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a cura di Flipper

Esiste un filo che lega, in questa sorprendente galleria di ritratti, l’avventuroso Robinson e la lunare Jane Austen, l’abissale De Quincey, l’infernale Vautrin e l’enfant terrible Pinocchio, il nevrotico Manzoni e il tetro Verga, gli occhi di Emma Bovary e i cavalli di Leskov, i nagatempo di Salgari e le bambine di Lewis Carroll? Si, esiste. Non si tratta soltanto di un genere letterario al suo apice o di un secolo di meravigliosi e forsennati cambiamenti: è l’occhio di Pietro Citati. La sua capacità di vedere senza le lenti deformanti delle ideologie né punti di vista costrittivi; la sua passione per le sfide della mente e le superfici dell’esistenza; il suo dono di lasciarsi abitare dalla moltitudine di volti e di voci che si affollano in ogni scrittore, e si riverberano nella loro opera, “riflessi di riflessi, echi di echi”.

Pietro Citati non riesce a parlare di questi uomini senza darci un giudizio penetrante sui loro libri, ma non può parlare dei loro libri senza evocare la loro presenza, i gesti, le manie, le ingombranti e vitali contraddizioni: lo spirito di fuga di Defoe, che si spinge in mare aperto con il suo personaggio a incontrare il volto oscuro di Dio; il “bel frac e la cravatta alta e gonfia” di Potocki, che non potendo più conversare nei suoi salotti spazzati dalla Rivoluzione, si inabissa nei caleidoscopici “doppi” del Manoscritto trovato a Saragozza; gli istinti distruttivi di Goethe, che nelle Affinità elettive vuole applicare le leggi naturali al mondo umano e scopre le “forze spaventose che ci assaltano”. E poi, le infinite incarnazioni di Balzac, spia, ladro, poliziotto e giudice delle sue creature; l’invincibile riserbo di Hawthorne, dalla fantasia lieve; la geometrica ed enigmatica intelligenza di Manzoni; il folle riso e le incursioni nelle tenebre di Dickens; l’humor nero e la sconfinata pietà di Dostoevskij; la bêtise di Flaubert e l’“ignoto paese della morte” di Tolstoj. Alla fine del viaggio, Stevenson e James: i brillii, la velocità, la giovinezza intangibile e la grazia perfetta del primo; le ombre, gli indugi, l’inesauribile curiosità e gli aerei labirinti del secondo. E, a suggello, le discese di Freud nell’Ade, nelle notti in cui scriveva l’Interpretazione dei sogni e fondava una scienza nuova.

«L’arte dell’Ottocento ha forse raggiunto il suo culmine quando ha mescolato il folle riso con la più imperterrita discesa nelle tenebre».

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Redazione di Popolis
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