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Mantova, della quale ne era il duca, non era troppo lontana, per reputare, sconveniente a prima vista, un investimento nel bresciano. L’obiettivo era di sfruttare i giacimenti naturali di alcuni luoghi mirati, per ricavare, dalle miniere del territorio, tutto ciò che serviva d’equipaggiamento ai propri armati.

L’armamentario bellico dell’epoca, già ampiamente contraddistinto dalle armi da sparo, ne offriva una certa scelta, profilando, durante l’epoca contemporanea a questo Principe del Sacro Romano Impero, duca di Mantova e del Monferrato, una nutrita schiera, fra, spingarde, nel genere di grossa artiglieria, e pistoletti, scavezzi, schioppetti, archibusi, terzaroli e acciarini, nelle rispettive variabili di armi da fuoco portatili, che potevano acquisire, a loro volta, anche nomi di modelli artigianalmente personalizzati, con l’intitolazione del manufatto, ad esempio, in “Gagliarda”, in “la Belva”, in “la Brontola”, in “Culatta Quadra”, in “la Bertolda”, in “la Reina” e, fra altre ancora, ne “il Sbargelatto” e ne “il Trombettino”, come si può, tra altri particolari, evincere da una fitta elencazione dei beni della “Armeria di Mantova prima del ‘700”, secondo ciò che appare dalla storica edizione dell’opera documentaristica di Cesare Bertolini, dal titolo “Armi, Armature e Miniere da Brescia per i Gonzaga”.

Traccia del duca Vincenzo Gonzaga, fra le località d’interesse per la nota peculiarità bresciana, legata non solo alla valente produzione armiera, ma pure per il laborioso darsi da fare in mire estrattative, per quanto possibile fosse lo sfruttamento e la resa delle miniere valtrumpline, emerge, ad esempio, dalla citazione che, questo interessante volume, sdogana, con tanto di citazione di un manoscritto dell’epoca, rendendo l’idea della familiarità del personaggio blasonato di primo piano accennato, con Brescia, anche nelle più remote contrade valligiane, dove pare potesse reputarsi, in un qualche modo, degna di un tentativo una certa impresa, quando, una persona di fiducia del signore di Mantova, scriveva da Mondaro di Pezzaze, il 10 aprile del 1595, ad un incaricato dello stesso nobile committente: “(…) Lavorano queste genti alle miniere, come di sopra, avendo un forno da ferro et cinque fusine grosse, che lavorano ferro per le fabbriche e per l’agricoltura. Nei predetti tre Comuni che sono Colio, Bovegno et Pesazze vi sono anco delle miniere d’argento perfetto, nei quali per i tempi passati si esercitavano, ma hora restano imperfette per mancamento di maestranze, essendo solito servirsi de maestri todeschi. Et per questa causa Vincenzo figlio del duca di Mantova, già alcuni pochi anni, si era investito della miniera nominata le Zogie, ma avendo speso molte migliaia di ducati, ha abbandonato l’impresa, massime che detta miniera è danneggiata dalle acque dalle quali non hanno potuto ritrovare riparo. Le persone, per lo più sono povere, et le principali che hanno qualche cosa sono li Fracazzini, Gabiolli hanno d’entrata ducati mille in circa. La famiglia di Ricadelli, povera d’entrata in generale fra tutti loro intorno, ducati 5 mila (…)”.

Parole che sfiorano, nel particolare di un coinvolgimento ducale, quella sommaria visione generale che, negli aspri territori accennati, tratteggiavano, insieme ad un assodata tradizione di lavoro bene codificata, anche le difficoltà del vivere, nelle condizioni dei suoi abitanti, certamente titolari di luoghi che, oltre alle viscere della terra, non potevano che apparire, in un certo senso, penalizzati, rispetto ad altri più fertili e produttivi siti naturali.

Anche la misura di un confronto, faticoso e dispendioso, con il sottosuolo, presentava il proprio conto, se, analogamente all’appunto epistolare menzionato, altra riprova di una stigmatizzata difficoltà era registrata da un ulteriore manoscritto, pure pubblicato nel libro succitato, quando, a comunicare con Vincenzo Gonzaga, era l’allora medico di “Toscolano del Benaco”, come in quegli anni, pare fosse conosciuta tale località lacustre bresciana che, da tempo, abbina, invece, al proprio nome, quello di Maderno, in ogni caso, anch’essa zona familiare al duca di Mantova, per via dell’avervi egli commissionato la costruzione di una villa, segno significante dell’apprezzamento riservato all’amenità del posto e risultato di una già rimarchevole frequentazione, espressavi a suo personale riscontro.

Da “Toscolano del Benaco”, il 3 novembre 1607, il tal medico Teodoro Grazioli del posto, faceva, fra l’altro, leggere al duca Vincenzo I, testimoniando l’alacre attività di ricerca per trovare un profittevole esercizio di investimento da certi luoghi interessati e corrispondendo all’investitura ricevuta, in relazione al cimento fiduciario che lo portava a segnalare quanto fosse stato da lui adempiuto, nell’ambito di un intuibile incarico ricevuto, contestualmente ad un esperito suo ruolo in effetti intervenuto, che: “(…) Mando 4 pezzetti di miniera, contenuta in sasso turchino, overo azzurro, che dimostra la qualità del tronco della miniera, la quale (secondo la prova altre volte da me fatta) contiene rame, argento et oro. Ne mando pochissimo, perché ora non si può vedere, né cavare il filone, sottile, come un dito della mano, per cagione del molto terreno che ha rinchiuso la buca. Detto filone non pagherebbe la spesa del cavare, quand’egli non fosse per crescere in grossezza. Ma è cosa chiara, ch’ei crescerebbe, quando si cavassero nel monte, trenta o quaranta passi. Tale scarsezza di filone non deve per hora spaventare la Serenissima e Magnanima Altezza Vostra, perché certo crescerà in grossezza, e bontà. Tuttavia, non intendo di consigliarla, ma di lasciarle l’intero suo libero arbitrio, non muovendomi ad esortarla all’impresa, con alcuna speranza di guadagno, ma bene la sua buona grazia la quale procurerò di acquistarmi con la sincerità mia e col desiderio di fare sempre cosa grata alla Serenissima Altezza Vostra, s’ella in quel negozio, overo in altro, mi conoscerà buono per servirla. Le mando alcuni belli groppi di pietre da arcobugio, separati con sacchetto dall’altre marchesite. La vena azzurra è posta in uno scattolino. Le faccio umilissima riverenza e le prego da Dio lunghissimi e felicissimi anni”.