Appena oltre gli allora da poco ridisegnati confini nazionali, si trattava dei “profughi giuliani-dalmati”, come, negli anni dell’immediato Secondo Dopoguerra, erano menzionati i protagonisti di questo esodo, dedicando loro spazio anche tra le notizie della stampa locale che, al territorio bresciano, ne considerava il significativo contingente che vi era ospitato.

Traccia di questa drammatica pagina di storia patria, emerge, fra l’altro, dall’edizione del “Giornale di Brescia” del 16 febbraio 1952, oltre un lustro dalla conclusione dell’ultimo conflitto mondiale, in un periodo dove ancora tale fenomeno, legato alla cacciata della popolazione italiana dalle terre dell’Istria e della Dalmazia, nel frattempo assegnate alla Jugoslavia, si confermava negli effetti di violente epurazioni sul posto, da parte della componente slava di quelle zone, ispirate ad una ostile visione politica che, dell’Italia, esautorava qualsiasi legittima rivendicazione dai luoghi dove una pure vicendevole e pregressa convivenza, fra culture distinte e contigue, era stata convertita ad esclusiva ed inconciliabile predominanza della allora politica di prevaricazione jugoslava.

La Prefettura di Brescia risultava, in quei giorni, interessata da questa contingenza, per via delle sollecitudini che avevano istituzionalmente motivato i suoi vertici a puntualmente considerare le sorti dei molti profughi presenti nelle strutture atte a dare risposta alle necessità implicite ad una estemporanea accoglienza di questi “richiedenti asilo” che, per non finire nelle fatidiche e tragicamente note foibe, erano riparati altrove.

L’accennato quotidiano bresciano titolava: “Il Prefetto e l’ing. Bartoli al Centro Profughi di Chiari”. Da tempo, la cittadina clarense si distingueva come una generosa sede ospitante dei molti italiani, provenienti dalle porte orientali del Belpaese, originari di quelle terre tormentate sia dal travaglio della Prima che della Seconda Guerra Mondiale, storicamente accomunati, forse, dall’unica nostalgia concordemente rivolta a quando la Serenissima Repubblica di Venezia, in un passato ulteriormente anteriore, aveva dominato nei territori adriatici dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia, per tacere di altri assodati approdi e delle profonde pertinenze insulari che andavano poi, geograficamente, a confondersi, a meridione dei Balcani, con la Grecia e con le sue varie isole dai posizionamenti marittimi più disparati.

In quello scampolo tardo invernale, proprio della fredda frazione di uno degli anni intercorsi ad esordio del decennio gravitante durante la metà del Secolo Breve, nel bresciano era presente il sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, primo cittadino della importante città mitteleuropea dal 1949 al 1957, che, insieme al Prefetto di Brescia, Virgilio Magris, in carica dal 1951 al 1953, avevano personalmente partecipato ad una cerimonia dedicata ai profughi di Chiari, proprio in coincidenza della festività di san Faustino e Giovita, giornata tradizionalmente in omaggio ai patroni di questa località dell’ovest bresciano, pure notoriamente osservata a Brescia, il 15 febbraio, come, fra l’altro, si legge nel giornale menzionato: “Graditissima è giunta la visita – cui abbiamo già accennato ieri in cronaca – al centro profughi giuliano dalmati – del prefetto della provincia dott. Magris accompagnato dal sindaco di Trieste insieme con il dott. Brotto della Postbellica provinciale. Nella sala convegno (dove erano stati raccolti gli esuli giuliano – dalmati che eseguirono alcuni canti caratteristici ed il coro dei “Nabucco” in onore degli ospiti) presero la parola, sviluppando concetti nobili e profondi, il sindaco della città di Trieste, ormai divenuta la capitale delle terre dolenti italiane ed il commissario della zona triestina, fra la commossa attenzione dei presenti (…)”.

La manifestazione pare che, indirettamente, sia valsa, a Chiari, anche per riuscire a dare visibilità ad un altro genere di problematica, intersecatasi con le drammatiche vicende scaturite a conseguenza della piega degli eventi che si erano susseguiti dopo l’ultimo conflitto mondiale, nelle terre giuliano-dalmate, andando ad assimilare, ai tanti transfughi di quelle zone, anche coloro i quali, invece, erano stati, nel frattempo, interessati, purtroppo, ad una notevole calamità naturale, l’anno prima di questa traccia della carta stampata, essendosi verificata in seno al Veneto, veneziano ed, in particolar modo, rovigotto, ad altro suo modo, incidenza di fatti, accorpati ad una triste nota fatale nella storia nazionale, fra gli avvenimenti propri delle implicanze di cronaca considerabili tra le più travagliate: “(…) indi le personalità accompagnate dalle autorità civili ed ecclesiastiche locali, visitavano il centro soccorso alluvionati del Polesine i quali accoglievano il gruppo con vivi applausi all’indirizzo delle autorità e dei suoi componenti il comitato. (…)”.

La trasferta ufficiale, nel territorio bresciano, era stata anticipata da un’altra, concretizzatasi a Brescia, in aderenza al medesimo tema, al centro dell’attenzione, come la stessa era risultata dettagliatamente ripresa nella seconda pagina del quotidiano locale, diffuso il 15 febbraio 1952, proporzionandovi un tenore di rappresentatività, fra varie istituzioni, e dando contezza anche dell’ampiezza, su più ambiti di ospitalità, della medesima problematica affrontata: “Il prefetto di Trieste, dott. Gino Palutan, ed il sindaco ing. Gianni Bartoli, che, a Gardone Riviera, seguono i lavori della conferenza sulle autolinee di grand turismo, sono stati ricevuti ieri mattina a Palazzo della Loggia, presenti il prefetto dott. Magris, autorità e personalità della città. Nel salone delle adunanze della Loggia, oltre al sindaco prof. Boni, alla Giunta ed al Consiglio, erano presenti il Primo Presidente della Corte d’Appello, il comandante la zona militare, i presidenti delle associazioni combattentistiche e patriottiche, i rappresentanti delle organizzazioni produttive della provincia, i dirigenti degli uffici statali, il Questore, il Provveditore agli Studi, il Presidente della Camera di Commercio, le rappresentanze delle associazioni d’arme e dei comandi militari ecc. Sul tavolo del Sindaco, accanto al frammento di una roccia del Timavo, offerto, il quattro novembre scorso, dall’Associazione grigio-verde triestina, ai “Lupi di Toscana”, si trovava una piccola riproduzione della “Vittoria Alata”, offerta più tardi dal sindaco, a nome della cittadinanza, all’ing. Bartoli. La riunione si è svolta in un clima di fervida cordialità. Il prof. Boni ha rivolto agli ospiti il saluto di Brescia, esprimendo i sentimenti di affetto che legano la città delle X Giornate ai fratelli triestini. Nell’esprimere questi sentimenti, ha ricordato l’unanimità con cui il Consiglio Comunale, nella riunione dello scorso giugno, ebbe a manifestare la sua profonda solidarietà alla città di S. Giusto. Con accenti commossi, il prof. Boni ha brevemente rievocato il patriottismo, le aspirazioni di italianità, la devozione alla patria delle genti istriane, formulando l’augurio – il quale è di tutti gli italiani – che Trieste e le altre terre dell’Istria, possano presto realizzare il loro ardente desiderio di essere restituite alla madre Patria. Tale voto viene formulato con animo fervido da Brescia tutta che all’Unità d’Italia ha sempre contribuito con tutte le sue forze: dalle storiche X Giornate alle leggendarie gesta dei “Lupi di Toscana”. Le parole del prof. Boni che l’ing. Bartoli, commosso, ha abbracciato, hanno trovato larga eco in tutti i presenti che hanno applaudito calorosamente. Il sindaco di Trieste ha poi ringraziato e si è detto lieto di poterlo fare in una sede che ricorda la gloriosa storia di Brescia. Ha ricordato come, in un momento doloroso per la vita di Trieste, il prof. Boni gli fosse vicino, nella città angosciata, per recare la parola di conforto e di speranza alla gente bresciana. La vittoria mutilata di cui viene offerto un esemplare, esprime – ha detto l’ing. Bartoli – un po’ il volto di Trieste di cui può essere simbolo. Dopo aver accennato alle sofferenze delle popolazioni istriane e giuliane, ai 250mila profughi, agli altri 50mila italiani, la cui sorte è legata alla revisione del trattato di pace, l’ing. Bartoli ha proseguito, affermando che, il patriottismo che anima i cuori della gente istriana non può offendere nessuno, perché è nobile, sincero, cristiano e mira soltanto ad ottenere quanto, per virtù di popolo, per leggi naturali e storiche ad essa spetta di diritto. Trieste ha due volti, ma l’animo è uno solo e l’ideale che esso racchiude è pure uno solo: l’Italia. L’oratore ha chiuso, ricordando che se, si vuol fare, l’unità d’Europa, bisogna prima fare l’Unità d’Italia; questa meta potrà essere conseguita soltanto se, tutti gli italiani, saranno concordi e tenaci nel volerla raggiungere. Molti applausi hanno salutato il discorso del sindaco di Trieste. E’ da registrare un simpatico episodio: un gruppo di mutilati, operai della S. Eustacchio, ha voluto essere presentato al sindaco di Trieste, al quale hanno rivolto calde parole per l’avvenire della città di S. Giusto. Dopo un rinfresco, il dott. Palutan e l’ing. Bartoli, unitamente al Prefetto ed al sindaco di Brescia, hanno visitato il villaggio giuliano “Sant’Antonio” ed il centro profughi di via Callegari: l’incontro tra i rappresentanti di Trieste e gli esuli è stato quanto mai commovente. Nel pomeriggio è stata compiuta una visita al centro profughi di Chiari”.

La somma di più difficoltà, per loro natura, diverse, come motivo per cui l’aver dovuto abbandonare le proprie case, denotava, in quell’incontro, lo strutturarsi di una capacità ricettiva del territorio bresciano, percepibile nella tradizionale vocazione filantropica verso l’accoglienza di quanti nell’occhio del ciclone, cercavano, per la propria sopravvivenza, una soluzione utile ad arginare il drammatico problema patito, in attesa di una sistemazione migliore.

Da questo contesto pare emergere anche un possibile filo di lettura del territorio locale di quegli anni, insieme alle sue istituzioni, prime fra tutte la Prefettura, realtà pubblica costantemente in prima linea, per una funzionale interazione propositiva tra le contingenze, anche emergenziali, del momento, secondo una vocazione sviluppata, contestualmente alle proprie costanti prerogative, nel rispetto delle direttive del Governo.

L’avvicendarsi di pochi anni ed ancora il “Giornale di Brescia” documentava, in un altro periodo, stavolta primaverile, confacendosi all’edizione del 13 aprile 1955, una simile ed una perdurante situazione dei profughi in questione, spalmati su più sedi, andando a pubblicare, nell’evocata evidenza dell’imminenza della Pasqua, una notizia che, nel caso specifico, aveva visto protagonista il prefetto di Brescia, Antero Temperini, al vertice del governo prefettizio bresciano, dal 1954 al 1958: “Doni pasquali ai profughi giuliani. Nei giorni di vigilia, il Prefetto ha voluto far pervenire a nome del Governo un segno tangibile di solidarietà verso i profughi che sono ospiti nei centri di raccolta di Brescia, Chiari e Gargnano. A tutti è stata distribuita una colomba e del vino, doni graditi. Il Comitato Provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia esprime i sensi di viva gratitudine degli esuli per la particolare comprensione dimostrata”.