Passirano (Brescia) – Sarà anche bene conservato ma, al medesimo tempo, sembra che tutto quanto lo riguardi concorra a tenerlo bene distanziato dall’eventuale e curiosa prossimità di un contatto ravvicinato.Con tanto di muraglia, intorno al proprio esteso spazio circostante, il castello di Passirano non lo si può che cogliere meglio in una media lontananza.

Una distanza, a colpo d’occhio, del tipo di quella che piace, probabilmente, anche alla sua proprietà privata ed alla consuetudine generale, vigente sul posto, che pare non faccia nulla perchè, ordinariamente, tale vetusta struttura possa essere vissuta nei suoi pressi più immediati, con una qualche pur minima comodità, magari funzionale ad offrire un ulteriore risalto a questa attrattiva locale, oltremodo datata.

L’unico breve tratto, direttamente su strada, dove questa costruzione può essere sfiorata, è da percorrere in fretta, tanto a piedi che alla guida di un qualsiasi mezzo, stante il doppio senso di marcia di una strada tangente che pregiudica, per altro, in una curva con tanto di dislivello, l’intera carreggiata, proporzionandola nel modo in cui non c’è spazio, in sicurezza, per una sosta improvvisata.

Occorre infilarsi in strade strette, spesso a mura rasenti, dedalo di pregresse percorrenze, con tanto di rotaie ferroviarie nelle adiacenze, fra curve, buche e salti, in un transito, senza scampo, spesso, aderente alle densità di prospicienze disomogenee, innanzi alle quali, naturalmente, la circolazione è, come altrove, caratterizzata da quella frenesia sostenuta in un’incalzante manifestazione che non ammette deroghe a chi cerca, in questo scampolo di sbandierata Franciacorta tanto decantata, di poter solo capire il dove ed il come questo castello possa, forse, esprimere la compiacenza di meglio approssimarsi al desiderio legittimo e culturalmente inteso per una sua più facile ricognizione.

In un modo o nell’altro, arrangiandosi, e sperando bene, ci si infila nei paraggi, comprendendo, però, che, forse, fra i vitigni ed i pianori delineati fra i loro filari, qualche discutibile libertà se la si sia incautamente presa, essendo che la cura enologica, in una dominante vocazione agricola, non sembra abbia qui previsto, come, pure spesso, anche altrove, passaggi tracciati a tollerante sfogo di visitatori intemerati e, forse, sfaccendati.

Qui, vige il lavoro ed impera una austera capitalizzazione, fino ai minimi termini, lasciando al caso residuo quanto meno possibile gli si possa, magari anche distrattamente, riservare, mentre, per il resto, è la proprietà privata a poter fare rivendicare ogni possibile espulsione di quegli intrusi nei confronti dei quali farla rispettare.

In queste condizioni, tale maniero lo si può vedere da lontano, più che da vicino, in una congrua misura da buon vicinato, tranne che nelle rare giornate nelle quali, invece, per un sorprendente richiamo ad una forma di bene comune, pervaso dall’idea passeggera che possa essere oggetto di una sensibilità collettiva, il castello apre addirittura le sue porte ai visitatori, reo confesso di quel debito storico che gli deriva dagli antichi annali di questa località franciacortina dove pare che in epoca medioevale i castelli, in questo territorio, fossero due.

Questo di ponente, a differenza dell’altro, presuntivamente “a mattina”, è sopravvissuto al tempo, portandosi appresso anche la leggenda di quello stile architettonico pregresso, rispetto al tempo del proprio effettivo materializzarsi sul posto, nella fattispecie da “castrum” romano, ovvero di quelle funzionali fortificazioni rettangolari, utilizzate dalle Legioni di Roma per il presidio dei territori occupati, in modo da reggere l’urto del trovarsi a difesa delle proprie posizioni, anche a contenimento dei nemici più inaspettati.

Da tale vocazione difensiva sembra che questo castello, nei secoli, non si sia in alcun modo dissociato, se non per gli inevitabili adattamenti derivati, anche e non solo, dell’ospitare chi aveva scelto di andarvi ad abitare, fra le altre sue proprietà, installandovi, in un dato caso, un osservatorio astronomico, vezzo intellettuale di un aristocratico illuminato del Settecento, nella figura di Bartolomeo Fenaroli (1723 – 1788) con lo sguardo rivolto fra i pianeti e le stelle, poi, per così dire, assimilatosi al medesimo spazio cosmico da lui osservato, come pare sia percepibile tale epilogo nel riflesso della vaga memoria rivoltagli da una posterità che, per questo castello, ha scelto il più prosaico indirizzo a sede di azienda agricola, senza che, a tutta evidenza, ne compaia, però, il titolo di una qualche traccia produttiva, pittoresca o comunque evocativa, del maniero stesso, rilevabile, ad esempio, nel circuito enogastronomico locale o in una rivendicazione, invece, lanciata, insieme a quanto, appunto, qui viene prodotto, anche per un mercato lontano, dove il castello è tale quale nella sua immagine esportabile, senza che si sappia che non ci sono, qui, fino a prova contraria, né fantasmi, né imprese epiche o leggendarie sulle quali, in pia memoria, poter indugiare.

Eppure, in una società come quella odierna, cioè nelle tendenze che più la adornano, il “qui ed ora” di questo castello, spoglio, essenziale, senza tanti ricami né sfronzoli, sarebbe di moda. C’è e basta. La sola sua immagine paga per le tante parole che qualcuno, forse, vorrebbe scrivere, ma che poco si infilano in uno scritto, se non, a patto del convertirsi in un noioso discettare tecnico e statistico. Lo abbia, così com’è, la gente, questo castello. Lo viva nelle sue fredde pietre ed, in certo senso, cupe e spente, nel senso che, questo insediamento, per un subentrato intervento, merlato alla ghibellina, pare parente stretto del tanto riconsiderato castello di Brescia, ovvero assimilabile al suo colore dominante, molto simile, nel materiale di costruzione, a quello di Passirano, esprimendo totalità biancastre, in parte, corrispondenti a quello troneggiante, in modo severo ed arcigno, checchè se ne dica, sulla città di Brescia.

Sia nell’uno che nell’altro caso, siamo innanzi ad un confronto differente rispetto ai castelli dove, invece, prevale il caldo colore dei mattoni, dell’argilla modellata nel cotto, della terra lavorata, a differenza della pietra sommariamente sgrezzata e forse nemmeno troppo adattata, presa dal posto e nobilitata a divenire materia portante per un solido discorso architettonico monocorde, riscontrabile nella sua tonalità caratterizzante che deriva da una originale scelta di campo, propria di una contestuale fonte di rifornimento materiale, diffusamente comprovata e rivelata.

Espressione stretta del suo territorio, anche a motivo delle pietre del posto che seguitano a dargli volto, il castello di Passirano pare perdersi nell’atipica distrazione di una “Franciacorta” bastevole a sé stessa che appare sazia delle glorie acquisite nel mercato del buon vino, ma che, per il resto, sembra restare a sonnecchiare in una sorta di quella latifondista fissità “meridionale” che ne “Il Gattopardo” di Guseppe Tomasi di Lampedusa ispirava il noto adagio che “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Il rimanere com’è, fra altri aspetti, nella tradizione di una Franciacorta imbellettata da indiscusse eccellenze, nelle sue cantine, nei suoi castelli più o meno vissuti ed accreditati, nelle prestigiose referenze vitivinicole che, a Brescia, possono, però, in generale, apparire come il mare del Belpaese, di cui la geografia ne traccia una egemonica misura, ma che raramente, a cifra davvero nazionale, si sente nominare, in un riscontro veramente famigliare, secondo quello stretto connubio insulare e peninsulare, presente nella realtà, come, invece, dovrebbe, pur essere, in una praticata eco consequenziale, se davvero trattasi di quello “Stivale” che, nel suo mediterraneo profilo marittimo, emerge in una dominante caratterizzazione dove sembra vacante la voce della vita in confidenza con il mare.