Brescia – La misura di un biennio è la metaforica apertura del compasso del tempo, divaricato nella proiezione di un puntuale avvicendamento, dal 2003 al 2015, a proposito di un susseguirsi di mostre personali, allestite, fra le molte altre del suo inestimabile repertorio, nell’antica Pieve di Urago Mella, in via Chiesa 136, a Brescia.

Qui, con la collaborazione degli “Amici della Pieve”, Giulio Mottinelli assicura, all’interessante evolversi del proprio significativo e riuscito patrimonio espositivo, il compiersi suggestivo di quella sua mostra personale, che, con il titolo di “Premìster”, interessa le giornate attraverso le quali il periodo, dal 21 novembre al 20 dicembre, anticipa, del 2015, le poi incipienti festività di fine anno.

Un apposito catalogo, di poco più di settanta pagine, pubblicato da “Intese Grafiche” di Montichiari (Brescia), documenta, oltre l’abbraccio dei giorni incombenti sulla durata dell’esposizione stessa, l’affascinante portata espressiva della più recente produzione compositiva di questo apprezzato artista di origine camuna, dallo stile inconfondibile, per la personale poetica figurativa e per la spontanea suggestione onirica che, nelle sue opere pittoriche, ne contraddistingue il più ricorrente ed ispirato scibile.

Premister1Di pari nome, alla stessa denominazione della mostra cittadina che è visitabile, con la sola esclusione del martedì, durante i giorni feriali, dalle ore 16.30 alle ore 19.30, come pure di sabato e nei giorni festivi, dalle ore 10 alle ore 12.30 e dalle ore 15.30 alle ore 19.30, il catalogo, ricalcando il formato editoriale dei precedenti esemplari pubblicati che, ad alcune importanti esposizioni precedenti del pittore, sono rispettivamente dedicati, presenta l’iniziativa di stampa ed, al medesimo tempo espositiva, mediante la specificazione del “testo critico”, a firma di Tino Bino, delle “fotografie” del “Fotostudio Rapuzzi (Bs)”, dei “rapporti con la stampa” di Mario Romanini, del servizio di “allestimento della mostra” da parte degli architetti Aldo e Francesco Lanza, della “collaborazione” di Ivano Pedersoli, Marco Fanetti, Claudio Andreis, Emilio Tresse, Luciano Forelli, Marco e Michele Mottinelli, ai quali, ultimi due, è ascritto, insieme a Laura Renica, pure il “progetto grafico”.

Come attesta questa dettagliata pubblicazione illustrata, l’artista, di cui numerose opere sono presenti in collezioni tanto pubbliche quanto private, sia in Italia che all’estero (come nel palazzo reale di Gedda nella lontana Arabia Saudita, con otto dipinti di grande formato), aveva cominciato ad esporre nel 1965 nel paese dove tuttora risiede, a Gussago, al civico 33 di via Castello di Casaglio,

Con il 2015, oltre alla primaverile mostra monteclarense, denominata “Il pane dei semplici”, Giulio Mottinelli aggiunge un ulteriore affascinante tassello al vasto mosaico esemplificativo della propria attesa interazione con gli appassionati d’arte, tra i quali è cresciuto sempre di più, nel tempo, il numero dei suoi fedeli estimatori.

La proposta dell’appuntamento artistico, promosso dal pittore, si particolareggia, fra l’altro, nelle opere rispettivamente costituenti la ricca offerta espressiva, stemperata attorno ai nomi caratteristici di un certo retaggio etnografico camuno, anche a tratti evocativo della speculare resa pittorica assegnatavi, di “Muntùf”, di “Stèfen”, di “Premìster”, di “Premasù”, di “Pertegàt”, di “Cuchènda”, “Gandanegra”, “Parèclo”, “Taernùsa”, “Meddoi”, di “Ulda”, di “Risìngua”, di “Pregolènc”, di “Fobbia”, di “Règhel”, di “Pagarol”, di “Pradasela”, della quadruplice proposta dei “Sumelec” (lampi), di “Burda”, di “Valaèrta”, di “Caritàt”, di “Valàr”, di “Brusighì”, di “Albarìna” e di “Mulinéi”.

A proposito di tali dipinti, fra le considerazioni scritte da Tino Bino, pure relatore della partecipata cerimonia inaugurale, e custodite nella pubblicazione divulgativa che, della mostra, si presta ad essere esplicitante misura ricognitiva “il nucleo centrale delle opere di questa nuova fatica di Giulio Mottinelli ha come protagonista la montagna fiorita, i prati colorati di primule, crocus, campanule, sassifraghe, i fiori di montagna, cuscinetti di quota che separano fitte pinete, che diventano tappeti colorati (bianco, giallo, viola, rosso, azzurro violaceo) di accesso alle vie d’alta quota”.

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Giulio Mottinelli

In relazione alla pure sottolineata, da questo attento osservatore, “magia della natura”, anche il giornalista e scrittore Tonino Zana ne afferma la pertinente attinenza tematica rispetto all’esposizione, precisandola nello sviluppo del suo contributo di stampa, apparso sul “Giornale di Brescia” del 20 novembre 2015, scrivendo che “Il colore e la scelta del soggetto, dunque, non sono altro che la vita cantata e difesa della natura. I dipinti brillano della luce mottinelliana, di origine pressochè misteriosa, a meno di cercare una congiunzione introvabile tra il villaggio della mente, la casa dell’artista e il totem della natura”.

Una natura che pare, anche, farsi fertile ambito confacente per un percorso di autenticità, mirato a quelle radici identitarie, attraverso le quali sembra scorrere l’insopprimibile linfa di una genuina espressione ad essa corrispondente, della quale, l’interpretazione artistica, assecondata verso un’intima e personale veracità, pure caratteristicamente impressa a suggello visivo e semantico del dipinto via via attinente, pare ricondursi alla spontaneità del pensiero, affidato alla medesima edizione dell’accennato quotidiano bresciano dallo scrittore, anch’egli di origine camuna, Gian Mario Andrico, in cui, fra l’altro, l’autore de La Vera storia della Dama Bianca” spiega che “Quello che il pittore protegge, è ciò che le sue montagne dicono e nascondono, è ciò che la sua terra cela e rivela”.