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Brescia – La guerra vittoriosa era finita da circa un anno. Gabriele D’Annunzio aveva occupato da un mese la città di Fiume che l’anno successivo avrebbe istituzionalizzato nella “Reggenza del Carnaro”.

Da gennaio i cattolici si erano espressi in politica fondando a Roma, con don Luigi Sturzo, il Partito Popolare, mentre in marzo Benito Mussolini aveva costituito i Fasci di Combattimento a Milano.

A Brescia le cronache del 1919 riconducevano, oltre all’eco della galassia politica in subbuglio, anche alle deflagrazioni di alcuni residuati bellici dispersi nell’improvvida sede di incauti ritrovamenti, pure reperiti nell’area urbana, come quello che all’istituto Artigianelli era costato la vita ad un giovane studente convittore.

La notizia, documentata dalla stampa di quell’epoca, contraddistinta dalle caratteristiche di uno fra i periodi appena successivi al Primo Conflitto Mondiale, attesta, nella disgrazia di un infausto e tragico incidente, l’interazione già effettiva a Brescia dell’istituto Artigianelli, fondato da padre Giovanni Piamarta nel 1886, per l’educazione e la formazione della gioventù che, in questo malaugurato caso, si immolava, con un suo esponente, al sacrificio della fatalità nel sanguinoso riverbero occulto e drammatico, legato ad un effettivo pericolo già aleggiante in città dove, invece di rivelarsi in ambito diverso, il destino pare avesse voluto scegliere di attribuirlo alla combinazione di una sprovveduta curiosità giovanile, dentro un laboratorio di meccanica adibito ad eccellente scuola di prammatica.

Questo laboratorio di meccanica era situato in quell’istituto che, con il termine vezzeggiativo riprodotto nell’appellativo a derivazione dell’arte artigiana, secondo l’impronta scaturita dall’opera di alcuni fautori del cattolicesimo sociale, come don Giovanni Bosco e padre Giovanni Piamarta, aveva attecchito nella società organizzata del tempo, attraverso una rete di servizi istituzionali, funzionali al tentativo di fare argine alla miseria delle classi sociali più povere e di offrire loro la prospettiva di un bagaglio di conoscenze utili per intraprendere una professione che faceva dei giovani, interessati tanto alla didattica, quanto all’accoglienza per un’etica e per una morale, sia collettiva che individuale, i rappresentanti degli “artiginelli”, ai quali l’intento dei fondatori portava benevolmente a considerarne, nell’emblematica denominazione adottata, l’età acerba del generazionale debutto di una loro anagrafica appartenenza.

Questo nomignolo, pervaso da quella mitezza cristiana che, nella corrispondente virtù evangelica della beatitudine ad essa confacente, conduce idealmente a coloro i quali “erediteranno la terra”, si era di fatto abbinato, per volontà di padre Giovanni Piamarta, di mons. Pietro Capretti e di padre Giovanni Turelli, ad un apposito istituto educativo, aperto in città, ai piedi del castello, nella odierna via dedicata allo stesso Piamarta, pure santo fondatore della congregazione religiosa denominata “Sacra Famiglia di Nazareth”, secondo un’iniziativa tardo Ottocentesca, a proposito della quale, in relazione all’anno 1902, già si poteva sperimentare quanto, fra l’altro, documenta l’Enciclopedia bresciana di Mons. Antonio Fappani, nello specificare che “l’Istituto ospitava un buon numero di operai ed un centinaio di ragazzi e contava officine e laboratori di tipografia, legatoria, falegnameria, fabbri ferrai, tappezzieri, sartoria, mobili in ferro e reti metalliche, damaschi e addobbi di Chiesa”.

Dal periodo di questa lettura, procedendo qualche anno più in là, l’edizione de “La Provincia di Brescia” di domenica 12 ottobre 1919 informava circa quell’avvenimento, in seguito caduto nell’oblio pietoso del silenzio e raccolto sotto il manto invisibile dell’ormai combinata ineluttabilità, che si inseriva tra gli eventi verificatisi a diretta ricaduta umana di un praticato ambito sociale dove, con un’inesorabilità imponderabile, si traduceva nelle vie misteriose assestatesi fra i viventi attraverso una modalità inesplicabile, sfociante in un fato dalla dinamica senza ritorno: “Lo scoppio di una bomba in un’officina dell’Istituto Artigianelli – La morte di un ragazzo – Ieri mattina alle ore 10,30 una mortale disgrazia avveniva nell’Officina dell’Istituto Artigianelli. Il giovane diciassettenne Ferruccio Garuti di Antonio da Carpi (Modena) convittore dell’Istituto ed apprendista presso la sezione meccanica dello stesso, in compagnia del suo capo officina e di un altro convittore si era recato l’altra mattina in un deposito di ferramenta della città per fare degli acquisti. In uno di quei depositi di materiale il Garuti trovò una piccola bomba ed escludendo la sorveglianza del suo capo officina la raccolse e la portò nell’Istituto. Questo, almeno, egli avrebbe raccontato ad un suo compagno, certo Briarava Giuseppe. Appena tornato in officina il Garuti tolse al pericoloso ordigno una fascetta di rame e ieri mattina, di nascosto dal capo officina sig. Zucchi Giovanni, si diede a scomporla. Mentre era intento al pericolo lavoro il capo officina lo sorprese e gliela tolse deponendola momentaneamente su un banco. Non appena il Zucchi si fu allontanato, il Garuti la ripigliò e la collocò sotto un trapano, mettendolo in azione. Improvvisamente la bomba scoppiò e il povero Garuti, colpito in pieno cadde pesantemente a terra”.

Anche un altro quotidiano di quell’epoca, nella stampa de “La Sentinella Bresciana” del medesimo 12 ottobre 1919 si occupava della dinamica del mortale avvenimento e, nel resto del resoconto sul fatto da ambedue le testate giornalistiche trattato, informava anch’esso sull’entità delle conseguenze di quella incredibile decisione di utilizzare un arnese invasivo su una bomba potenzialmente devastante: “Il Garuti, colpito in pieno, cadeva ai lati del trapano, mentre alcuni pezzi di questi, spezzati, venivano lanciati a breve distanza. Accorsero presso il Garuti orribilmente squarciato all’addome, alla faccia, al braccio sinistro la cui mano era stata nettamente stroncata, i superiori, col vice rettore che, mentre giungeva l’autolettiga della Croce Bianca per il trasporto, apprestava al Garuti gli estremi conforti della Religione”.

Il trapasso, con l’esalazione dell’ultimo respiro, era da lì a poco dopo avvenuto “nella sala 3” dell’allora ospedale civile cittadino per il giovane travolto dall’imprudenza della propria incontenibile curiosità che era esplosa insieme alla bomba a mano, prima disinnescata ed in seguito addirittura sollecitata, per chissà quale ingenua intenzione d’indagine, con un trapano perforante, attraverso l’irreparabile profanazione dello strumento esplosivo di bellicosa invenzione e di rapida funzione.

La sfida sembra sia stata per lui d’invincibile seduzione, per un’estrema velleitaria scoperta di pericolosa applicazione, nel ricorrere alla meccanica però estranea ai congegni della guerra che sono funzionali invece all’efficienza della puntuale deflagrazione e che, in quell’ambito scolastico, avevano funzionato nella logica spietata della distruzione, senza togliere alla medesima sede educativa quella nobile ispirazione destinata comunque a rinnovarsi qualificatamente negli sforzi perseguiti per disinnescare l’impreparazione dalla più sprovveduta ingenuità di pari condizione.

L’eco della bomba a mano in città si era disperso lontano, analogamente ai colpi inferti dagli esplosivi caduti dal cielo durante quella guerra, precedente all’episodio avverso accaduto presso gli “Artigianelli”, che aveva interessato Brescia anche per le prime incursioni aeree, riversatisi durante i giorni della sofferta belligeranza, pure nei termini descritti nell’accennata “Enciclopedia Bresciana” dove, fra l’altro, a tal proposito si legge: “Il primo bombardamento aereo avvenne il 25 agosto 1915 alle ore 6,30, da parte di un apparecchio che lasciò cadere quattro bombe sullo stabilimento Tempini uccidendo cinque operai (Angelo Tettamanti, Angelo Decca, Alceste Simoncelli, Pasquino Rovetta, Giacomo Corini) e ferendone molti altri. Ai solenni funerali parteciparono cinquantamila persone. Da quel momento la paura degli aerei dalle grossi croci nere sulle ali divenne quasi un’ossessione ed a segnalarne la comparsa venivano sparati due colpi di cannone e suonato il campanone del Pegol. I giornali lamentavano che i bresciani fossero combattuti dalla curiosità più che dal pericolo”.

Quella curiosità che, ad armi placate ed a eserciti ritornati nei ranghi fra vincitori e vinti, sembra fosse seguitata a mantenersi attorno agli strascichi della guerra, fra alcuni residuati bellici spuntati anche fra certi grovigli di confusi rottami di metallo inerte, freddo come la morte, pericoloso ricettacolo occluso alla vita da quell’agguato riservato ad un tragico caso, capitato ad un giovane studente imberbe.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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