Tempo di lettura: 3 minuti

dal Perù, il Diario latino di Letizia Piangerelli

perùIl rumore dei sassi quando l’oceano li porta via assomiglia alla minaccia di un grosso temporale, con quell’odore aspro di salsedine, cosi familiare ovunque, cosi capace di rasserenare. Distesa su un golfo ampio del Pacifico, Lima è un’altra capitale d’America Latina che è riuscita a mettere insieme quartieri esclusivi, alberghi di lusso, palazzi oceanici e baraccopoli popolari, con frontiere delimitate dalla separazione netta che corre tra le zone della “Lima bene” ed i quartieri dimenticati di periferia.

Siamo arrivati di notte, dopo un’attesa interminabile al passaggio migrazioni. Il viaggio sta passando in fretta, ho la testa ancora piena d’Argentina mentre cerco di carpire qualche segreto della città, e la prima sensazione mi riporta ai paesaggi del Centro America. Lima è diversa da Buenos Aires, simile a Quito per certi versi, ma in fondo, non so come, ha dei tratti forti che mi ricordano le caotiche strade di città del Guatemala, quella vegetazione fitta e rigogliosa di manghi, palme e fronde tropicali, nonostante dicono che non piove mai.

Venditori ambulanti, illegali e anonimi, si intrufolano tra le auto ad ogni stop di semaforo, bambini e adulti, donne e anziani, tutti impegnati con qualcosa di improbabile da vendere a degli autisti annoiati, che dati i tempi biblici di attesa del verde, probabilmente finiranno per comprare. Il traffico infernale delle ore di punta incolonna le auto in un puzzle stretto e mentre restiamo incastrati mi rendo conto che, come già in Ecuador, anche le geografie di Lima sono fatte di case blindate e guardiani alle porte degli uffici, delle case. Ma la criminalità è impalpabile, assente negli atteggiamenti e nelle parole della gente.

Quando abbiamo lasciato Baires, l’iniziativa che volevamo costruire in Perù era ancora un’idea nelle nostre teste. Passando di riunione in riunione, quasi spontaneamente, l’idea è andata poco a poco assumendo la fisionomia di un progetto, disegnato sulla base delle impressioni raccolte e delle intuizioni nascoste dietro gli entusiasmi più o meno velati dei nostri interlocutori.

E’ qualcosa di ancora embrionale questo progetto Perù, qualcosa che per mettere radici dovrà contare più sulla risposta e sull’impegno dei peruviani che sulla nostra volontà, quella di Cassa Padana, di trasmettere un modello. Azione e reazione, è difficile prevedere che meccanismi innescherà la nostra presenza qui, in queste brevi ore di permanenza nel paese. Il nostro obiettivo era lasciare un seme, una base sulla quale costruire insieme un percorso che in Ecuador e in Argentina ha già dato vita ad impegni concreti da realizzare.

Manca poco e ci rimetteremo in viaggio, il Perù resta ancora per me un paese da capire. Ho come la sensazione di essere rimasta seduta su un piccolo sgabello, mentre il Perù reale e vivo si sviluppava tutto intorno, lontano da me. Ma questo seme che abbiamo lasciato lo vivo come la possibilità concreta di un ritorno, condividere e sentire che anche questo paese sta diventando un po’ il mio.  La presenza dell’oceano si avverte non appena ci si allontana dal centro, con quell’odore forte e il velo spesso di umidità che aleggia nell’aria, segnale di un mare arrabbiato, punteggiato da decine di tavole da surf che cercano un equilibrio precario tra un’onda e l’altra, a pochi passi dalla riva.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *