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Quarto giorno. Arrivare a Salinas non è poi così difficile, se hai un bus dalle sospensioni ormai in pensione e un autista esperto come il nostro Alberto, arduo è, piuttosto, resistere alle prove che ti pone davanti l’altitudine. Siamo a 3550 metri sopra il livello del mare, qui anche le zucche più vuote si sentono pesanti e fare due passi in salita equivale più o meno allo sforzo fisico che richiede scalare l’Everest! Boccheggianti, riarrotoliamo le lingue in bocca davanti a questo esempio di sviluppo sostenibile, solidale, campesino.

Nei dintorni questo affannato paesello, oltrepassato il deserto di arena, le uniche forme di vita sono chuquiragua (nome Quechua di un delizioso fiore color arancio) e le selvatiche vigonie, quadrupedi curiosi dalla forma slanciata di una gazzella e il collo lungo e sottile. E’ in questo luogo lontano e apparentemente inospitale, oltre l’ennesima ripida salita, che si trova Salinas de Guaranda. I suoi abitanti, per la maggior parte di origine campesina, grazie ai piccoli prestiti concessi dalla locale cassa rurale, hanno fondato una vera e propria rete di cooperative e industrie comunitarie fondate dagli stessi, per i bambini, i giovani e gli anziani, insomma per Salinas, per coloro che la vivono adesso e per quelli che arriveranno, per evitare la piaga dell’emigrazione (molto diffusa in Ecuador), che oltre alla struggente nostalgia di Casa, aggiunge inesorabile, l’anonimato di una vita senza più origini.

In questa cornice andina, attorno ad un fuoco sempre acceso, ho ritrovato il calore di casa nel giorno di Natale, l’atmosfera paziente di chi sa attendere che l’altro abbia finito la propria orazione, prima di parlare; il sereno altruismo di una ragazza della mia stessa età, Paola, che mi spiegava come, prima di sposarsi, vuole mantenere la promessa fatta ai propri genitori di far studiare fino all’ultimo fratello prima di accasarsi. Ragazzi come me, che lavorano nel caseificio, nella filanda o al rifugio. Le cose che abbiamo in comune nemmeno le immaginavo prima, e dovevo perdere fiato fino ai 3500 metri per ricordarmi in che cosa credo, dei miei sogni, del fatto che per realizzarli, devo guadagnarmeli con impegno e costanza, niente di più di quello che hanno fatto questi ragazzi. Attorno al fuoco, accanto a noi, ci sono Vinicio, Fabian e José. Non tutti capiscono lo spagnolo, la traduttrice poi, è quello che è, ma nella loro voce si riconosce distintamente il guizzo dell’orgoglio di chi ha costruito qualcosa dal niente e non l’ha fatto solo per sé, ma per un bene comune.

Gli ascoltatori, in cerchio, percepiscono un lampo di dignità nei loro occhi, la fiera dignità di chi si guadagna il pane che mangia con la propria fatica; le orecchie del pubblico, disturbate da un’insistente interprete, sentono il battere forte dei loro cuori giovani e brillanti che amano la terra da cui sono nati e che lottano, e hanno lottato, per far sì che il loro passato, il sangue che scorre nelle loro vene, antico e ricco di vita, non venga dimenticato. Raramente ho incontrato coetanei con un tale rispetto per le proprie origini, con un orgoglio così spiccato e un amore per ciò che sono e che si portano dentro come a Salinas di Guaranda, nel cuore della sierra ecuadoriana. I sentimenti dai quali sono mossi, li portano a combattere quotidianamente per la propria terra e per la loro storia, troppe volte violentata, sfruttata e calpestata anche da noi, gente del Nord del mondo, abituata ad uniformarsi alla massa, a scegliere in base a ciò che gli altri penseranno di noi, a vestirci tutti uguali per essere accettati, a rinnegare spesso ciò che siamo in nome dell’apparenza.

Noi, che prendiamo e pretendiamo dalla nostra terra senza darle mai nulla in cambio, abbiamo molto da imparare dai racconti di questi ragazzi sognatori come me, che sono diventati soldati per difendere ciò che sono. La candela si spegne nel rifugio e nel buio della notte mi avvio verso la mia stanza, il vento ulula forte alla finestra, potrà portarsi via un altro po’ di terra e sabbia nella sua incessante erosione, ma certo non volerà via il fuoco acceso in questi giovani cuori.

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Claudia Corini
Claudia è laureata in lingue e letterature straniere e diceva che "non avrebbe mai lavorato in banca" ;). Collabora saltuariamente con Popolis. Ama i viaggi, la lettura, la fotografia e ascoltare musica rock! Dice di lei "potrei definirmi in mille modi...ma ce n'è sempre +1"!

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