Brescia – C’era un castello, nell’agglomerato urbano, e tre paludi, rispettivamente dislocate nel territorio che, attraverso la natura imperante, si disperdevano nella varietà dell’ambiente circostante, fino al limite che al paese si rivelava più lontano, rispetto all’adiacenza con gli spazi altrui, condivisi, con le prime propaggini del vicinato.

Ad una dozzina di chilometri da Brescia, vale un’antica pergamena ad illustrare il modo in cui appariva l’allora borgata di Travagliato (Brescia) agli occhi di chi, in quell’estate del 1361, si era prestato a raccogliere ed a formalizzare le informazioni utili per una mappatura a carattere economico della località stessa, perchè ne derivasse uno strumento di rilevazione delle potenziali fonti di sostentamento della diocesi bresciana, per il tramite della dovuta erogazione delle decime, come parte tassabile, estrapolata dal locale comparto produttivo, da riservare al vescovo.

Non è un caso che tale vetusto manoscritto sia apparso alla curiosità di un attento scopritore, nella persona del prof. Angelo Brumana, “nel fondo della Mensa Vescovile (busta 33 n. 6)” dell’archivio diocesano di Brescia, rivelandosi nell’articolato insieme documentaristico sancito nella denominazione settoriale di un contesto evocativo che, al concetto traslato dal nutrimento, riservava il proprio allusivo riferimento connotativo.

In questo caso, erano stati i vari agricoltori, sia proprietari che semplici prestatori d’opera, a doversi preoccupare di proporzionare la natura e l’entità della loro ricorrente e media produzione, per ottemperare al debito di quanto spettasse all’autorità vescovile, in una quota cifra del corrispondente ed effettivo valore di ciò che si stimava fosse nell’entità di una dovuta contribuzione.

Grazie ad una delle combinazioni che l’andare della storia instaura nel corso delle proprie compenetrate interrelazioni, da questo procedimento ne è discesa, in maniera implicita, una raccolta particolareggiata, non solo delle proprietà e delle allora contingenze produttive, ma pure dei luoghi e delle persone, rintracciate nella loro effettiva presenza che, nella descritta comunità, capillarmente esaminata, si rivelavano nei contorni espliciti e svelati di una dichiarata appartenenza.

Nel “Vecchio Mondo”, il rinvenimento di una pergamena del Trecento, fà naturalmente ancora notizia, perché il tempo che, dall’antichità, ci separa dall’oggi è pari alla consistenza in ogni dove sperimentabile attraverso il desiderio di colmare fallanze e di superare le distanze, frapposte alla ricostruzione di quella sempre perfezionabile memoria storica che qui, come altrove, si è dispersa nelle molteplici ramificazioni di esistenze e di vicende consumate nel transito inesorabile dei giorni, ritmati da quel prima e da quel dopo, che rappresenta il medesimo computo della percezione temporale, affacciata alla fatica quotidiana del sole, a margine della quale sopravvive, nel presente, la permanenza dei discendenti di epoche remote.

In questa conTrevyadosapevolezza, sensibile ad accogliere, in eredità dall’oblio pervadente, una serie di informazioni prima perdute per l’indisponibilità della documentazione che ne reca invece la traccia eloquente, è scaturita anche l’edizione di un libro, stampato in poco meno di centotrenta pagine dalla “Tipolitografia Lumini” di Travagliato, che il locale sodalizio della “Pro Loco”, presieduto da Eugenio Pompeo Falsina, ha patrocinato e promosso, sostenendo il lavoro dell’autore, Giuseppe Bertozzi, assecondando la redazione editoriale di Laura Lentini ed avvalendosi della trascrizione e della traduzione della pergamena, assicurata, invece, da Marina Michela Tonelli.

Come scrive il dott. Salvatore Rosario Pasquariello, nel ruolo da lui allora ricoperto di “Commissario Straordinario del Comune di Travagliato”, nel suo contributo introduttivo, questo volume, dal titolo “Nell’anno del Signore 1361 nel castello della detta Terra de Trevyado..”, si pone nel contesto di una iniziativa di analisi storica “che rende alla portata di tutti non soltanto il contenuto della pergamena trecentesca, che rappresenta una sorta di censimento dei terreni travagliatesi e dei loro proprietari nel 1361, ma anche la conseguente, brillante e divulgativa “lettura” che ne fa Giuseppe Bertozzi, il quale ci offre una originale cartolina di Travagliato in quel lontanissimo anno medioevale”.

Storia, dentro un’altra storia, quella relativa a quanto accaduto in questa località bresciana vicina al capoluogo cittadino ed alla Franciacorta, in un frammento d’estate del 1361, che rivive alcuni secoli dopo, inoltratisi nel millennio susseguente, per strutturare lo spessore di uno spaccato di storia medioevale, proporzionato al territorio corrispondente, ed imbastirne il riscontro di attinenza, mediante gli approfondimenti correlati all’intento di importarne nell’oggi la conoscenza.

L’introduzione, a firma del prof. Angelo Brumana, dettaglia, fra l’altro, gli estremi di un utile inquadramento storico verso l’effettivo contenuto da cui si è originato il nesso con la stesura del manoscritto in questione, considerato in tutto il suo notevole ed interessante profilo rivelatore: “Agli albori dell’agitato Trecento, l’episcopato bresciano, reduce dall’energico governo del carismatico Berardo Maggi, continuò un meticoloso e difficile lavoro di ricognizione dei suoi beni territoriali e delle rendite che da questo immenso patrimonio immobiliare si dovevano trarre. Si trattava di designare, cioè, per parlare in termini più moderni, di censire le proprietà, di verificare il gettito fiscale che da queste si ricavava (in denaro o, il più delle volte, in prodotti agricoli), di controllare attentamente l’identità degli affittuari e l’autenticità degli atti di investitura. Da ciò deriva il termine di designamentum, cioè censimento e identificazione certa delle proprietà attraverso la designazione dei confini precisi. Questo lavoro durò circa settant’anni e attraversò la storia di Brescia nella successione dei governi che si avvicendarono alla guida della città e del suo territorio: dagli Scaligeri di Verona, a re Roberto d’Angiò (il re saggio che incoronò poeta Francesco Petrarca), ai Visconti, che dal quarto decennio del secolo fino al 1426 dominarono Brescia e la sua provincia”.

La pergamena, dalla quale scaturisce questo libro, è coeva al periodo visconteo, con il vescovo di Brescia, Raimondo Bianchi (+ 1377), originario del milanese, come in quegli anni pare fossero i maggiori titolari degli incarichi di responsabilità nel bresciano che erano rappresentativi, insieme a ciò che identificava la loro provenienza, del mandato d’influenza, garante del governo di Milano, dispensatore del proprio personale ruolo di competenza.

Il documento, dove gli aspetti accennati sono trattati, riveste una preziosità innegabile, dal momento che contempera di prima mano una serie di particolari di una data realtà, organizzata in un insieme di ricorrenti e di omogenei tratti identificativi delineati, anticamente, in un luogo osservato nella propria genuina espressione di pertinenza.

Si tratta, fra l’altro, di dTriticum_speltaenominazioni di porzioni territorio, come pure di varie persone, tuttora sopravviventi nei cognomi di alcune famiglie, incontrate nella rilevazione di quei beni che, dalla terra coltivata, offrivano il proprio sostanzioso apporto alle stime attestanti diversi prodotti cerealicoli, come il frumento, la siligine (una sorta di “grano gentile”), la scandella (nel genere di foraggio inteso come “spezie di biada” o orzo distico), l’orzo, il farro e la spelta (antenata del frumento e varietà del farro), nella misura secondo la quale pare se ne potesse enumerare nel paese una produzione complessiva di 481,48 quintali circa, pari alla considerazione di massima enunciata nei termini che “la terra coltivata a cereali in Travagliato corrisponde a circa 195 piò”, in riferimento a quell’epoca che presta pure il fianco a considerazioni anche relative all’antecedente costituirsi dell’insediamento abitativo, secondo quelle considerazioni che inducono ad avanzare l’ipotesi, sviluppata fra altre interessanti considerazioni, inerente la possibilità che “i travagliatesi fossero, in origine, abitanti di una frazione di Cazzago e trovare le prove di quando abbandonarono la località de Bertaclaris per rifugiarsi in un posto più sicuro e fortificato, dove costruirono anche una nuova chiesa”.

Contrada, questa, approssimativamente individuabile nelle vicinanze della zona interessata dalla chiesa di Santa Maria dei Campi, a proposito della quale l’autore del libro afferma, fra l’altro, che “il primo nucleo abitativo stabile che più tardi avrebbe preso il nome di Travagliato, potrebbe essere sorto a ovest dell’attuale centro storico del paese, e proprio in età longobarda”, anche a motivo di una buona consistenza di campi coltivati che già, in quel tempo, risultavano in tale zona affacciati al sole di quell’epoca lontana, rispetto ad altre parti del territorio travagliatese che, di misura, non sembravano produttive nella stessa incidenza.

In questa retrospettiva, affidata alle pagine della pubblicazione che è dedicata alla memoria del geometra Pierluigi Febbrari, la dimensione descrittiva della pergamena è quella che si circostanzia nei punti cardinali affidati a riferimenti temporali, come coordinate geografiche stabilite nella “sera”, nella “mattina” e nel “mezzogiorno”, rispettivamente ascrivibili ad ovest, ad est ed a sud, nell’insieme di quella soverchiante prospettiva agreste che pare fosse la forma di interrelazione umana con l’ambiente più evidente, percepibile sullo sfondo pervadente di quanto il prof. Angelo Brumana sottolinea, scrivendo, fra l’altro che “La cosa che maggiormente ci tocca è il notare che Travagliato del 1361 assomiglia moltissimo al “nostro” Travagliato: non abbiamo davanti a noi un borgo feudale popolato da infelici servi della gleba e signoreggiato da un don Rodrigo crudele e vendicativo, come la finzione volgarizzata di un Medioevo da romanzo e da sala cinematografica lascia spesso credere, ma un paese di piccoli proprietari terrieri e di coloni indipendenti e già molto moderni nella valorizzazione del suolo e nella diversificazione delle colture”.