di  Lidia Ferrari, insegnante di scuola primaria

Venerdì 21 febbraio ore 16.15: accompagno al cancello i miei alunni, bambini e bambine di sei anni che già sognano il costume che presto indosseranno, la sfilata, le maschere, la festa con gli amici… le vacanze di Carnevale.

Lì si ferma la memoria fatta del profumo dei pastelli appena temperati; della polvere del gesso che, nonostante la luce della LIM, cade ancora sulla tastiera del PC; del tremore di mani incerte che fanno vibrare le parole sulla carta… sguardi e gesti complici, sfide e traguardi conquistati.

E da lì, dapprima l’incredulità e la convinzione che la chiusura forzata della scuola sarebbe durata poco... poi i giorni, tutti uguali, perdono il loro nome, costretti tra le mura di casa. Un clima surreale, un sogno dal quale, ancora oggi, spero di risvegliarmi…

Mentre cerco di tenere insieme i fili della mia vita, di controllare l’angoscia e il nodo alla gola, che non so più se è un sintomo o un blocco della mente, dall’altra parte ci sono ancora quei bambini che ho lasciato al cancello, bambini chiusi nelle loro case, con la storia e le loro storie…

Ben presto mi accorgo che non basta più il compito inviato attraverso la rappresentante dei genitori nella loro chat di classe, la fotocopia fatta arrivare in modo rocambolesco… bisogna trovare il modo per non perdersi, per riannodare i fili. In classe usavamo un filo di lana vero per fare il gioco della ragnatela che ci legava tutti, ora quel filo doveva diventare virtuale… web, per l’appunto!

Ma come e quanto con bambini di classe prima della Scuola Primaria?

All’inizio è stata una “chat di soli bambini”, con genitori rispettosissimi dietro le quinte, registi silenziosi del flusso delle comunicazioni: file audio di appelli come si facevano a scuola, video di letture dell’insegnante, consegne dei lavori a step, aspettando le loro risposte, immagini delle attività… il tutto pensando a chi non ha la possibilità di stampare, a chi non ha ancora sufficiente dimestichezza con l’italiano, a chi…

Giornate intere passate a pianificare le attività più accattivanti e le modalità per proporle in modo efficace nel tentativo di ritrovare il senso del gruppo classe, per includere tutti. Col protrarsi dell’emergenza, la necessità di proporre anche nuovi apprendimenti.

La tecnologia è diventata valore aggiunto alla didattica d’aula, ma ora l’aula è sparita, è rimasta solo la tecnologia e mi chiedo come renderla “umana” per incontrare bambini di sei anni chiusi nelle loro case, con in mano lo smartphone di un genitore.

Mi risuonano le parole di una mamma: “Fino a ieri abbiamo fatto tutto per tenerli lontani dal telefonino ed ora glielo consegniamo perché è l’unico strumento che ci consente di mantenere dei legami, una parvenza di normalità…”

DAD… c’è un acronimo per tutto ormai, come se dovessimo guadagnare il tempo nel pronunciare le parole o forse, ci preoccupa come il suono pieno delle parole sia carico del loro vero significato.

DAD, “didattica a distanza”, ma con bambini così piccoli ho la sensazione che ci sia poca didattica e tanta distanza.

Le colleghe che si autodefiniscono “tecnolese” non possono più sperare nella pensione per evitare questo incontro ravvicinato con le “Nuove tecnologie” e cercano di recuperare il tempo perso, facendo del loro meglio…

Si registrano audio e video, si fanno presentazioni, si ricercano risorse nella rete, si condivide in cloud, si chatta, ci si vede in videoconferenze formali ed informali, si manda un messaggio per informare che si è inviata una mail e, alla fine, ancora ore di telefonate…

In questa emergenza vedo allentarsi, un po’ a tutti i livelli, gli eccessi di prudenza legati a normative di privacy e di sicurezza… Anche questo sarà un prezzo che dovremo pagare?

E poi il registro on line… fino a ieri era per molte famiglie uno sconosciuto a cui si ricorreva giusto a fine quadrimestre per scaricare il documento di valutazione; oggi è improvvisamente diventato il luogo di accesso quotidiano dove caricare e scaricare i lavori assegnati.

Più volte al giorno, apro quella pagina “documenti per docente”, una sorta di “C’è posta per te”…. apro quelle immagini dei lavori dei bambini, talvolta così pesanti che non arrivano più, e “correggo”, pensando a loro, ai loro stili, a come stanno lavorando, stupita per alcune intuizioni inaspettate e comunque sempre felice di sentirli vicini, partecipi.

Tento di raggiungere chi non ha ancora inviato nulla…e così arriva anche uno di loro, che in un’ora carica ventisette volte, quattro/cinque immagini ogni volta, tra cui i lavori della disciplina che non insegno e attività svolte a ottobre… sorrido, convinta che ognuno sta facendo il meglio che può!

Mi viene chiesto di valutare la DAD ma quello che davvero posso vedere è che questa DAD comincia ad accusare pesanti perdite di classe: chi non ha connessione, chi ha perso la password del registro, chi non ha strumenti, chi non conosce bene la lingua, chi sta facendo i conti con il dolore, la precarietà, la malattia, la crisi economica… accanto a chi impara sempre e comunque!

Paure e desideri si intrecciano nei lavori che mi rimandano:
“Vorrei un tempo sano per tornare a scuola. Vorrei un tempo spensierato per stare di nuovo con le mie amiche. Vorrei un tempo colorato per fare il pieno di abbracci. Vorrei un tempo veloce che passi il virus per poter ritornare a scuola. Vorrei un tempo col sole per giocare in giardino a tutte le ore.”

Anche con i più piccoli si tenta un “video incontro”, così voglio chiamare una video lezione sincrona.

La sera prima mi prende uno stato da “notte prima degli esami” e nemmeno razionalmente riesco a controllarmi: ho alle spalle svariate esperienze sincrone e asincrone, ma mai mi era successo con i bambini di sei anni che ho lasciato al cancello prima delle vacanze di Carnevale e non ho più rivisto… e so che non potranno essere soli, con loro ci saranno almeno il doppio di occhi adulti.

Vorrei entrare in punta di piedi in quelle case che non conosco, in quelle vite che non so cosa stiano vivendo.

Dieci minuti prima dell’appuntamento, sono già in postazione, collegata…. Mi sono presa quei minuti per ritrovare la calma ma subito compare sullo schermo la prima richiesta di partecipazione.

Si dice che chi è in anticipo sia un ansioso ed allora siamo in due!
Avvio un dialogo incerto, saluto i genitori che stanno discretamente nascosti e spero arrivino presto tutti gli altri. Uno dopo l’altro arrivano: chi è ad una scrivania con fare molto “professionale”, chi seduto ad un banchetto improvvisato con i libri già aperti, chi comodamente sistemato sul tappeto, chi davanti ad un letto, chi in cucina, chi in giardino…dove la connessione sembra migliore, insomma.

Si sente la presenza dei genitori, tutti rigorosamente invisibili, ma palpabilmente emozionati.

Anche qui la classe subisce le solite perdite; oggi manca un altro bambino perché la mamma lavora in trincea ed è di turno! Le assenze pesano a tutti.

Io sono rigida… i bambini più di me, intimoriti rispondono a monosillabi, solo qualcuno accenna un sorriso. Avvio una presentazione per lanciare un nuovo stimolo del percorso che sto proponendo e, in diretta, mi rendo conto che mentre presento, non vedo più i loro volti… una presentazione al buio! Come posso parlare ai miei alunni sapendo che loro mi stanno vedendo mentre ficco gli occhi nel vuoto di un’immagine del mio schermo?

La collega mi aiuta a coordinare la chat. I più arditi si stanno sciogliendo e chiedono la parola, ma faticano ad attivare il microfono. I tempi si allungano, io intervengo per ridurre gli imbarazzi, ma continuo a non vedere quello che succede dietro alla mia voce. Quando torno a rivederli mi rilasso…

Qualcuno muove la bocca, ma il microfono rimane spento… cerco di dare istruzioni ed è allora che compare il fratello maggiore… lui è esperto e salva la situazione!

Il microfono si accende… ma la voce è metallica, la figura sfuma, pezzi di parole rimangono senza risposta. Arrivano anche i primi sbadigli: sarà che in classe la maestra ti vede, lo schermo no!!!

Continuo a parlare ma capisco che serve qualcosa d’altro…All’improvviso l’intuizione: chiudo l’incontro con un “abbraccio collettivo” (in classe ci salutavamo così, all’inizio della giornata).

Ora ognuno stringe le braccia attorno a se stesso; io, mentre mi abbraccio, mi inclino e sparisco dalla vista, dicendo: “Non spingete, mi fate cadere…” ed è allora che rivedo i loro sorrisi!

Attendo che l’ultimo volto sparisca dal monitor e chiudo l’applicazione. Rimango sorpresa nel realizzare che non sono in grado di dire come sia andata l’esperienza: troppo pochi i feedback, troppo bloccati i bambini.

Chiedo un riscontro ai genitori e inaspettatamente mi sento dire che i bambini avrebbero voluto vedere tutti i loro compagni contemporaneamente su quello schermo, cosa che non si è verificata per i limiti della tecnologia.

Per dirla con una piccola storia etimologica di Emanuela Nava: “I compagni condividono il pane e le emozioni che muovono il mondo”.