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Brescia – In un tempo in cui l’ecologia, com’è attualmente intesa, non era ancora concepita in una definizione universalmente accondiscesa nella motivata considerazione a favore dell’ambiente, nell’ottica di una sollecitudine che verso l’intero ecosistema si trova protesa, a Peschiera Maraglio di Montisola si approntava uno specifico “comizio” relativo alla pesca esercitata con le reti proibite, in relazione a quelle correlate implicanze che, per l’importante attività ittica, si rivelavano, a motivo della stessa, notevolmente deleterie, secondo un inesorabile riscontro impattante.

Nell’autunno del 1908 si era presa a cuore quella data contingenza che era ormai assurta ad una problematica incidenza, circa l’economia del luogo lacustre dove gli addetti ai lavori lamentavano l’ostile e ricorrente insorgenza di tale deprecata ed illecita concorrenza, diffusa, fra l’altro, in un sistema che si dimostrava presente pure fra chi, fra le fitte reti di tale metodo, prima, non ne era stato implicato per niente.

In pratica, per reggere una certa resa, anche i pescatori dal “vecchio stampo” sembra si fossero adeguati, in buon numero, ad un metodo più invasivo di pesca, assumendo la “via breve”, per aumentare la raccolta peschiera.

Tutto stava nel tipo di reti utilizzate che, se pare favorissero una sorta di pesca maggiormente abbondante, d’altro canto devastavano il medesimo bacino lacustre nel suo assetto naturale, legato soprattutto alla vita dei pesci stessi, per il perpetuarsi della loro specie, abbisognevole di una consona realtà autoctona di proliferazione generazionale in quell’equilibrio dove, da sempre, si mantiene nella sua elezione naturale.

Ne documenta il fenomeno in questione l’allora quotidiano “La Sentinella Bresciana”, tra le pagine dell’edizione del 12 ottobre 1908, nella quale si legge, fra l’altro, che: “Il signor Archetti, presidente del Comitato che promosse il Comizio così riassume la condizione dell’industria della pesca sul Sebino: “Le allarmanti condizioni nelle quali si trova ittiologicamente il nostro bel lago, ed il continuo progredire nell’audacia dei pescatori clandestini, hanno indotto l’egregio comitato a convocare questo Comizio allo scopo di porre un freno ai molteplici ed inveterati abusi tendenti a distruggere quasi totalmente, ogni specie di pesce nel nostro Sebino. Mi sia permesso pertanto accennare i sistemi abusivi che sono in vigore, per far conoscere quanto sia necessaria un’immediata repressione, e quanto prezioso e utile ci sia l’appoggio delle autorità e del Governo. Il numero dei pescatori ora è molto diminuito perché gran parte di essi, non trovando i mezzi per vivere, furono costretti ad emigrare od adattarsi ad altre occupazioni, e quei pochi che restano, stentano la vita e si trovano in una squallida miseria. Tra questo esiguo gruppo di pescatori che restano, si contano però ben quarantaquattro reti a strascico, dette volgarmente birbe cosere o sacatoe. Di queste ve ne sono ventiquattro a Carzano, otto a Predore, cinque a Riva di Sotto, due a Tavernole, due a Sarnico, una a Peschiera, una a Pisogne e una a Toline; in totale 44. Gli strosighì e stroseghe sono sessantacinque dei quali diciassette a Peschiera, dodici a Predore, dodici a Sarnico, dieci a Corzano, tre a Tavernole, tre a Toline, due a Clusane, due a Pisogne, due a Riva, uno ad Iseo ed uno a Riva. E le reti a sacco che rodono e sconvolgono il fondo, già bandite dal Regio Governo, oltre a distruggere ogni più piccolo pesce fanno orribile scempio delle uova deposte nel fregolo annullandone quasi totalmente la fecondazione. Il perdurare di questi sistemi, ha indotto anche i pescatori più onesti, costrettivi dalla necessità, ad associarsi ai disonesti e perciò i mezzi più leciti di pesca, raffinati nella dimensione delle maglie, o nel modo di usarli, divennero abusivi, quindi posso dire con sicurezza che, quasi da tutti si pesca clandestinamente. Il fregolo non è rispettato, perché quantunque si conoscano le date di proibizione, pur tuttavia, si pesca senza alcun riserbo, non badando all’enorme danno che apportano impedendo il ripopolamento”.

Risulta interessante la possibile constatazione che in tale contesto fosse emersa la consapevolezza di quanto il miglior profitto, pure dilazionato attraverso l’altalenante corso del tempo, fosse, in ogni caso, congiunto alla responsabilità di una adeguata e di una rispettosa correlazione con la natura perenne e non si pensasse alla mera difesa del lavoro, sviluppata in relazione alle modalità del suo svolgimento, in una teorica contesa con l’arbitrario vantaggio di una parte dei pescatori dal comportamento controcorrente, rispetto a quella tradizione che faceva invece coesistere al proprio sostentamento la connaturata sensibilità verso l’ambiente.

Le reti a strascico e quelle volanti erano allora individuate come cause dello spopolamento ittico del lago d’Iseo, in particolare riferimento alla notevole insidia che era inferta con questi mezzi al fregolo, cioè all’insieme delle uova deposte dai pesci, in una puntuale constatazione pure ribadita, a Montisola nel corso del comizio dell’undici ottobre 1908, anche dal prof. Luigi Guccini “del Liceo di Desenzano del Garda”, secondo cui, nel relazionare il suo intervento come studioso di ittiologia, queste modalità di pesca “circondano i banchi di frega saccheggiandoli”. A questo aspetto si aggiungevano altre cause che “impediscono ed assottigliano la pescosità del lago d’Iseo: tali i detriti delle cave di calce; i rifiuti degli stabilimenti, di bande stagnate, delle cartiere che inquinano le acque e che, persistendo, renderanno inutile ogni provvedimento per la pesca intensiva ed estensiva”.

Intervento che si era espresso nella rosa di altri argomentati contributi offerti al comizio, organizzato nella villa dell’avvocato Virgilio Erba a Peschiera Maraglio, da parte, oltre che del citato padrone di casa, anche di una serie di autorevoli personalità dell’epoca, fra le quali l’onorevole Giovanni Quistini, l’onorevole Baldassarre Castiglioni, il barone Alessandro Monti, presidente della Commissione Provinciale di Piscicoltura, il cav. Mainetti, presidente della Camera di Commercio di Brescia, il generale a riposo Clemente Franceschini per la Camera di Commercio di Bergamo, il cav. Francesco Rossetti per la deputazione provinciale di Brescia ed il prof. Bernardo Sina, presidente della Commissione Provinciale della pesca per Bergamo, oltre ai primi cittadini di alcuni Comuni della locale riviera, ad un certo numero di pescatori e ad altri esponenti delle istituzioni legate all’oggetto della discussione, volta a cercare una soluzione alle ravvisate criticità, colte nella loro problematica manifestazione.

Se c’era stato chi, come il sindaco di Clusane Serafino Gatti, aveva deplorato “la pesca con le lampade ad acetilene”, auspicando l’estirpazione delle alghe dai porti, l’assemblea aveva accolto anche la critica del sindaco di Iseo, Giuseppe Rossetti, per il quale “non furono applicate le disposizioni del regolamento che disciplinava la pesca sul lago” in rapporto a certe indicazioni sulle quali l’accennato cav. Francesco Rossetti ventilava la proposta dell’istituzione di “squadre di vigilanza sul Sebino contro i pescatori di frodo, squadre sussidiate dalle due Provincie di Bergamo e Brescia, dal Governo e dai Comuni rivieraschi”.

In riferimento alle prerogative comunali, il cav. Franzoni di Iseo si faceva strada, tra il dispiegarsi delle considerazioni sottoposte al vaglio del pubblico consesso assembleare, avanzando l’ipotesi che i “Comuni imponessero la tassa d’esercizio ai pescatori e vietassero l’uscita dal porto alle barche recanti reti proibite”.

Erano queste quelle reti che “La Provincia di Brescia”, di lunedì 12 ottobre 1908, spiegava per il tramite della descrizione data alle stesse, attraverso lo sfogo di un pescatore, intervistato dal giornalista “R. Piazza” sull’argomento cardine in questione: “La nostra rovina sta tutta nelle bosere; sono reti fittissime che pescano sul fondo e insaccano completamente ogni genere di pesce; disturbano le ovaie, distruggono l’erba che del pesce è la casa e per di più mandano alla malora dei migliori di pesciolini quasi impercettibili al nostro lago. Noi li conosciamo benissimo questi pescatori di frodo ed abbiamo dato ad essi una guerra spietata, senza quartiere ed anche senza risultati: abbiamo loro distrutte le reti micidiali, abbiamo colato a picco le loro imbarcazioni, spesse volte si sono originate delle vere zuffe terminate all’ospedale da parte nostra”.

Prima che il partecipato comizio si sciogliesse, per dare poi forma al seguito conviviale dell’evento, fra “le squisite vivande, gli ottimi vini” dell’allora Albergo Democrazia dell’amena località montisolana, la composita assemblea aveva sintetizzato le rispettive posizioni, esplicitate dalle diverse opinioni, con l’approvazione di un ordine del giorno, articolato in alcune ferme risoluzioni, anche passibili di ulteriori sviluppi, con il concorso delle invocate istituzioni.

Prime fra tutte la raggiunta e concorde risoluzione della “cooperazione di tutti nella denuncia degli abusi”, quando per tutti, si intendeva l’universo mondo lacustre del territorio sebino di pertinenza dei Comuni, delle deputazioni e dei Consigli Provinciali, delle Camere di Commercio e del Governo, con la correlata definizione operativa di un Comitato esecutore per la cura degli ideali e degli obiettivi ventilati nella prospettiva della loro effettiva attuazione.

Comitato preposto, fra l’altro, a perseverare nello studio della materia trattata, al coordinamento ed alla raccolta dei fondi finalizzati alla promozione della propaganda preventiva presso i pescatori, in un tentativo di dissuasione verso la deprecata attività di cieco sfruttamento del ventre linfatico del lago, alla costituzione di un servizio di guardie di pesca per l’applicazione della legge e dei relativi regolamenti, come pure all’assegnazione dei “premi a quegli agenti della pubblica forza che accerteranno maggior numero di contravvenzioni, richiamo ad una cultura più efficiente delle acque”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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