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Auschwitz-Birkenau, Polonia. Nella notte tra 2 e il 4 agosto del 1944 gli internati dello Zigeunerlager, il settore denominato BIIe del campo di sterminio, vennero tutti inviati alle camere a gas. Nella buia desolazione del campo di concentramento di Auschwitz  Birkenau in Polonia, lo Zigeunerlager il “campo degli zingari”, veniva chiuso, non serviva più. Le ultime 2.897 anime gitane erano state sterminate.

Porajmos, il grande divoramento, l’olocausto in lingua Romanì, dimenticato, è passato sotto l’ombra della storia, in quell’angolo buio della vergogna umana la cenere lasciata nei forni crematori dal popolo Sinti e Rom non si può nemmeno quantificare. Forse più di mezzo milione le vittime nei campi sparsi in tutta Europa, Italia compresa, forse. Quel forse non cicatrizza le ferite d’un popolo, Porajmos è storia senza storia, non un diario, non uno scritto in cui rileggere gli orrori, su cui confrontarsi perché non succeda mai più.

Se si cerca oggi di ricostruire la vicenda Rom e Sinti nell’orrore dell’olocausto lo si fa con memorie orali prima che si spengano definitivamente, ma sarà sempre approssimativo il numero e soprattutto la proporzione delle sofferenze. Di certo rimane che dopo il 1945 in intere regioni dell’est europeo era quasi scomparsa l’etnia Rom e Sinti. Persino i nazisti non tennero un’accurata documentazione di questo olocausto dimenticato, pur sapendo che per il capo delle SS Heinrich Himmler era una delle questioni da risolversi in fretta.

Nei resoconti aleggia persino una sorta “questione morale” nella soluzione finale della teoria dello sterminio, ipocrisia della crudeltà, in cui sembra che alcuni nazisti sollevassero il dubbio dell’esistenza di alcuni ceppi di “zingari ariani”.

Nella sentenza del processo di Norimberga contro i crimini nazisti un solo capitolo affronta con sterile banalità l’orrore dello sterminio di Sinti e Rom, non risparmiandosi alcune ironie superflue in un aula dove veniva processata la vicenda più cupa della storia umana moderna e doveva servire da monito alle future generazioni: “I gruppi d’assalto ricevettero l’ordine di fucilare gli zingari. Non fu fornita nessuna spiegazione circa il motivo per cui questo popolo inoffensivo, che nel corso dei secoli ha donato al mondo, con musica e canti, tutta la sua ricchezza, doveva essere braccato come un animale selvaggio. Pittoreschi negli abiti e nelle usanze, essi hanno dato sfogo e divertimento alla società, l’hanno a volte stancata con la loro indolenza. Ma nessuno li ha condannati mai come una minaccia mortale per la società organizzata, nessuno tranne il nazionalsocialismo, che per bocca di Hitler, Himmler e Heydrich, ordinò la loro eliminazione “.

Porajmos, forse, potrebbe invece farci riflettere oggi, perché nella definizione moderna di “integrazione” concentriamo banalmente troppa superficialità e releghiamo le nostre irritazioni discriminatorie a tutti coloro che non sono con noi e quindi contro di noi, contro l’unica visione del futuro: la nostra.

Porajmos diviene il buco nero dell’odissea del popolo Sinti e Rom, una memoria senza memoria, una discriminazione passata quasi inosservata che continua ancora oggi nell’indifferenza generale e colpisce i non allineati alla marcia del progresso. Quella Sinti e Rom è l’odissea d’un popolo scomodo, definito come “degrado” nelle periferie delle imbellettate città moderne, ma integrazione non significa annientamento culturale d’un popolo.

Al museo del Lager di Auschwitz, l’ex block 13 di Auschwitz 1 ospita un’esposizione storiografica delle persecuzioni del popolo di lingua Romanì, una rinnovata sensibilità verso il Porajmos, il grande divoramento, lo sterminio nazionalsocialista dei Sinti e Rom.

Non dimentichiamo che il preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nata dopo l’orrore dell’olocausto dice: “considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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