Il volto girato, lo sguardo che coglie lo spettatore dietro di sé, senza affrontarlo direttamente con l’incontro degli occhi.

Alcuni quadri – al di là dell’abilità pittorica di chi li ha dipinti e pertanto della qualità artistica da cui sono connotati – creano una breccia empatica immediata in chi li osserva.  Il motivo? I personaggi assumono una postura iconicamente legata alla psicologia del profondo.

E’ il caso de “La ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer, al quale, anni fa è stato dedicato l’omonimo romanzo e poi un film.

L’autrice ha ben colto il valore iconico di quell’immagine, in precedenza conosciuta da un gruppo abbastanza ristretto, quello degli appassionati d’arte, e l’ha rilanciata, attraverso una storia d’amore, nell’immaginario collettivo.

La potenza sviluppata da quell’icona si basa sul comportamento della giovane donna, che ruota il collo, spostando il volto quasi all’altezza della spalla, imponendo il massimo grado di angolazione degli occhi per guardare quello chi sta dietro di sé e abbandonando poi la pupilla in uno spazio trasognato.

Girare la testa e portare lo sguardo al massimo punto consentito dalla rotazione dell’occhio non appartiene alla tradizione posturale della donna. Ne rappresenta un’eccezione amorosa, giustificata esclusivamente da un intenso interesse suscitato dal maschio.

La posizione, pertanto, fa scattare un meccanismo proiettivo di riservata seduzione nella spettatrice e rende lo spettatore vigile, poiché la posizione assunta della donna potrebbe significare che egli ha destato nella stessa un interesse, una curiosità, forse sessuale, attraverso un atteggiamento sfrontato, pur se contemperato dalla timidezza e dalla grazia.

La perla all’orecchio risulterebbe poi legata a un’immagine di purezza e di mancanza di provocazione palese.

La perla tende a sottolineare, nella sua immagine lunare, un atteggiamento di femminilità discreta che, insieme ad altri indicatori più profondi, fa pensare all’uomo di essere al cospetto di una possibile donna-moglie.