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Quito – Come si fa a non amare questa città? Come si fa a non essere attratti e al tempo stesso respinti da questa tentacolare e assurda città? La follia urbanistica e sociale di Quito la si incontra nel momento in cui il visitatore ignaro fa il suo ingresso in Ecuador. Dopo aver sorvolato l’Atlantico e l’America latina, all’orizzonte, fra due cordigliere andine si apre la vallata – 17 chilometri di lunghezza per 4 di larghezza – su cui si adagia beffarda la capitale, a 2850 metri di quota, sulla linea immaginaria che segna la metà del mondo. E nel bel mezzo, fra palazzoni fatiscenti, baracche, ricoveri e grandi alberghi,

appare la pista d’atterraggio dell’aeroporto internazionale di Quito. Quello di Brac, isola dell’arcipelago spalatino che galleggia nel mare croato è forse più grande. Certo è più sicuro. Non si corre il rischio di atterrare su di una terrazza. A Quito, invece, l’aeroporto si trova così nel mezzo della città che solo poche compagnie corrono il rischio di atterrarvi. A parte un paio di temerarie americane, l’Iberia e la Klm sono le uniche due ad avere il coraggio di zigzagare fra i palazzoni.

Questa Quito moderna, soffocata dallo smog e sovrastata da una decina di vulcani che a malapena si vedono in questo scorcio di ottobre già segnato in modo inopportuno dalla stagione delle piogge, non ha nulla a che fare con la città che fu la prima capitale del regno degli Shyris e poi nel XV secolo del Chincha-suyo e sede dell’ultimo Inca Atahualpa, signore dell’impero dei quattro quarti del mondo. E’ la Quito coloniale che rappresenta un’avventura nella bellezza di un centro storico – forse il più grande del Sud America – che è stato dichiarato dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. Un’avventura fra molte chiese e grandi conventi, grande povertà e grande ricchezza, mercati coloratissimi e insoliti, una città dove la simbologia indigena nei secoli si è fusa con il misticismo cattolico.

Passeggiare di domenica, quando buona parte del centro è chiuso al traffico caotico, fra le vie e calli che incorniciano la Plaza de la Independencia, è un’esperienza da fare. Un’ erlebnis direbbero i tedeschi a contraddistinguere un’esperienza che si fa soprattutto con lo spirito. Fra i banchi del mercato, fra indios che vendono cortecce miracolose da cui sgorga liquido rosso che sembra sangue ma che guarisce dalle più tremende malattie ed erbe medicamentose, una passeggiata fra donne dalle collane dorate, fagotti in spalla dagli occhi grandi e neri, mantelle coloratissime, cappelli neri o bianchi a seconda delle etnie.

Un’esperienza non solo da vivere con gli occhi, ma anche con il naso e, se sia ha coraggio, con il palato. In questo mercato, in ogni angolo di strada si mangia. Dalle 8 della mattina in poi. Senza sosta. Minestre, o caldos, che si preparano facendo bollire zampe di gallina (allettante non sembrano), cuy arrosto che sembrano bambini in croce (sono i nostri porcellini d’India….pare si tratti di una prelibatezza, ma non mi convinceranno mai ad assaggiarli), maialini da latte che vengono arrostiti interi lungo le strade o cotenne di maiale fritti e servite come patatine da passeggio. Eppoi, e qui siamo all’apoteosi, il ceviche: molluschi che assomigliano alle nostre ostriche, aperte davanti a noi, immerse in un liquido scuro di difficile definizione cui viene aggiunto il succo del lime (piccoli frutti dal gusto intenso di limone) e cipolla cruda. Il tutto servito in un bicchiere e condito con pop corn. Si dice che sia una vera delizia ma le guide avvertono – chi non avesse assistito alla sua preparazione e quindi già intuito – che se non viene preparato con le dovute norme igieniche, è un piatto a rischio di colera. Non faccio difficoltà a crederci.

Meglio riparare su banane e succosi mandarini, rischiare con una fetta di anguria e succhiare con una specie di cannuccia il latte denso e dolce della noce di cocco e, perché no, immergere gli occhi, e le mani, in ceste di lamponi formato gigante. La gastronomia dell’Ecuador è coloratissima e profumatissima. Buona non so, probabilmente sì. Ma dopo averla ammirata, non faccio fatica a credere che a Quito prosperi quasi una trentina di ristoranti italiani che vanno alla grande e che a ricchi ecuatoriani e a turisti poco coraggiosi “offrono” un pranzo a non meno di 50 euro. Vini rigorosamente italiani. Pasta fatta in casa e menu made in Italy. Tanto amata la ristorazione italiana che domenica mattina, alle 7 in punto in Placa de la Indipendencia, quando l’inno nazionale ecuatoriano ha ufficialmente aperto le dieci ore di elezioni presidenziali, il catering incaricato di imbandire la grande piazza era tutto italiano.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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