Era l’anno del primo semaforo, installato a Brescia.
La scelta del suo posizionamento non era caduta lontano dal Broletto. La zona, interessata all’iniziativa semaforica, vi era, infatti, prossima, stante il fatto che si trattava dell’intersezione, fra via Mazzini e corso Zanardelli.

In quello stesso periodo, alla caserma “Randaccio”, fra le maggiori sedi militari già presenti nel capoluogo bresciano, aveva fatto visita Umberto di Savoia, futuro ed ultimo re d’Italia, mentre, tra altre, più estemporanee e circoscritte curiosità, riportate dalle cronache locali, il sultano di Langkot – Sumatra delle lontane Indie Olandesi, Mohamed Abdul Dialie Rammst, contraddistingueva la già avviata economia turistica del lago di Garda con l’essere stato ospite, sui lidi benacensi, dell’albergo reale “Mayer” di Desenzano, insieme ad altri numerosi personaggi al suo seguito, disegnando percorsi esotici ed immaginari, solo intuibili da molto lontano, rispetto alla allora quotidianità veicolare nostrana, misurata, anche durante quel 1938, in ben più esigue distanze, per lo più, a ritmo di pedalate.

Mezzi pubblici a parte, sulle due ruote o, se non in sella a moto ed a biciclette, alla guida, in una minor stima sul totale, di autovetture, ma soprattutto, nella conduzione di mezzi a trazione animale, gli spostamenti più in voga, tanto per la città quanto per il territorio, risultavano essenzialmente in una somma basilare di possibilità, riguardo alle quali, la Prefettura di Brescia, recepiva dal governo le direttive funzionali a promuovere, nell’intento di una migliore sicurezza, un più consapevole comportamento in strada, nel loro utilizzo, secondo una campagna di informazione e di sensibilizzazione, promossa nell’auspicio di una più evoluta qualità della circolazione, raggiunta nel rispetto di una serie di accorgimenti da osservare, nel riscontro di una civica adesione calata in un rispettivo particolare.

Tutto ciò, cominciando dalla pure diffusa figura del pedone, alla quale si ingiungeva, fra l’altro, di “camminare sempre sul marciapiedi, anche se devi allungare il percorso”, rivolgendoglisi in seconda persona singolare, nell’intimare che “agli incroci attraversa la strada esattamente nel punto indicato dai bulloni o dalla strisce bianche”.

Tali disposizioni erano parte di un decalogo, messo in pagina dall’edizione del periodico diocesano “La Voce Cattolica” dell’otto ottobre 1938, unitamente ad altri pronunciamenti informali, espressi in dettami divulgativi, similmente dedicati agli utenti sia delle biciclette che delle carrozze o dei carri trainati da animali, annunciandone il tenore con il titolo, inframmezzato dal punto interrogativo e dall’esclamativo di una diversa interpunzione, nell’interpellare il lettore con lo scrivere “Vi è cara la vita? E allora leggete!”.

Un sommario comporsi di indicazioni inserite nella realtà ritenuta rimarchevole di quel tempo, a proposito dell’utenza di strade, considerata a vario titolo, e di un diverso modo di mettersi in circolazione che era, a sua volta, introdotto con lo specificare che “Il ministero della Cultura Popolare ha trasmesso alle Prefetture, perché ne sia data conoscenza al popolo, i tre seguenti decaloghi, rispettivamente per i pedoni, per i ciclisti e per i vetturali. Si tratta di metter al sicuro la vita diventata pericolosa per chi cammina lungo le strade dei grandi centri”.

Sempre attuali i principi cardine, ad esempio, per chi usava la bicicletta, in accorgimenti ovviamente trasponibili anche al presente, come, fra gli altri “cerca di tenerti sempre a destra, rasente ai marciapiedi”, “per principio non affiancarti mai ad altri ciclisti”, “Ove esistano, usa sempre gli stradelli riservati ai ciclisti”.

Si sarebbero, in seguito, chiamate “piste ciclabili”, queste percorrenze dedicate alle bici, ed anche oggi verrebbe da sensibilizzarne l’utilizzo, appunto, quando ci sono, invece, di appurarne spesso il diffuso muoversi su strada come se non ci fossero.

In nome del fatto, espresso da questo settimanale bresciano, che “L’osservanza dei regolamenti stradali è un atto di solidarietà sociale”, per quanto riguarda i conducenti delle “quattroruote”, nel tipo specifico ed in quell’epoca, ritenuto, nello scibile delle stesse, oggetto di maggior attenzione e, cioè ai carri o alle carrozze, largamente in uso, pur essendo già presenti veicoli a motore, si trovavano, fra l’altro, particolareggiate alcune sollecitazioni, ad esempio, compromesse con il prescrivere, fra altre mirate raccomandazioni, che “Nell’oscurità o nella nebbia, abbi cura di apporre a destra e a sinistra del tuo veicolo due lanterne che diano luce chiara”, “Un veicolo dal quale siano stati staccati i cavalli non dovrà mai di notte o con la nebbia rimanere abbandonato sulla pubblica via”.

Visibilità, in altro modo, al crescente numero delle autovetture, era stata, invece, dettagliata in una notizia del 03 settembre 1938, emergente dalla medesima fonte giornalistica, per il tramite degli interessanti risvolti di una manifestazione avvenuta in Vallecamonica, con il concorso, fra gli altri, dell’allora prefetto, Edoardo Salerno, in carica a Brescia per circa un settennato dal 1932 al 1939: “Il raduno di Breno. Continuano le manifestazioni fiorite intorno a quella Mostra della Montagna. Domenica scorsa, Sua Eccellenza Tassinari, Sottosegretario di Stato all’Agricoltura e Foreste e alla Bonifica Integrale, ha partecipato all’auto-raduno organizzato dall’ente turistico e dal R.A.C.I. (Reale Automobile Club Italiano) che ha inaugurato la bella “Strada delle tre valli”: Maniva, Crocedomini, Bazena. Vi hanno preso parte 65 automobilisti e sette motociclette, più le macchine private. La nuova strada di un interesse turistico notevole, è stata da tutti lodata. La carovana è stata accolta a Breno dalle autorità civili e politiche, con a capo Sua Eccellenza il Prefetto, Salerno. Sua Eccellenza Tassinari, visitata la Mostra ed assistito alla sfilata dei costumi, si è vivamente congratulato con gli organizzatori di questa manifestazione. Nel pomeriggio si è svolta la “caccia alla volpe” nel percorso centrale della valle, con giochi sportivi e il concorso dei costumi, vinto dai gruppi di Vezza d’Oglio e di Esine”.

Se, come precisato nel medesimo settimanale, ma alla data del 01 ottobre 1938, il generale Badoglio, “Maresciallo d’Italia”, arrivava, “in forma privatissima “ a Brescia, “per visitare lo stabilimento della Società Nazionale dei Radiatori, interessandosi specialmente alla fabbricazione degli apparecchi sanitari in porcellana pietrificata”, al Prefetto, in carica, nel medesimo capoluogo bresciano, la stessa edizione di stampa aveva attribuito un’apprezzata uscita pubblica, ancora fra i monti della vasta provincia riferita al suo variegato ambito di pertinenza, esplicitamente riportata nel riferire che “S.E il Prefetto in Valle Sabbia. S.E. il Prefetto, accompagnato da numerose autorità cittadine, si è recato a visitare due centri industriali della nostra Valle Sabbia: Agnosine e Vestone. Dopo la visita alla Casa del Comune e alle Scuole, si è recato, ad Agnosine, dapprima nello stabilimento dei fratelli Reguitti per la lavorazione del legno, uno degli stabilimenti più importanti ed apprezzati del genere, che impiega una sessantina circa di operai, e, poi, nella fonderia Rivadossi per la produzione degli ottonami e specialmente delle posate, dove lavorano altri settanta operai. A Vestone, si è fermato a lungo a visitare gli stabilimenti “Ave” per la fabbricazione di materiale elettrico e di svariati articoli di bachelite, la cui lavorazione, vittoria autarchica, è basata sulla resina sintetica”.

Nel rilievo motivatamente profilatosi nel raggio di azione di una serie di affermate attività produttive del territorio, si inserivano anche alcuni altri interventi meritevoli di attenzione, nella natura intraprendente di una serie di lavori pubblici pure intersecatisi con quell’attenzione istituzionale che la prefettura vi aveva appropriatamente dedicato per quanto di competenza.

Il cosidetto “Ospedale Civile “ di Brescia conformava, embrionalmente, nello spazio destinatogli, la propria ancora attuale e maggior sede cittadina in quello stesso anno, come, in tal senso, risulta attestato da “La Voce Cattolica” del 23 luglio 1938, informando, anche a traccia, su tale aspetto, rinnovata per le generazioni da allora succedutesi, che: “In una seduta plenaria del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici è stato approvato, con lievi avvertenze da tener presenti all’atto esecutivo, il progetto del nuovo ospedale di Brescia. Il ministro dei Lavori Pubblici, Sua Eccellenza Cobolli Gigli, ne ha dato comunicazione al Segretario Federale. Il progetto è sostanzialmente quello di quattro anni fa, dovuto all’ing. Bordoni, a forma stellare e molto lodato in numerose pubblicazioni tecniche italiane e estere. Il luogo è quello già prescelto tra San Rocchino e le Grazzine, fuori porta Trento. I lavori incominceranno nel Settembre p.v. e dureranno circa due anni”.

Dalla, testualmente detta, “forma stellare” dell’ospedale accennato, fino ad altre manifestazioni, per via della loro diretta natura, riconducibili, in altro modo, a quelle celesti, ulteriori menzioni della stampa bresciana su fatti compiuti o, ancora, in divenire, erano apparse, insieme allo specificarne la visita del prefetto di Brescia a margine della loro stessa ultimazione, come, ad esempio, in provincia, per l’inaugurazione dell’acquedotto di Orzinuovi, ed, in città, fra, naturalmente altre risultanze, per gli scavi della zona archeologica, nei pressi del tempio di Vespasiano, mentre, a queste vagliate misure terrestri pare sia andato il combaciarsi pure delle vie sviluppatesi, invece, sul verso estemporaneo di altre curiose ascendenze, come testimoniato da “La Voce Cattolica” del 23 aprile 1938, procedendo a documentare, nel corso di questo fatidico anno per la storia d’Italia, anche il compiersi sensazionale, in ambito locale, di un fenomeno singolare: “Pioggia di meteoriti a Roè Volciano. E giacché siamo a parlare di piogge, parliamo di questa…pioggia di fuoco che ci viene segnalata da Roè Volciano. E’ una novità che nessuno ha ancora enunciata. Nelle prime ore della notte di sabato nove corrente, come pure nella mattinata della domenica seguente, parecchie persone hanno assistito a fenomeni luminosi abbacinanti, nella campagna della frazione di Gazzane; essi provenivano dall’alto e passavano attraverso una zona ricca di vigneti, di gelsi, di frutta; hanno particolarmente colpito le terre di un certo Micheli Francesco. Piante e vigneti sono stati distrutti dall’ardore e della fiammata; anche i prati ne hanno sofferto. A quanto pare si tratta di uno sciame di meteoriti, o aereoliti, o di sideriti (stelle filanti) piovuti dal cielo. La loro potenza calorifica ha distrutto i teneri germogli, se ne sperano salve le piante. Il danno è rilevante ed ascende a parecchie migliaia di lire”.