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Senza essere una definizione ultimativa, propriamente detta, il libro ha come titolo un’allusiva dichiarazione aperta: “Storie singolari e destini plurali – Fonti storiche e racconti d’autore”, pubblicato dalla casa editrice “Liberedizioni”, compendiando le quattro distinte opere letterarie di altrettanti affermati autori bresciani, nelle persone di Claudio Baroni, Paolo Catterina, Massimo Tedeschi e Marcello Zane.

Diverso l’ordine di esposizione, riguardo, cioè, il susseguirsi delle circa centoquaranta pagine della pubblicazione, rispettato, comunque, nel primo autore che tratta in “Slanci garibaldini”, di alcune vicende legate al passaggio per Chiari di Garibaldi, e, nel secondo della qualificata quaterna che, anch’egli prendendo spunto dalle memorie locali legate all’Eroe dei Due Mondi, ne pone al centro la figura, sviluppandola nel contesto di una sua visita a Prevalle, precisamente a Goglione di Sotto, mentre, si esplicano in tutt’altra epoca i restanti autori, dal momento che, Marcello Zane, si sofferma sul personaggio istituzionale Bruno Boni, negli anni dell’immediato Secondo Dopoguerra, quand’era ancora vicesindaco, periodo non lontano da quello preso in considerazione da Massimo Tedeschi che pone, ad epilogo del suo intrigante contributo, la disastrosa e tragica performance della manifestazione automobilistica delle “Mille Miglia”, relativamente a quella sua fatale edizione che, oltre alla morte di un paio di piloti, aveva comportato, su un tratto di strada tra Cerlongo e Guidizzolo, l’uccisione di un gruppo di astanti curiosi.

Come risulta precisato nel titolo del libro, il registro espositivo che regge l’impianto narrativo del volume propone una serie di curiose e di veridiche peculiarità della storia dei centri bresciani che hanno il privilegio di spuntare da quest’ulteriore opportunità culturale per una loro documentata ed implicita promozione editoriale, dal momento che un raggiunto e maneggevole strumento di serbarne parte delle naturalmente oltremodo maggiori memorie, rispetto al loro totale, è stato qui raggiunto in un esplicito risultato sostanziale.

L’elaborazione del reale, dedicata, cioè, ad un comprovato elemento fattuale, è, in questo caso, l’alleanza della letteratura con la misura storica affidata all’aneddotica, legata, a sua volta, ad una più ampia disamina generale, per un’umanizzazione fondamentale a rendere vibrante la storia di poesia, secondo le tracce di una rievocazione personale che regala, in una preziosa condivisione, anche intellettuale, i riferimenti di una pittoresca poetica di immedesimazione, posta fra gli interessanti contenuti presenti nel retaggio di una rivisitazione popolare.

Avvincente storia di popolo, pare quella di Garibaldi, che, giungendo e sostando a Chiari per una notte, poi dev’essere accompagnato in carrozza a Brescia, mezzo che viene preso in uso per la bisogna prelevandolo da un notabile del luogo che, poi, però, a ragion veduta, chiede l’indennizzo per averne appurato il cattivo stato nella fase della consegna. Non finisce qui, la pendenza con la municipalità clarense e non termina, il racconto “”La carrozza di Garibaldi”, lasciando irrisolta, questa vertenza: tra schermaglie di distinte appartenenze, disinvoltamente descritte nella ambientazione di quei frangenti, si era trovata una soluzione; un accordo, forse, più imprevedibile del danno presumibilmente patito dal nobiluomo Faglia, a margine del darsi da fare dei sostenitori del “Grand’ Uomo” in giubba rossa, transitato pure per questa cittadina dell’ovest bresciano, forte di ben sessantaquattro garibaldini, tra i quali un tal “Manenti, il garibaldino clarense che aveva perduto un piede nella spedizione dei Mille”.

Analogamente, anche il salire, da parte di questo eroe risorgimentale, sul campanile della località, ora definita nel territorio comunale di Prevalle, è occasione, sottoscritta da altra firma di questo volume dal formato tascabile, per poter andare a riferire di una serie di vicende comunitarie connesse al percorso di vita insieme di quanti componevano gli abitanti del paese, limitatamente ai dati significativi che risultano emarginati nel pittoresco affresco storiografico, dedicato a tali aspetti emblematici dove gli stessi risultano assegnati nel racconto “La figlia dell’ingegnere”.

Ha ragione Massimo Tedeschi, nel, fra l’altro, scrivere “(…) che in quei segni c’era una persona, un uomo, una storia”, riferendosi, con questa considerazione, ad una epigrafe commemorativa, ma, certamente, potendo, con la stessa sottolineatura, evidenziare la portata, in genere, della scrittura, oltre i segni, che ne rappresentano la natura grafica apportatrice dei contenuti che questi autori hanno, ciascuno su un tema diverso, saputo raccontare ed esplorare in affascinanti spaccati storici, quali “medaglioni” esplicativi, a meritato approfondimento di alcune passate vicende bresciane.

Per nulla banali, anzi, al contrario, contraddistinti ognuno da costruttive descrizioni in agrodolce, pure esorbitanti in una sensibilità prossima ad una velata nostalgia, nella rievocazione delle generazioni trascorse, questi quattro racconti si omologano attorno ad un proprio uniforme genere complessivo, anche nell’attraversare periodi storici diversi, dal momento che, con il noto politico democristiano Bruno Boni a protagonista di uno fra questi, il Risorgimento del menzionato Garibaldi è bell’e che passato, anche se l’effige del barbuto personaggio che finisce i suoi giorni a Caprera, era addirittura il simbolo politico fra quelli della competizione elettorale dello schieramento avverso all’esponente della Democrazia Cristiana di Brescia, considerato anche per il suo leggendario uso ostinato della dolcevita, quale indumento da lui privilegiato, da cui il titolo del racconto “Il dolcevita bianco”.

Come sarebbe stata la carriera ciclistica del bravo giovane Luigi Lonati, falciato, insieme ad altri, dall’auto impazzita della corsa della “Mille Miglia” del 1957?. Suscitano tale interrogativo, i personaggi, fra quelli ipoteticamente contemporanei, del racconto “I due campioni” di Massimo Tedeschi. Anche quel giorno, l’atleta, individuato per nome e cognome, pare avesse dovuto andare a sostenere una competizione di tale disciplina sportiva, ma il corso degli eventi era andato diversamente, tanto da lasciare, lungo lo strascico dei presumibili retroscena, una storia da raccontare.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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