Brescia – Lontane dal rivelarsi nell’odierno assetto in cui versano in un desolante effetto di abbruttimento, le caserme di quell’epoca erano invece al centro di un organizzato utilizzo di riferimento, anche per le reclute che, del servizio militare, ne affrontavano l’ineludibile appuntamento.

Questo perché un tempo a Brescia si faceva il servizio militare. Le caserme del territorio assolvevano a quella ricettività formativa ed operativa, affidata ad un dato comprensorio, per strutturare l’impostazione distrettuale che si profilava a vertice accessorio di un’articolata gemmazione strategica, funzionale operativamente ad un istituzionale compito meritorio.

Quel compito che coniugava nella difesa militare la coincidenza di un cardine valoriale, previsto, fra l’altro, dalla carta costituzionale, con uno snodo generazionale chiamato ad un primo confronto con ciò che si attagliava ad una consegna nazionale, attraverso un’esclusiva tappa totalizzante il lungo periodo relativo ad una formale prescrizione personale.
Quando la leva era obbligatoria, come lo era negli anni dell’immediato secondo dopoguerra, l’allora stampa locale contribuiva a contrassegnare nella cronaca, alla quale l’informazione era speculare, anche alcuni caratteristici elementi connessi a questa realtà peculiare che era, di fatto, connivente con la società d’appartenenza, nel rappresentare uno fra i più conclamati capisaldi del comparto istituzionale di ascendenza prettamente statale.

L’ambito locale si rivelava pure caratterizzato dallo strascico di quegli eventi che, di questo risvolto militare, ne diramavano i riflessi caratteristici di un paradigma culturale ormai assurto a livello tradizionale ed infisso nella manifestazione ricorrente di una comunità interessata anche dal riverbero di quanto era emanato dai massicci immobili militari, dove le giovani generazioni in divisa trovavano il proprio ruolo aderente alla rispettiva caserma nella quale l’ordine ed il grado erano la precettata contestualizzazione identitaria di un’implicita dedizione incombente.

Sul profilo della più consueta quotidianità, stemperata sull’orizzonte che a quell’epoca accennata risultava attinente, è emerso un ritratto di tale specifica pertinenza, attraverso un articolo, pubblicato fra le pagine dell’edizione del “Giornale di Brescia” di domenica 13 ottobre 1948, in cui, tra le altre particolareggiate informazioni, si recava la notizia che “nella nostra città i soldati del C.A.R. sono ospiti della vecchia caserma di artiglieria in via Tartaglia, ripulita e rimodernata dopo l’abbandono in cui l’avevano lasciata le milizie tedesche. Trenta milioni sono costate le opere di rifacimento e di trasformazione, ma, linda ed operosa come è oggi, la caserma si presenta accogliente con le sue camerate ampie e piene di luce, con i suoi grandi refettori, con il suo cinema-teatro nel quale ogni settimana vengono eseguiti spettacoli di arte varia da parte di compagnie che gentilmente si prestano”.

Il Centro Addestramento Reclute (CAR) che, in questa fonte giornalistica, era presentato come una novità, in quanto delineato come recente introduzione sul modello inglese, nella fattispecie di una sorta di accademia per i neofiti di quell’apparato militare che li avrebbe poi assorbiti nei vari reggimenti di incorporazione, era proporzionato nella cifra di “oltre duemila” reclute che, per quanto ancora riguardante la citata caserma “Flavio Ottaviani”, l’articolo in questione ne attribuiva la sommaria considerazione che “il soldato vive in un ambiente che non gli riesce pesante e ciò è anche dimostrato dal fatto che il settanta per cento della forza rinuncia alla libera uscita, preferendo passare le ore di riposo in caserma. La radio, le sale di scrittura, lo spaccio sufficientemente attrezzato sì da aver l’aspetto di un decoroso caffè di provincia, costituiscono per molti il miglior passatempo”.

Tutto questo si riferiva al “Terzo Centro di Addestramento Reclute” che a Brescia competeva anche per quella caratterizzazione attraverso la quale, ad un ricorrente sembiante cittadino, una certa attestazione si amalgamava pure attorno a quella contingente espressione con la quale se ne tipizzava l’insieme di un suo ravvisato indotto, come, in uno spettro d’osservazione, se ne rilevavano i particolari in un affresco rivelatore, riscontrabile nel citato scritto giornalistico a firma di un non meglio identificato “V.D.C.”: “Caserma Ottaviani, ore sette e trenta del mattino: escono inquadrate le reclute del Terzo Centro di Addestramento. Calzoncini corti, visi abbronzati, arma al fianco, si avviano, i giovani, a scaglioni, allo stadio militare e percorrono, prima con passo risonante, le adiacenti strade a quell’ora frequentate dagli operai che raggiungono gli opifici”.

campo marteDal vicino “Campo Marte”, per ricondursi nuovamente alla caserma di provenienza, l’approssimata stima di un tipico giorno di “naja”, vissuta in salsa bresciana, faceva capolino dalla descrizione giornalistica trattata, con il planare pure sul far della sera, come sintesi fedele di un’ulteriore veduta affacciata su un certo lasso temporale, con cui il resoconto si completava, fino a rinnovarsi con il puntuale incombere di una nuova giornata: “Alle 22,30 la recluta è già a letto. Al mattino, dopo il caffè, si prepara per le istruzioni che si svolgono allo stadio militare, o al poligono di tiro, o nelle vicina campagne in caso di esercitazioni sul terreno. Alle 11 suona il rancio. La gavetta, fedele compagna di tante generazioni di soldati, dopo un lodevole ed apprezzato servizio è stata collocata a riposo. Il soldato ha oggi, a sua disposizione, scodelle di alluminio con relative posate e il rancio (minestra e secondo piatto mattina e sera) gli viene servito, in appositi refettori, a tavola, dove egli siede, avendo davanti, predisposti in precedenza, pane, frutta, sette sigarette e vino. (Vecchio alpino non allibire, è proprio così……mezzo litro al giorno di vino e di quello buono). Nel pomeriggio lezioni teoriche, tenute per squadre in apposite aule, ed esercizi ginnici, completano la formazione del nuovo soldato”.

Sul versante sportivo, a proposito dei giovani soldati in servizio di leva, era contestualmente riferita anche l’attività strutturata in un’apposita squadra di calcio interna, mentre, di una collaterale iniziativa extra-militare se ne descrivevano le edificanti caratteristiche nell’articolo di approfondimento che, con il titolo “Freschi d’abbecedario scrivono a Nannarella”, il “Giornale di Brescia” pubblicava mercoledì 30 marzo 1949, con la sigla in calce di “G.V.”, in cui, tra l’altro, il giornalista, nel riferirsi alle reclute in servizio nella loro rispettiva sede cittadina, precisava che “Il caporale li fa marciare per la contrada, li accompagna davanti al sagrato di San Faustino. Entrano a frotte nella Casa degli Studi, vanno ad imparare come si tiene la cannuccia (tra il pollice, l’indice ed il medio) i soldati scolaretti delle ultime leve. Sono centocinquanta e più i militari che frequentano i corsi speciali d’insegnamento istituiti appositamente per loro. Calabresi e lucani, napoletani e siciliani, con qualche romano della Ciociaria e persino un veneto, i giovanotti siedono attenti come ragazzini, si piegano sul quaderno, con la matita tracciano la prima lettera dell’alfabeto, adagio pronunciano la prima vocale del libretto ove trovano (e non sono certo adatti per loro che hanno ormai vent’anni nel sangue) i disegnini del fiore, della luna e delle fiabe conosciute soltanto per tradizione”.

Caserma OttavianiAll’utile organizzazione dell’accennata “Casa degli Studi”, allora esercente, di giorno, anche le lezioni di “riparazione” di matematica per gli alunni interpreti di quell’itinerario didattico che li vedeva impegnati nel loro anno scolastico, era pure afferente il corso per far imparare a leggere e a scrivere alcune reclute del servizio militare, abbisognevoli di tale necessità elementare, nella proposta di un’edizione di scuola serale, compresa dalle ore 20 alle ore 22, che, in quell’anno, vedeva sui banchi di questa sede formativa “le allegre “burbe” del ’27 e del ’28”.

In un attuale irriconoscibile panorama cittadino, notevolmente diverso rispetto ad allora, quando, tra l’altro, a “Campo Marte” si compivano anche le ricorrenti manifestazioni del “giuramento” da parte delle reclute, oggi le divise militari paiono scomparse da Brescia e, chiuse le caserme, come fantasmi addormentati, ripiegati nei ricordi di chi dei loro spazi ne rammenta gli aspetti originali, l’epopea dei soldati in città sembra potersi ricondurre solo a quegli ultimi loro esponenti che pattugliano, fra altri servizi, la stazione ferroviaria insieme alle forze dell’ordine, come per interagire con gli stessi incalzanti mutamenti prodotti, in parte, da esodi epocali che, nella generalità della piega presa dal corso della storia, rendono la società erede dei loro manufatti e delle loro vestigia marziali, fra le spogliate caserme e gli ormai depennati reggimenti.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.