Tempo di lettura: 5 minuti

Brescia – Nel bel mezzo del Novecento andato, una tripletta di interventi giornalistici esplorava i presunti metodi adottati dalla polizia per l’assolvimento del proprio compito istituzionale volto ad assicurare alla giustizia ogni manifestazione criminale.

All’inizio del 1952, la riflessione si focalizzava, tra le pagine del “Giornale di Brescia”, per svelare in parte, l’insieme di quanto, a livello di indagini e di interrogatori, si reputava fosse materia contraddistinta dagli esclusivi fattori di stretta pertinenza degli investigatori che, nelle forze dell’ordine, erano naturalmente investiti da quella qualificata competenza che in tre articoli, a firma di Enrico Roda, era pure vagamente osservata attraverso l’accenno ad una casistica vagliata a posteriori.

Con l’analisi di alcuni fatti concreti, il 17, il 20 ed il 22 febbraio di quell’anno l’argomento era trattato nell’ottica di rispondere alla domanda “Come indaga oggi la polizia?” secondo i termini di un esplicito quesito che, in bella posta, era evidenziato nell’occhiello del primo articolo messo in stampa nella circoscritta serie dedicata.

A fronte degli allora manuali di formazione che pare raccomandassero per gli interrogatori di tener conto della psicologia del “prevenuto”, in realtà sembra che, secondo gli esponenti del settore, il segreto del successo si collocasse “nell’avere un po’ di mestiere e molta pazienza”, fino alla disincantata ammissione che “come non esiste un metodo d’indagine, non esiste un metodo di interrogatorio”, in quanto “chi pretende per intuizione, per fiuto, di distinguere il colpevole dall’innocente, la sincerità dalla menzogna, è un principiante o un ingenuo. Chi si è visto sfilare davanti ai propri occhi, per anni di seguito, migliaia di persone che piangendo, chiamando a testimoni il cielo e la terra, giuravano di essere innocenti e due ore prima avevano nascosto un cadavere sotto il letto; chi, dicevamo, ha avuto modo di sperimentare personalmente come la menzogna possa essere scambiata per verità e viceversa, non crederà per principio, più a nulla ed a nessuno”.

In questa sgrezzata trasversalità dalla concretezza empirica, la ricostruzione di un delitto, unitamente alla scoperta del colpevole, era spiegata quale obiettivo rasente i passaggi di una logica concatenazione analitica alla quale una preziosa traccia, raccolta a margine del rispettivo fatto in questione, demandava al resto della definizione ad incastro delle varie tessere del mosaico in composizione, la buona riuscita di quella caccia che, all’indagine avviata, sanciva la sospirata e riuscita risoluzione.

“Uno dei principi fondamentali della polizia scientifica è che il criminale, per quanto accorto che sia, lascia sempre una traccia sul suo passaggio” nel ricorrente riscontro di un chiaro e comune assurto da manuale che, nel caso più emblematico, era riferito a ciò che poteva tradursi in un’utile cifra di informazioni anche grazie alla dattiloscopia, a proposito della quale, nel suo significato di studio delle impronte digitali, era attribuita, fra l’altro, la sedicente peculiarità che “la possibilità teorica di trovare lo stesso disegno nelle impronte di due diversi individui, si può verificare soltanto dopo 4660337 secoli”.

Nonostante questa singolare tipicità personalistica, la citazione di un caso di riproduzione di un’impronta digitale altrui, ricavata su un guanto, utilizzato dal vero omicida che era ricorso a quello stratagemma di sottrazione dei connotati di un’altra ignara persona da lui prima incontrata, attraverso una combinazione di olio e di grafite con i quali aveva fissato la firma identitaria che alle dita è connaturata, era evidenziata nell’articolo del giornale per significare che “il metodo scientifico deve quindi considerarsi un elemento prezioso, ma non indispensabile, né sufficiente perché un delitto, come qualunque azione, porta sempre una caratteristica, un’impronta che non è soltanto digitale, ma umana e di quest’umanità non si può fare a meno nel procedimento dell’inchiesta”.

La mediazione che era auspicata, per il tramite del significativo apporto di scienza e di coscienza nella proporzione investita nel confronto rivolto al caso singolo affrontato, era rapportata al “lume dell’intelligenza umana che non ha nulla di scientifico” e che, fra le righe dell’articolo, poneva in risalto il concetto sviluppato in quella sommaria conclusione secondo la quale “cogliere l’umanità di un delitto, come si è visto, è sempre facile: per raggiungerla tutti i mezzi servono allo scopo: si tratti del fermo di cinquanta persone innocenti, di un interrogatorio di trentasei ore, di un paio di schiaffi assestati al momento opportuno, di un procedimento per analogia, di un’osservazione al microscopio”.

policeNella complessità di tutte queste prerogative, quali strumenti fattibili per una possibile regia di interventi modellabili a seconda dei casi dove si prestano ad essere utili mezzi riconducibili alla scoperta del colpevole, in ordine a quelle iniziative che alla fine dell’indagine vi gettano una luce intelligibile, paiono porsi le parole usate dal giornalista, per indicare la potenziale varietà di interventi da orchestrare in una duttile combinazione d’ampio scibile: “all’inizio di un manuale di recente pubblicazione si legge: la polizia scientifica non è una scienza, è un’arte”.

Nel dispiegarsi di questi metodi, per la fase dell’interrogatorio se ne esemplificava quello che, al titolo dell’articolo, era legato al curioso modo caustico di “Anche una sedia sgangherata fa confessare i delinquenti”, riferendosi alla considerazione sviluppata fra le righe che “la polizia, più volentieri, usa altri piccoli trucchi, che qualche volta hanno quasi un valore di superstizione. Come, ad esempio, la “seggiola feticcio” che si trova in uno degli uffici della polizia giudiziaria di Parigi: una seggiola piuttosto sgangherata, riparata alla meglio con un pezzo di spago. Ogni volta che il prevenuto fa un movimento la seggiola scricchiola ed egli ha l’impressione di finire con il sedere per terra”.

In un certo caso, l’arguta prospettiva, rivolta ad un interrogato, di fare fotografare la retina delle vittime uccise, perché “nella pupilla si conserva l’immagine dell’ultima persona che è stata vista”, pare abbia fatto in lui prorompere quella confessione liberatoria estorta con questo disarmante trabocchetto di inverosimile caratterizzazione.

La realtà supera la fantasia, tanto fra i cosidetti “molli”, ai quali era qui attribuito il confessare solo dopo poche ore di interrogatorio, quanto fra i “duri”, soggetti comunque ad indagini che erano spiegate nella distinta strategia procedente o per analogia, in relazione alle modalità già verificatesi e cioè nell’ambito di una tecnica reiterata, oppure, semplicemente, mosse a tentoni.

Anche in quest’ultima evenienza pare si profilasse quella caratteristica che era indicata nella precisazione che “non sempre è possibile circoscrivere l’indagine ad un limitato cerchio di persone sospette. In questi casi si dice che l’affare manca della rosa”.

Non si era arenato a questo punto fermo di indagine il profilo statistico su cui si stagliavano le cifre che, in quel febbraio 1952, denotavano il reminiscente spettro di una stima di casi risolti corrispondente a qualche anno addietro: “Nel 1945, a Parigi, su 378 omicidi, si assicurarono alla giustizia 361 assassini. Nello stesso anno, a Londra, su duecento delitti solo cinque restarono impuniti. Le percentuali dei crimini impuniti sono quindi, rispettivamente, del cinque per cento circa in Francia, e del due e mezzo per cento in Inghilterra. Questa sensibile differenza viene però ad essere giustificata dallo stesso capo di Scotland Yard: “Nel nostro lavoro” ha dichiarato Ronald Howe “noi siamo avvantaggiati, rispetto ai colleghi continentali, dal fatto di operare su un’isola da cui è difficile la fuga e dalla staticità della popolazione che abita per generazioni nello stesso luogo”.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *