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Brescia – Prove di pace, all’indomani della guerra: trapelavano da un insieme di notizie, scaturenti dalle ferite aperte di un periodo, con cui la storia segnava il tempo e proseguiva il proprio corso sulla terra.

Periodo in cui la testata giornalistica de “La Verità” era di tutt’altra tendenza, rispetto a quella odierna, trattandosi ovviamente di un giornale omonimo a quello del “quotidiano indipendente” che riapparirà vari decenni dopo, come può risultare pure dalla pubblicazione di un articolo che, nel documentare un certo fatto circostanziato alla periferia di Brescia, attestava un esempio di quanto non fossero infrequenti gli assalti sulla pubblica via, da parte di ignoti malviventi.

Era il 17 novembre 1945, quando, fra le notizie riportate, il “Giornale di Brescia” metteva in pagina anche ciò che era pubblicamente trapelato a riguardo de “I banditi della strada. Il direttore della “Verità” ed un operaio rapinati della bicicletta. A un povero lavoratore tolgono anche le scarpe. Dalla pagina bresciana dell’Unità apprendiamo con rammarico che anche il collega Guglielmo Zatti direttore del settimanale comunista “La Verità” è stato assalito dai banditi. Ripetiamo senz’altro la narrazione che ne fa il giornale: “Il signor Guglielmo Zatti, direttore de “La Verità”, mentre l’altra sera, verso le 19,30 transitava sulla strada Brescia – Mompiano veniva fermato da cinque individui, i quali, armi in pugno, gli ordinavano di scendere dalla bicicletta. I rapinatori che, a detta dell’aggredito apparivano non eccessivamente consumati, si impossessavano del velocipede e, malgrado avessero in precedenza perquisito il derubato, accertandosi della presenza del portafogli, si allontanavano senza appropriarsi di questo. Il signor Zatti doveva percorrere circa un chilometro a piedi prima di raggiungere il più vicino telefono quando, dopo pochi minuti, accorreva la “Volante”, dei rapinatori non vi era più alcuna traccia. (…)”.

Nome e cognome si erano appalesati, invece, a margine di un altro episodio, più circoscritto rispetto alle parti coinvolte e qui limitato fra quattro mura, a differenza di luoghi a cielo aperto, ma rivelatosi maggiormente cruento, essendo perpetrato ai danni fisici di un proprietario di casa, all’interno di una dimora data in affitto e dall’inquilino, però, contestata, per alcuni effetti che dalla guerra, allora solo da qualche mese lasciata alle spalle, erano stati subiti, a causa delle incursioni aeree dei “Liberatori”, in una devastante conseguenza che, per certi aspetti, risultava testimoniata dalla cronaca cittadina del tempo, nella dinamica umana, mediante la quale, vi aveva, contestualmente, preso forma un possibile ritratto implicito alle tensioni del momento.

“Fatti risarcire dal Duce” e l’altro gli vibrò una coltellata”: in questo modo era intitolata la notizia su accennata da parte del “Giornale di Brescia”, attraverso il resoconto del 4 novembre 1945 che, dell’accaduto, forniva una colorita sfumatura alla carta stampata: “Ugo Masneri fu Cesare d’anni 43 che abita la piazza Tito Speri 6, ha avuto l’appartamento sinistrato nei vetri in seguito ad incursione aerea. Per farsi risarcire si è rivolto abbastanza vivacemente al suo padrone di casa Bruno Gozzi di Luigi, industriale di Milano. Il tono piuttosto inurbano spiaceva al Gozzi per cui impazientito rispondeva: “Se proprio vuole avere i vetri si rivolga al Duce, è lui che ha voluto la guerra”. Il Masneri, un pregiudicato, a quella battuta trovava motivo di offesa e si scagliava contro il suo padrone ferendolo non gravemente. In seguito a questo atto ed alla conseguente denuncia, il focoso pregiudicato è finito in gattabuia”.

Nella stessa pagina del quotidiano locale, era pure specificato, in linea con le ripercussioni dei bombardamenti riversati in terra bresciana, che “Si porta a conoscenza che presso l’Ufficio Economato Municipale, corsetto Sant’Agata 14, sono stati depositati oggetti ed indumenti ricuperati durante le operazioni di sgombero delle macerie delle abitazioni comprese fra la via Giuseppe Verdi e l’angolo di Corso Palestro sinistrate dall’incursione aerea del 2 marzo 1945. Le persone interessate potranno rivolgersi al predetto Ufficio, nelle ore antimeridiane, dalle 9 alle 12, per le pratiche inerenti l’eventuale ritiro”.

Se, pare che gli attacchi dal cielo, sui centri abitati, si fossero verificati anche ad ormai non molti giorni di distanza dalla fine della guerra e, quindi, a partita, di fatto, ormai decisa, al medesimo tempo, sembra che, il ricorso agli esplosivi, non si sia, in seguito, placato del tutto, nemmeno con l’instaurarsi della pace, raggiunta a regime delle ricomposte vertenze, scatenatesi con la stessa guerra che, a quanto si sta dai segnali di quei giorni, destava, invece, ancora recriminazioni e contrapposizioni esacerbate dalle manifestazioni dinamitarde di chi, non contento, agiva per distruggere ciò che, per qualcuno, il simulacro evocativo di un’epoca ancora rinserra.

La guerra ai simboli, da tempo inaugurata, conosceva picchi di eclatante entità da potere fare intravedere l’andare oltre l’epurazione dei segni meramente istituzionali di una stagione passata, come, ancora per le note fedelmente riportate dal “Giornale di Brescia” del 10 luglio 1945, questo impuntarsi critico appare chiaramente al limite di una mala parata, circa un tema che, nella ripristinata piazza Vittoria, (https://it.wikipedia.org/wiki/Bigio_(scultura)) sembra non si sia ancora del tutto risolto, nella vigenza della sua presunta portata: “Attorno a una statua (Molto rumore per nulla). Siamo tutti d’accordo che il colosso di piazza Martiri della Libertà deve scomparire: primo, perchè è una statua brutta senza rimedio; secondo, perchè è giusto che cambi aria, se è vero che rappresenta, come fu detto, l’Era Fascista. Questo bamboccio era un fondo di magazzino di Arturo Dazzi il quale non sapeva, come noi, cosa farne. L’asinità degli amministratori comunali di Brescia, di quel torno di tempo, lo comprò, gli trovò un simbolo, fece lo sforzo di sollevare quelle tonnellate di marmo a ornamento (?) della fontana vicina. La popolazione ne fu sconcertata. Non seppe neppure trovargli un nome accettato da tutti, variando, i più comuni da “Camillo” a “Lello”. Lo subì, come subì l’Annunciazione martiniana col suo angelo ambiguo e si augurò una foglia di fico gigantesca che lo coprisse per intero. La piazza verrà sbarazzata di quel coso. Così, ha assicurato, in una recente intervista il sindaco, avv. Ghislandi. Una ditta è disposta ad acquistarlo, per adoperarne il materiale, ma occorre circa mezzo milione per la rimozione e il trasporto. L’indugio non garba ad alcuni sconosciuti che si dedicano da due notti a collocare tubi di gelatina alle basi del gigante, nonostante la sorveglianza della M.P. alleata che, stamane, ha inseguito l’automobile degli attentatori, sparando vari colpi di pistola. Risultato dell’impresa, un pezzo di gamba e un braccio asportati, la foglia di fico caduta. In compenso, le denotazioni furono violentissime, l’allarme della città assai vivo e i danni, ai fabbricati vicini, sensibili. Se i tentativi continueranno, può darsi che la piazza venga rasa al suolo e che trionfi, sulle sue rovine, il mutilato Camillo. A parte gli spaventi e i patemi d’animo che da due notti ci tocca subire, questo bamboccio è costato già troppo al contribuente bresciano: qualcuno minaccia di farne salire il prezzo. Signori dinamitardi abbiate pazienza!”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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