”.

Questo enunciato, fra i concetti cardine dell’Opus Dei, segna, nello sguardo dei passanti, quelle sillabe che rimandano, ad una auspicata ricaduta interiore, la costruzione lessicale di una frase funzionale alla riflessione, ispirata ad una propositiva intuizione di condivisione universale che evidenzia, per tutti, il poter cercare di seguire, nel proprio rispettivo ruolo e vocazione, la parola di Cristo, a diretto contatto con il mondo, tappa fugace d’ogni effimera generazione.