Brescia – Nel libro di Carla Boroni, dal titolo, “Per un moderno galateo – Perché di solito gli stupidi sono scortesi”, la dimensione dell’essere è esplorata in un’intelligente chiave di interazione sociale che coniuga alla sfera personale una corrispondente riflessione circa la responsabilità di una consapevole condotta morale.

Come specifica l’autrice delle circa novanta pagine di questa pubblicazione, edita dalla “Compagnia della Stampa”, “la necessità “morale” della cortesia è legata a molte cose, soprattutto alla componente motivazionale, come la benevolenza, il cuore, l’amore, l’affetto che si traducono nel desiderio di favorire il benessere dell’altra persona, sia alla valutazione obiettiva della situazione – tenendo conto dello stato d’animo dell’altro – sia fattori di personalità, come estroversione, identità personale, socievolezza”.

Se il concetto generale del galateo, radicato nell’invalsa concezione collettiva nella quale profila la propria avvalorata consistenza costitutiva, è connesso alle cosiddette “buone maniere”, conseguentemente, l’articolata trattazione dell’autrice circa questo tema, affrontato alla luce delle più attuali sollecitazioni dove staglia il controverso spettro delle proprie possibili manifestazioni, pare collocarsi nella svelata affermazione che alla cortesia spetti “in sé una base morale ben solida. E’ la capacità di avere attenzione per gli altri e per i loro sentimenti, la vera energia vitale. C’è un nucleo centrale profondo, forse primitivo, quale la capacità di voler bene, di provare affetto e di desiderare di far star bene chi ci circonda (anche perché, sono convinta che convenga in primo luogo a noi stessi). E’ questa la vera base morale della cortesia, che si sviluppa con la crescita, l’educazione e l’esperienza ( e con l’esperienza, significa anche prendersela “di brutto” con chi non adotta tale metodo – e non è una contraddizione credetemi – ). Si tratta di percorsi che passano attraverso l’uso dell’intelligenza per capire il mondo e le sue variegate situazioni”.

Situazioni che, rapportate ad un pregresso patrimonio di convenzioni codificate e vissute nello stare in società, per quanto attiene l’attualità, si rivelano in quel diversificato numero esponenziale in cui vanno ad esprimere la necessità di “un comportamento adeguato, in considerazione del cambiamento dei tempi, dei luoghi di vita, delle abitudini che comportano situazioni nuove da gestire sempre nel rispetto altrui”.

Secondo la costruttiva ispirazione di Carla Boroniquesto libretto vorrebbe raccontare il “buon senso” (ammesso che lo si possa comunicare), i precetti sparsi del vivere bene, raccolti intorno ad una sana discrezione, ma più ancora intorno ad un po’ di equilibrio nella cultura, in seno all’arte e alla vita”.

Questa triplice ripartizione di elementi che inanella fra loro le pertinenze argomentative rivelabili fra conoscenza, creatività ed esperienza, riflette l’edificante apertura d’analisi che, verso la tematica fondante del libro, l’autrice adotta per una significativa interpretazione di senso narrante, armoniosamente sviluppata nelle due parti principali del testo in cui, date le sostanziose premesse, dal cospicuo esordio contestualizzante l’insieme delle pagine attinenti il preludio culturale a cui sono annesse, procede nel dettaglio concreto di quelle svariate opportunità diffusamente frammiste in molteplici circostanze sociali, in relazione alle quali tali evenienze sono rimesse, attraverso uno snodo verosimile di ricorrenti casistiche che sono descritte secondo una lettura critica, interpretata con bonaria e con inesorabile acutezza, posta a commento delle stesse.

Pur nell’esplicitata consapevolezza “di quanto relativi siano i nostri comportamenti e di come le nostre abitudini si collochino a stadi determinati di evoluzione culturale”, oltre la moda apparente ed evanescente, rispettivamente riferita al tempo incombente nei riferimenti della conclamata sintesi valoriale ravvisabile come condizionante riferimento cogente, Carla Boroni sottolinea il dato di fatto che “buone maniere ed etichetta garantiscono che il proprio posto nella grammatica sociale possa essere sempre e prontamente individuato, innanzitutto da se stessi”.

A scanso di una atrofizzazione di ruoli artefatti, secondo l’interpretazione limitatamente affettata ed esteriore di questi canoni di comportamento basilari, tanto da potere riferirsi, a proposito di tali manifestazioni dozzinali, con l’espressione di “superuomini di massa”, gli ingredienti, per un moderno galateo, si fondano, rispetto a queste, in quella distinzione rappresentativa che “parte dal cuore e i cuori buoni di distinguono dagli altri perché sanno cos’è la cortesia al di là delle regole”.

In questa riflessione propositiva, il capitolo denominato “note sulla scortesia” contribuisce a dare spessore a quella prospettiva di verifica educativa che svela, in una ragionata critica speculativa, il paradosso di quanto pare sia nel tempo intervenuto, nella cultura Occidentale, attraverso una subdola maniera di mutazione retriva, per la quale, all’essere cortesi, sembra possa corrispondere di rimando la percezione interagente del non essere invece veritieri: “La scortesia dell’Occidente risiede su una certa qual mitologia della persona. Topologicamente, l’uomo occidentale si ritiene doppio, composto da una “esteriorità” sociale, fittizia, falsa, e da una “interiorità” individuale, autentica (luogo della comunicazione divina). Secondo questa concezione, la persona umana è appunto questo luogo riempito di natura, circondato, chiuso da un involucro sociale di poco valore: il gesto cortese (quando è richiesto) è il segno di rispetto scambiato tra una pienezza e un’altra, attraverso i confini della modernità”.

In questa modernità, osservata dall’autrice, si insinua, a contrappeso della sbilanciata deriva di un galateo malinteso, la concreta proposta del decalogo di un “galateo dell’allegria”, inneggiante ad una “sorta di educazione alla felice sopravvivenza”, come anche, a cavallo di un differenziato e piacevole insieme di ambientazioni alle quali l’impronta umana riserva l’impatto autentico del rivelarsi per il tramite delle sue stesse azioni, anche di un testualmente definito “Gran finale o Finale grande”, come efficace sequenza paradigmatica di una quasi doppia dozzina di efficaci consigli, confezionati in quegli ambiti appetibili e comprensibili che, fra l’altro, suscitano a Carla Boroni la considerazione che “il mio galateo è mutuato da un mio amico prete ed è confortante, con poche, pochissime regole”, verso le quali, stante l’evocata figura ecclesiastica quale mentore di ispirazione, pare pure sfiorarsi la dimensione del trascendente, svelata nella sensibile esemplificazione della cura di una perseguita verità umanizzata che è forza rivelata di redenzione aperta al presente.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.