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Brescia – Ogni anno, tale giornata abbocca a chi la pesca, in un vago folclore, secondo una rispettiva tradizione. Quella relativa al cosidetto “pesce d’aprile“. Forse, tale ricorrenza è di per sé stessa “un pesce d’aprile”.

Solo l’idea che sia una pratica comune l’abitudine di riservare proprio a questo giorno il mettere in atto burle ad effetto, pare prestarsi già come scherzo, a quella tragicomica realtà d’ogni giorno, già potenzialmente esposta a più di un dispetto.

Un certo quale strascico di fiacca considerazione, rivolta a questa evanescente reminiscenza festaiola, si traduce spesso nel riscontro in cui, oggi, la medesima sua manifestazione rivela, per lo più marginalmente, una certa effimera inconsistenza.

Eppure, sembra che non sia sempre stato così. L’origine di tale specifica e giocosa pertinenza, posta nell’alveo di una estemporanea trasgressione alla quotidianità rotta da un’ilare e spiritosa ingerenza, sembra apparire nella rosa di una serie di spiegazioni, alcune delle quali pure riferite dalle edizioni del quotidiano “Giornale di Brescia“, all’indomani del Secondo Dopo Guerra.

Tra le sue pagine in bianco e nero, a proposito del Primo di Aprile, Bruno Cerdonio scriveva, fra l’altro, nella medesima giornata, modellata nel calendario del 1954, che “Essa si ricollega alle cerimonie con le quali i pagani salutavano l’inizio, sia pur formale, della primavera. Sepolto, quindi, il crudo inverno, si andava incontro alla stagione più piacevole dell’anno con feste popolari, frizzante allegrezza e vivace esultanza. I romani, perciò, conoscevano già il modo migliore per divertirsi alle spalle del prossimo e ce ne dà un esempio l’imperatore Domiziano il quale un giorno fece convocare di grande urgenza i senatori e quando l’austera assemblea fu pronta per ascoltare le sue dichiarazioni, con un divertito sorriso fece un cenno ad un servo che gli recò un pesce su di un vassoio. Mostrandolo ai senatori, Domiziano chiese loro quale, secondo l’illuminato parere degli illustri “patres”, era il modo migliore per cucinarlo“.

Da qui, insieme ad altre possibili ricostruzioni, ecco una possibile interpretazione dell’abbinamento ittico con la farsa di uno scherzo. Di quale pesce si trattava? Anche a questa domanda il medesimo autore pare potesse offrire una risposta utile per un’informazione: “(…) Ma perchè le burle del primo aprile furono chiamate pesci? E’ noto che nel mese di aprile il sole entra nel segno dei pesci e si ritiene che i nostri antenati abbiano fatto ricorso a tale denominazione antonomasica delle loro piacevolezze, scrutando il firmamento. Essi scelsero l’esemplare adatto, cioè elessero, a simbolo del pesce, lo sgombro, il quale, nel mese di aprile, abbonda nelle acque fredde del nord e precede la venuta delle rondini. Scherzare nel giorno dedicato ai pesci e alle burle è quanto mai lecito, dunque, e costituisce uno dei più graditi passatempi dei ragazzi i quali si sono sempre divertiti alle spalle dei più ingenui, inventando burle innocenti che consistevano nel far correre i loro compagni da un luogo ad un altro, nel dare la caccia ai colombi mettendo loro un pizzico di sale sulla coda, nell’invitare ad ascoltare i pesci che parlano, nel cercare l’ago nel pagliaio e via dicendo“.

Il contesto, in cui erano proporzionate tali parole, era descritto nel medesimo testo, per il tramite di quella sollecitudine divulgativa nella quale, a margine del “Pesce d’Aprile” del 1954, se ne recava un ulteriore accenno, nella giornata stessa di quel giovedì, allora calzante a cappello di tale data d’annuale assortimento che, al perdurante corso della sua storia, non mancava, neppure allora, all’appuntamento: “Aprile deriva da “aprire”, dato che in altri tempi il primo aprile dava inizio all’anno nuovo. Quando poi fu fissata la data del primo gennaio le genti non s’abituarono facilmente a tale imposizione arbitraria e manifestarono la loro opposizione con sommosse che non degenerarono solo per l’intervento di alcuni bontemponi i quali cominciarono ad inviare ai più accesi sostenitori del precedente calendario falsi messaggi, coni ridicoli e pesci a sorpresa. (…)“.

Un analogo sguardo al passato era stato contestualmente rivolto, due anni prima, anche in occasione della medesima ricorrenza del 1952, quando, ancora a firma di Bruno Cerdonio, sul “Giornale di Brescia” del primo di aprile, era riferito che “caratteristiche sono le burle giocate al popolo romano il primo aprile ed indimenticabile quella non troppo lontana nel tempo per cui un buontempone diffuse la notizia a mezzo manifestini che tutti poveri di un periferico quartiere avrebbero ricevuto dagli svizzeri del Vaticano uno speciale sussidio se si fossero presentati dalla 6 alle 7 del mattino. La gente cominciò ad arrivare fin dalla prim’alba e, alle sette, una vera folla faceva ressa dinnanzi alle cancellate, tanto che la Guardia Svizzera dovette essere mobilitata per impedire disordini. Il bontempone, però, di notte, non aveva mancato di attaccare in cima alla cancellata un bellissimo pesce, del quale, si accorsero tutti, solo all’ultimo momento“.

Tra le accennate sfumature rappresentate dal genere di leggendarie imprese farsesche, nella stessa pagina, dove aveva trovato posto l’eco riferita nel merito di un pregresso e non meglio individuato “Pesce d’Aprile”, erano naturalmente dettagliati anche altri spunti di lettura, riferiti, fra l’altro, a resoconti sensazionali, pure del tipo di quelli che, sulla sottile linea di confine tra realtà e fantasia, si prestano tuttora a condensare certe storie particolari che allo scherzo, più d’una volta, si sono rivelate similari: “Descritto dai tibetani l’uomo delle nevi. Nuova Delhi, 31 marzo. Sono giunti ieri a Kathmandu alcuni tibetani i quali affermano di aver visto coi loro occhi “l’abominevole uomo delle nevi” e sostengono trattarsi proprio di un uomo, non di un animale. Questo essere fantastico, celebre nelle regioni dell’Himalaya, si incontra a gruppi di cinque o sei, in zone mai al di sotto dei settemila metri. Misurerebbe dai due e ottanta, ai tre metri di altezza e avrebbe il corpo ricoperto di lunghi peli bianchi. Questi esseri, chiamati “yantes”, sarebbero crudeli, anche cannibali, e dotati di una forza sovrumana“.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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