Cosa evoca nei bresciani il “premio Bulloni”? Presumibilmente, a quanto pare, suscita la percezione di un sinonimo di bontà, di sollecitudine umana, di sensibilità spesa a favore del prossimo, riconosciuta in un corrispondente titolo premiale, elargito con pari nome, nel modo in cui risulta corrispondente alla ormai invalsa tradizione del Comune cittadino di andare ad onorare certe personalità, a vario titolo, meritorie di tali virtuose caratteristiche, a motivo di quella percepita testimonianza altruistica che, su di loro, risulta conclamata pubblicamente.

L’avvocato Pietro Bulloni (1895 – 1950) era stato anche un prefetto. Titolare della Prefettura di Brescia, dal 1945 al 1946, prodigandosi in tale incarico di “(…) Garante della coesione sociale, istituzionale e territoriale. (…)”, durante il periodo d’avvicendamento fra la fine del Secondo conflitto mondiale e l’immediato dopoguerra.

Il suo nome, richiama l’impronta di una autorevole personalità concordemente riconosciuta in uno spiccato carisma morale, consacrato agli ideali democratici dell’antifascismo ed a un orientamento di mediazione anche nel dialogo fra parti opposte, con quella equanimità e rettitudine che ne tratteggiavano la coerente ispirazione valoriale cattolica di formazione e di elezione.

Primo prefetto a Brescia, dopo il Fascismo, individuato politicamente dagli esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), nella delicata contingenza del cambio di regime, il suo successore, nella persona di Guglielmo Froggio, interpreterà d’ufficio la ripresa del corso istituzionale degli esponenti della carriera prefettizia, susseguitisi a palazzo Broletto, con il ripristino della tradizionale mansione espletata su mandato ministeriale dei suoi titolari.

Del bresciano Bulloni, il “prefetto della Liberazione”, se ne perpetua il nome, anche per via di questo premio annuale, rinnovatosi di edizione in edizione.

“Premio Bulloni della Bontà”: edificante obiettivo di uno specifico comitato, nato per il tramite di una pubblica sottoscrizione, ispirata al fatto che, come affermato da Bruno Boni nel 1962, secondo ciò che risulta, fra l’altro, riportato nella pubblicazione intitolata “Pietro Bulloni Un uomo”, edita dal Comune di Brescia nel 1980, “(…) La rievocazione di Pietro Bulloni non poteva tradursi in più efficace sostanza, non poteva essere più vero il suo ricordo, nella aderenza ad uno spirito superiore che tutti amammo ed ammirammo. (…)”.

In altro modo lo spiegava un non meglio identificato “Palinuro”, firma in calce ad un contributo di memorie verso il medesimo personaggio, posto al centro delle settantacinque pagine della pubblicazione comunale menzionata, realizzata dalla tipografia “Artigianelli”, nel riferire anche un curioso aneddoto: “(…) Una sera dell’estate ’45 che fu straordinariamente afosa, postosi in auto alla ventura, seguendo tracce d’aria, capitò dalle parti di Castenedolo e proseguendo sul rovescio della collina, l’autista s’introdusse, sbadato, nel campo di concentramento di Ghedi. La macchina venne bloccata, lo stesso Prefetto venne agguantato dalla Military Police: nonostante avesse esibito i documenti rilasciatigli dal Comando Alleati, non ci fu verso che lo liberassero sino al mattino appresso. Passò la notte sdraiato sull’erba accanto a prigionieri polacchi e iugoslavi: – Non ho mai avuto occasione di contare tante stelle…- . Ecco, un’immagine che sarà difficile dimenticare: Pietro Bulloni vicino a coloro che anelano alla libertà, sotto il palpito innumerevole delle stelle. Come è oggi vicino a coloro che operano secondo bontà. (1965)”.

Una dedicazione al personaggio che sembra spiegarsi anche attraverso la lettura di quanto, nella prima pagina dell’allora unico quotidiano locale, si pubblicava 27 agosto 1950, quando il “Giornale di Brescia”, fra l’altro, divulgava “(…) Pietro Bulloni ha incontrato, nelle trincee sociali più scoperte ed avanzate, ed ha superato, con indomita coerenza e dignità, tutte le esperienze della nostra generazione: la guerra italiana del ’15, volontariamente accettata; le prime battaglie sindacali del ’19, nel partito Popolare; la persecuzione politica, sino all’imboscata squadrista e all’ammonimento poliziesco; poi l’avvocatura, divenuta particolarmente rischiosa e consolatrice nell’ora tragica della lotta civile e della sconfitta; infine, alla liberazione, l’onere delle più alte responsabilità pubbliche; egli fu, con ammirazione e gratitudine generali, fermo e conciliante prefetto politico, poi, con suffragio imponente, deputato assiduo all’assemblea costituente e alla prima camera repubblicana, infine, sottosegretario integerrimo, ed esemplarmente operoso in un dicastero di delicatissime funzioni. (…)”.

Un anno dopo, ancora dalle colonne tipografiche del medesimo giornale, diffuso il 25 agosto 1951, si specificava, fra altre sottolineature sulla persona, a proposito di un “(…) uomo di governo che usava con i suoi collaboratori dipendenti – come prima in palazzo Broletto – tratti di cortesia e di rispetto inusitati, che stringeva la mano e ringraziava il suo autista, preoccupandosi di non farlo attendere troppo, quasi gli avesse offerto – benzina compresa – un grazioso servizio!. (…)”.

A Brescia, nella parrocchiale di Santa Eufemia, la messa di suffragio, con la partecipazione, in occasione del primo annuale della sua scomparsa, oltre che del presidente dell’amministrazione provinciale, Ercoliano Bazoli e del sindaco cittadino, Bruno Boni, anche del “Consigliere di Prefettura dr. Petroccia in rappresentanza del Prefetto Arìa”.

In quello stesso anno, alla soglia degli anni Cinquanta del “secolo breve”, la prefettura di Brescia avrà un cambio al vertice: retta da Francesco Aria dal 1947 al 1951, dall’ottobre di tale annata, gli subentrerà Virgilio Magris, in carica fino al 1953.
Nelle prime settimane del suo incarico, il prefetto Magris farà, fra l’altro, prontamente fronte all’emergenza dei profughi del Polesine che, una testimonianza ancora giornalistica del primo dicembre 1951, aveva espresso, ponendola a favore della sede stessa prefettizia, informando, pure, nel merito de: “(…) La sosta di cento bimbi nel cortile di palazzo Broletto. Alle 19 di ieri sono giunti a Brescia, provenienti da Padova e diretti verso altra Provincia, oltre cento bambini del Polesine, i quali dopo una sosta al posto di ristoro, hanno ripreso il viaggio alla volta della nuova destinazione. Nel cortile del palazzo Broletto essi sono stati accolti dalle premurose crocerossine, che si sono prodigate per dare ai piccoli ospiti un’affettuosa accoglienza. Continua, intanto, nei vari centri della provincia, in base alle direttive che vengono impartite dalla Prefettura, l’azione per una più adeguata sistemazione dei profughi. (…)”.