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Dal siero equino, piuttosto che dalla corrente elettrica o dalla dieta composta da vegetali particolari, l’uomo ha rispettivamente individuato la speranza di un rimedio contro il raffreddore, un presunto metodo per non invecchiare ed il sedicente “elisir di lunga vita”.

Seduzione antica quella sperimentata dall’intraprendente istinto umano ispirato alla propria conservazione, anche se instillata in apparenti contesti di avveniristica e di controversa efficacia.

Una tendenza tanto antica da non essere per nulla estranea fin dai tempi nei quali la società ha avuto una propria organizzazione, diversificata anche nella specializzazione alla cura possibile a favore della propria evoluzione.

Una serie di esempi circoscritti al tardo Ottocento ed all’inizio del Novecento, sono testimoniati dalla somma triplice e curiosa di insolite rivelazioni, ciascuna attestante una particolare chiave di volta per risolvere l’ineluttabile decadenza o l’incidenza di una sofferenza, a prodotto del dispiegarsi di un’esistenza.

A potere dare fiato alla attenta lettura, di rivelate e presunte conoscenze appurate, era la rivista culturale inglese “Fortinightly Review”, fondata nel 1865 da Anthony Trallope, Federic Harrison ed Edward Spencer Beesly dove, tra l’altro, nel 1891, lo scrittore Oscar Wilde pubblicava una prefazione al romanzo “Il ritratto di Dorian Gray”, per rispondere ad alcune polemiche sollevate dalla sua stessa opera di avvinghiante drammaticità.

Da questa prestigiosa pubblicazione, riconosciuta a più livelli ed in molteplici ambiti di cultura, “La Sentinella Bresciana”, nell’edizione quotidiana di martedì 19 settembre 1899, traeva ispirazione per un articolo in prima pagina, dal titolo, “Per non invecchiare – La scoperta delle scoperte”.

Se della rivista inglese si citava l’autore dello scritto divulgativo, per i termini della notizia, nella persona di un tal “G. Frazer”, del giornale bresciano invece non si aveva alcun riscontro di firma del pezzo pubblicato dove, in buona sostanza, si specificava che “l’uso, prudente e regolato, dell’elettricità agisce sul centro vaso motore del bulbo cervicale e ritarda il progresso dell’arteriosclerosi”.

La paternità di quest’affermazione era attribuita ad un certo Althans, tale dottore americano, che pareva avesse trovato “l’arte infallibile di impedire la senilità. Spiegare il come è piuttosto difficile: i giornali inglesi che ne parlano, accennano a una corrente elettrica applicata in circostanze speciali alla base del cervelletto e reagente contro la decadenza fisica”.

Un sistema di stimolazioni che sembrava avesse dato buona prova di sé favorendo le testualmente scritte “meravigliose guarigioni”, anche accennandole in alcuni citati esempi, pur riconoscendo che “sembrano aneddoti da reclame e sono invece fortunatamente fatti reali e provati”. Il segreto, ravvivante la fiamma vitale di un’esistenza nella media salute, cioè non funestata da irreversibili patologie compromettenti organi e sistemi fisiologici, pare quindi fosse “l’applicazione quotidiana di una corrente elettrica alla base del cervello”, tanto che, a detta del dottor Althans, “cinque settimane della sua cura bastavano per ridare ai nervi la forza primitiva; ai muscoli stanchi l’elasticità; al viso la freschezza; agli occhi quasi spenti, la vita; ai capelli, il colore primitivo”.

Il risultato, messo in evidenza in quell’assunto di fine Ottocento era, per l’uomo in genere, “la probabilità di arrivare agli ottanta e anche ai novant’anni, se la sua vecchiaia non è accompagnata da disordini organici”.

Età che, oggi, in quel computo anagrafico, non sembra generalmente neanche tanto remota ed inusuale, per la diffusa consapevolezza dell’allungamento della vita media che, comunque, non avoca a sé l’esclusività della totalità dei casi, tra i quali ancora dipartite premature, rispetto agli anni della maggior senilità, si verificano in diversa e fatale incidenza.

Anche per questo, oltre al fatto del desiderio di ulteriormente procrastinarne la durata, è ancora attuale una certa sensibilità per un “elisir di lunga vita” che, nel caso della notizia riferita da “Il Popolo di Brescia” di venerdì 3 luglio 1931, era ascritto ad un metodo del medico cecoslovacco prof. Stoklasa, consistente in una dieta riconducibile all’assimilazione “alimentare esclusivamente a degli erbaggi coltivati in modo che quando sono pronti per essere consumati essi abbiano un contenuto particolarmente ricco di iodio”.

Tesi suffragate dalle presunte e mirate sperimentazioni del ricercatore cecoslovacco, in quanto, come si legge nell’articolo ad unica colonna impaginata sull’altrettanto unico quotidiano che Brescia aveva in epoca fascista: “Il prof. Stoklasa, per parecchie settimane di seguito, si è nutrito esclusivamente di patate, cetrioli, radicchi e spinaci che erano stati da lui stesso coltivati nelle condizioni volute, appunto allo scopo di avere un contenuto specialmente ricco di iodio”.

La spiegazione “naturaliter” di tale nutrizionale concezione, cara ai fautori di diete povere, ma esigenti, è la constatazione conseguente che sembrava consentisse di riscontrare, mediante il ricorso a quegli alimenti, quanto “il processo normale di metabolismo si compie assai più rapidamente di prima, mentre tutti gli altri organi vitali principali risultano completamente liberi da qualsiasi accumulazione di acidi e di altre sostanze pericolose e dannose per il loro funzionamento regolare e per la salute in generale”.

Qualche giornata dopo, ai propri lettori, “Il Popolo di Brescia” pubblicava, nella data totalmente dispari del 7 del 7 del 1931, cadente di martedì, la notizia di “un nuovo sistema per la cura del raffreddore” d’ideazione inglese, essendo comunicata da Londra, nel singolare ricamo cucito addosso alle prestazioni d’analisi di un non meglio identificato medico patologo, suddito dell’allora Re Giorgio V del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda.

“La scoperta del patologo inglese consiste precisamente in questo: egli è riuscito ad isolare dal sangue umano ed animale queste sostanze o corpi che conferiscono agli individui la resistenza naturale al male in maggiore o minore misura, e a dimostrare che questa resistenza può essere aumentata notevolmente nelle persone in cui essa è minore o più debole, mediante iniezione nel sangue di piccole quantità di queste sostanze prese da altri individui maggiormente dotati. E questi corpi sono precisamente gli elementi essenziali che compongono il nuovo rimedio contro il raffreddore comune. Per fabbricare il rimedio da lui trovato, il patologo inglese si serve di quelle sostanze estratte dal siero ricavato dal sangue equino”.

Il ricorso ad iniezioni di sostanze, come, in altro modo, il misurato approccio alla vibrante elettricità ed anche ad un’alimentazione ragionata, sembrava partecipasse, in quello spicchio di storia andata, al concorso in divenire dell’infaticabile curiosità dell’uomo di conoscersi e di proiettarsi in dimensioni salutistiche non ancora a fondo esplorate che, attraverso la propria tenacia, ha, nel frattempo misurato, a certi livelli, con l’evoluzione di un continuo progresso, senza scardinare il mistero della vita in divenire che da sempre lo contiene e da cui puntualmente torna, nella dinamica stessa da cui proviene.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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