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Londra sollecita i miei sensi, li allena, li mette alla prova. Mi fa sentire più viva. Più consapevole di ciò che il mio naso può respirare. Dei rumori che le mie orecchie percepiscono. Dei sapori che non avevo mai gustato in precedenza.

C’è qualcosa di nuovo dietro ad ogni angolo in questa città.

A Londra tutto in me si risveglia. E’ come quando sei un bambino e ogni cosa che fai, i profumi che senti, ciò che vedi sono sempre nuovi. Sono anni che quando posso scappo per venire qui. E appena metto piede sul suolo londinese, la sensazione è quella di essere al centro del mondo. Tutto il resto è solo periferia.

Il primo senso che si desta è l’olfatto. La sveglia al mio naso a patata (occlusa) la dà la metropolitana. Potrei essere teletrasportata in una stazione qualsiasi della Central Line londinese: a occhi chiusi, senza nessun altro elemento tranne l’odore, saprei esattamente che mi trovo nella Tube.
Quel mix inconfondibile di ferro, acciaio, polvere e smog, entra a folate nelle narici. Lo spostamento d’aria è talmente forte che spesso mi fa lacrimare gli occhi. Ho la sensazione che l’aria riesca a passare perfino da lì, dalle pupille.
Una cosa è certa: passa dal mio naso, si fa sentire fino in gola, si deposita sui capelli, quasi sempre inumiditi dall’immancabile pioggerellina inglese, sui vestiti. Ovunque.

E’ un odore che potrebbe dare fastidio. E’ figlio dello smog e delle gallerie sotterranee di una metropolitana fra le più antiche del mondo (inaugurata nel 1863). Ma a me piace. E’ l’odore del ferro un po’ arrugginito delle rotaie, dell’alluminio dei vagoni, della polvere che si deposita pesante nei polmoni, carica di PM10. Sgradevole per i più, ma che a me dà una certa carica. Mi fa sentire come all’interno di un vortice che mi scombussola e mi sveglia allo stesso tempo. E’ brusco, ma non mi lascia intontita. Al contrario, è come se mi desse una scossa.

Quando la mattina prendo la metropolitana, sono sempre un po’ addormentata e intorpidita. Sulle scale mobili inciampo perché tengo ancora un occhio chiuso. Ma nonostante questo mio stato di quasi catalessi, quando esco dalla stazione d’arrivo, mi sento iperattiva, arzilla, pimpante. Pronta per andare alla scoperta della prossima viuzza, del prossimo mercatino, del successivo scorcio di città.

Ma il profumo della Tube non è il mio preferito. Ce n’è uno che mi piace ancora di più, perché non si ferma ai polmoni, ma va giù, più in profondità. Nel labirinto dei ricordi. Potrei definirlo come la mia personale “madeleine” proustiana. Lo ritrovo ogni volta che varco la soglia di un pub. Non sono una gran bevitrice, anzi. Fino a pochi anni fa la birra non mi piaceva nemmeno. Ora l’assaggio e l’apprezzo, ma non riesco mai a finire una pinta. Ma l’odore che emana la moquette impregnata di birra evoca in me immagini bellissime.

L’atmosfera che vi si respira, soprattutto nel periodo che va da novembre a gennaio, richiama alla mia mente i racconti di Natale di Dickens. I luoghi di divertimento non erano i suoi scenari prediletti, al contrario. Eppure i tavoli pesanti di legno, gli addobbi al bancone, le vetrate appannate con infissi in ferro, mi fanno sentire un po’ come uno Scrooge contemporaneo che viene magicamente riportato nel passato.

Lo spirito del Natale passato lo porta anche in pub. La vigilia di un Natale indecifrato. L’allegria nell’aria, gli amici riuniti, suoni, danze. Felicità autentica che rende quel ricordo magico e indelebile.
Non ho mai festeggiato una sola vigilia di Natale in un pub bevendo birra. Ma quell’odore sulla moquette e sul legno pesante degli arredi, è il profumo di un’atmosfera calda e accogliente, che ogni volta mi pervade, scende nella gola e arriva in un posto dove desta sensazioni familiari.

Il profumo è forse meno immediato di un’immagine che colpisce l’occhio, ma quando quest’immagine si trasforma e ti entra dentro, da dove passa? Credo passi dal naso. Per questo mi siedo sempre vicina a una finestra illuminata, possibilmente di fronte ad uno dei palchetti che nel weekend servono ai musicisti per suonare dal vivo. Qui respiro i miei ricordi. Non è euforia, né gaiezza spensierata dell’infanzia. E’ una serenità discreta, un benessere che so passeggero, ma che mi fa sentire leggera. Come l’effetto di un massaggio caldo. Una piccola vacanza dalle preoccupazioni.

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Claudia Corini
Claudia è laureata in lingue e letterature straniere e diceva che "non avrebbe mai lavorato in banca" ;). Collabora saltuariamente con Popolis. Ama i viaggi, la lettura, la fotografia e ascoltare musica rock! Dice di lei "potrei definirmi in mille modi...ma ce n'è sempre +1"!

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