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Nel 1936, alla vigilia dei giochi olimpici di Berlino, Hitler decide che la città dev’essere ripulita. La politica razziale dei nazisti porta alla costruzione di un campo di concentramento a Marzahn, dove vengono internati centinaia di Rom e Sinti.rom 2

La notte tra il 2 è 3 febbraio del 1943, nella buia desolazione del campo di concentramento di Auschwitz Birkenau in Polonia, il campo degli zingari veniva chiuso, non serviva più, le ultime 2.871 anime gitane erano state sterminate. Porrajmos, olocausto in lingua Rom, è passato sotto l’ombra della storia, in quell’angolo buio della vergogna umana la cenere lasciata nei forni crematori dagli zingari non si può nemmeno quantificare, forse più d’un milione le vittime nei campi sparsi in tutta Europa, Italia compresa, forse. Quel forse non cicatrizza le ferite d’un popolo, Porrajmos è storia senza storia, non un diario, non uno scritto in cui rileggere gli orrori, su cui confrontarsi perché non succeda mai più.porrajmos 2

Se si cerca oggi di ricostruire la vicenda Ron e Sinti nell’orrore dell’olocausto lo si fa con memorie orali prima che si spengano definitivamente, ma sarà sempre approssimativo il numero e soprattutto la proporzione delle sofferenze, di certo rimane che dopo il 1945 in intere regioni dell’est europeo era scomparsa l’etnia Rom e Sinti. Persino i nazisti non tennero un’accurata documentazione di questo olocausto dimenticato, pur sapendo che per il capo delle SS Heinrich Himmler era una delle questioni da risolversi in fretta. Nei resoconti aleggia persino una sorta “questione morale” nella soluzione finale della teoria dello sterminio, ipocrisia della crudeltà, in cui sembra che alcuni nazisti sollevassero il dubbio dell’esistenza di alcuni ceppi di “zingari ariani”.

Nella sentenza del processo di Norimberga contro i crimini nazisti un solo capitolo affronta con romsterile banalità l’orrore dello sterminio di Sinti e Rom, non risparmiandosi alcune ironie superflue in un aula dove veniva processata la vicenda più cupa della storia umana moderna e doveva servire da monito alle future generazioni: “I gruppi d’assalto ricevettero l’ordine di fucilare gli zingari. Non fu fornita nessuna spiegazione circa il motivo per cui questo popolo inoffensivo, che nel corso dei secoli ha donato al mondo, con musica e canti, tutta la sua ricchezza, doveva essere braccato come un animale selvaggio. Pittoreschi negli abiti e nelle usanze, essi hanno dato sfogo e divertimento alla società, l’hanno a volte stancata con la loro indolenza. Ma nessuno li ha condannati mai come una minaccia mortale per la società organizzata, nessuno tranne il nazionalsocialismo, che per bocca di Hitler, Himmler e Heydrich, ordinò la loro eliminazione “.

Porrajmos, forse, potrebbe invece farci riflettere oggi, perché nella definizione moderna di “integrazione” concentriamo banalmente troppa superficialità e releghiamo le nostre irritazioni discriminatorie a tutti coloro che non sono con noi e quindi contro di noi, contro l’unica visione del futuro: la nostra.IMG_8764

Porrajmos diviene il buco nero dell’odissea del popolo degli zingari, una memoria senza memoria, una discriminazione passata quasi inosservata che continua ancora oggi nell’indifferenza generale e colpisce i non allineati alla marcia del progresso, quella zingara è l’odissea d’un popolo scomodo, definito come “degrado” nelle periferie delle imbellettate città moderne, ma integrazione non significa annientamento culturale d’un popolo.

Quando viene rinchiuso a Marzahn, Otto Rosenberg ha nove anni. Inizia così la storia della sua persecuzione, che lo condurrà di lì a sette anni alla deportazione nello Zigeunerlager, il lager degli zingari di Auschwitz-Birkenau. Otto Rosenberg ha mantenuto il silenzio per anni. Poi ha voluto lasciare la sua testimonianza nel libro “La lente focale”.

Non dimentichiamo che il  preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nata dopo l’orrore dell’olocausto dice: “considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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