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di Letizia Piangerelli

Mi è capitato di scoprire che il mio paese lo conoscono in tanti.
Sarà per l’assonanza con il “famoso poeta”, sarà per quel braccio di mare blu profondo cosi diverso dalle gettonatissime coste della riviera romagnola, cosi freddo, sassoso e duro nei giorni d’inverno. Portorecanati, il paese della mia infanzia.

L’ho sentito lodare per i suoi locali sulla spiaggia, le colline rotonde e ventose, il buon pesce, l’ombra scura del Conero a rompere l’orizzonte dritto della costa, il gomito sottile del nostro stivale. E di fronte a tanto entusiasmo, a tanto genuino stupore, mi sento ogni giorno più persa, disorientata, estraniata, come un Ulisse che al ritorno dall’eterno viaggio scopre che qualcuno ha raso al suolo la sua Itaca per farne un parco commerciale.

Di Portorecanati io ho un’idea chiara, che vive fervida nella memoria e che si sta allontanando sempre di più dal paese anonimo che riscopro oggi, ad ogni mio ritorno.

Quando ero piccola le sere d’estate l’aria sapeva di pesce arrostito alla griglia, dove il carbone sfrigolava, mentre i vecchi in canottiera e braghe arrotolate aggiustavano le reti da pesca col nilon verde, seduti fuori dalla porta di casa.

La spiaggia era punteggiata di argani e barchette di legno arso e colorato, prima di cena si andava in spiaggia ad aspettare i pescatori tornare a riva. Le colline erano un saliscendi solitario, fatto di campagna coltivata e poche case sparse. Ricordo le passeggiate infinite insieme a mio padre dove tutto mi sembrava immenso e, soprattutto, scontato. Perché del resto sarebbe dovuto cambiare?

Non ho 80 anni. In meno di un quarto di secolo il mio paese ha mutato tutte le sue geografie. Il lungomare è stato cementato. Il progresso ha voluto che i casotti sulla spiaggia diventassero ristoranti in grande stile, uno attaccato all’altro, uno uguale all’altro, a combattersi fazzoletti di spiaggia, mentre il rumore tenue dello sciacquio del mare si perde nel rumore di posate e piatti sbattuti.

Il lungomare nord, quella landa dimenticata per anni, che un porto mai costruito avrebbe dovuto valorizzare, è diventato la patria delle “palazzine in stile marinaro”, che di marinaro hanno solo la vista, mentre dietro l’apparenza composta da quartieri per bene resta l’ironia di tutti i nuovi scarichi che finiranno in mare, a colorare di rifiuti organici quella bella vista adriatica che qualche “forestiero” sta pagando cifre esorbitanti al metro quadro.

Le concessioni edilizie non hanno risparmiato neanche le colline del mio paese, una volta cosi orgogliosamente nude, oggi tappezzate da gru e cantieri in costruzione.
Del boschetto della mia infanzia sono rimasti pochi alberi spauriti, i campi di girasole arginati dai paletti di filo spinato della sacra proprietà privata. Se si riesce ad aggirare gli ostacoli ed arrivare in cima alla collina, non c’è più il paesaggio libero, lungo e vuoto, che finiva dritto in un mare cobalto.

Al suo posto country houses, villaggi turistici e cartelloni pubblicitari di ciò che sarà il prossimo miracolo economico della frammentazione edilizia.
Sullo sfondo, in lontananza, gli echi pulsanti di una nuova discoteca all’aperto, costruita su palafitte circondate dal mare. Lo sviluppo del turismo è stato importante per il mio paese. Fondamentale per la sua crescita, indispensabile per riconvertire la pesca individuale in un’attività dignitosa che permettesse di crescere e guardare al futuro.
Ma, a distanza di così pochi anni, mi chiedo se era questo l’unico futuro possibile.

Quello che vedo quando torno a Portorecanati è un paese che poco a poco sta svendendo se stesso in nome di un successo troppo facile e troppo veloce, poco attento a concetti come sostenibilità e rispetto delle origini.
Manca di lungimiranza il mio paese, possibile che non veda a cosa sta rinunciando?

Quando tutto sarà costruito, quando anche l’ultimo pezzo di verde sarà cementato e il nostro mare sarà così saturo da aver perso l’orgoglio cristallino delle sue bandiere blu. Quando sarà passato di moda e anche l’ultimo turista avrà comprato, consumato, venduto, usufruito, cosa resterà ad un paese che ha puntato tutto sull’omologazione, sull’essere uguale a tutti gli altri? Perché di questo si tratta.

Portorecanati è un paese bellissimo, fortunato ad avere un mare ancora vivibile, ancora relativamente intatto. Ma la sua ricchezza più grande non può risiedere nello sfruttamento indiscriminato delle sue risorse, per natura materiali, caduche, limitate. L’unica cosa che nessuno può toglierci è la nostra cultura, il nostro preziosissimo attaccamento alle origini: il dialetto, il rispetto sacro delle nostre geografie umane e naturali.

Solo questo è tramandabile, solo questo riesce a superare la prova del tempo e garantire un futuro alle terre, alle colline fertili, alle spiagge di sassi appuntiti.
Riuscirà il mio paese a capire che è sulla differenza che deve puntare, sul rendersi unico e irripetibile, invece di replicare modelli di sviluppo basati sull’intesse individuale?

Non si tratta di filantropia, né di sterile sentimentalismo.
Anche la lungimiranza – quella capacità che dovrebbe essere patrimonio genetico della politica – ha un valore economico ben preciso, che trova il suo profitto futuro nella salvaguardia attuale del bene comune.

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Giusi scrive:

Capisco il tuo sfogo… e condivido le tue ragioni.
In nome dei soldi e del facile guadagno si rovinano le cose più belle.
Questo non mi impedisce di amare la tua terra e alcuni angoli particolari che sono rimasti immutati, per fortuna.
Anch’io provo la stessa sensazione nei confronti della Bassa.
Chiuse le piccole stalle sono fioriti gli allevamenti intensivi e… diciamolo pure il liquame non sempre finisce nei campi ma direttamente nei canali e nei fiumi.
E tutte le cascine abbandonate… tu le hai viste?
Sono splendide e la gente preferisce abitare nei condomini e i contadini stessi le lasciano per abitare in villette sorte dal nulla che niente hanno a che fare con la nostra terra e il territorio.
ciao
Giusi

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