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Amatrice, Rieti. Pomeriggio del 12 agosto 2016. Il nostro viaggio fa tappa ad Amatrice, dove il parco dei Sibillini incontra il parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Un viaggio alla scoperta dei parchi dell’Appennino centrale, senza una rotta stabilita ma con la voglia di farsi stupire da angoli pittoreschi, un po’ fuori mano dalle normali rotte turistiche.IMG_0731

Eravamo di ritorno dalla salita al monte Vettore, la cima dominante del parco dei Sibillini. Poca frutta nello zaino per accumulare la fame da sfogare dinnanzi ad un’abbondante porzione di pasta all’amatriciana, il piatto che ha reso il borgo di Amatrice famoso in tutto il mondo. Il fortissimo vento della cima ci aveva costretti ad una discesa veloce dal bivacco a mezzora dalla vetta.

Così arriviamo nel tardo pomeriggio ad Amatrice. Un pomeriggio terso di sole invade corso Umberto I, la via principale è invasa da tantissima gente, una manciata di turisti, pochi tra la gente di Amatrice, quella che è rimasta al paese da sempre e quella che ritorna d’estate.

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E’ una recente tradizione, comune a molti paesi arroccati su questi monti, sono gli emigranti partiti nel primo dopoguerra in cerca di lavoro che ritornano al paese con figli e nipoti per le feste d’agosto, i matrimoni o semplicemente per respirare l’aria di casa. Le loro automobili sono targate Torino, Milano, Brescia; hanno targhe svizzere o del Belgio, ma la parlata dialettale è inconfondibile dei Monti della Laga.

Era solo qualche giorno prima, una manciata di ore… Poi 2,3 minuti di terremoto e tutto è caduto: le vite, le case! E ora è già passato un anno.

Faccio fatica, molta fatica, ora a riconoscere il paese dalle immagini che giungono dai mezzi comunicazione: la via del paese, la piccola piazzetta con le fontane e la gelateria. La bottega del fornaio dove ho comperato il pane, il fruttivendolo o il negozio di articolo sportivi da montagna, i bar con i tavolini all’aperto e la gente sorridente. I bambini che hanno giocato e portato l’acqua al mio cane.

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Amatrice è un borgo con le case arroccate sulle spalle dei monti, costruite con il materiale che offre il territorio, pietre, qualche mattone. Un’architettura minore, assemblata con maestria e un tocco d’arte, seppur povera, che ha però valso ad Amatrice il titolo di uno dei Borghi più Belli d’Italia. Poi le chiese dalla facciata a vento quadrata e gli affreschi, il monastero.

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Una pietra preziosa della lunga collana degli Appennini.

Chissà con quanti di loro ho parlato quel pomeriggio? Quelli che mi hanno chiesto il nome del mio cane, si sono preoccupati perché non trovavo parcheggio, mi hanno consigliato di visitare quella o quell’altra chiesa. Si sono raccomandati di non andarmene senza aver assaggiato la vera amatriciana.

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E’ spaventoso pensare a quella quotidianità sorridente che non esiste più. Che ha sfiorato la mia vita per qualche ora. Solo qualche giorno prima…

 

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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