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Era settembre ed era anche il primo giorno nuvoloso che un’estate assolata e afosa ci ha regalato. Forse avrebbe piovuto. Meglio così ! Il luogo non si presta all’allegria e alla spensieratezza che i raggi di sole portano con sé. Merita rispetto, riflessione, introspezione, commozione.

Il cielo ha pianto con me. Dopo anni, ho visitato i luoghi che ho conosciuto solo attraverso i racconti dei miei nonni: i sentieri della grande guerra,in Friuli. La prima traccia: una freccia con la scritta i sentieri della pace.

Un controsenso? No! E’ qui che si impara quanto la pace sia preziosa, quindi è questa la definizione più corretta.

Ho cominciato il mio percorso a Redipuglia, a pochi chilometri da Trieste, il più grande sacrario italiano.

Scopro subito perché si parla di grande guerra: la prima guerra mondiale ha coinvolto un numero importante di nazioni, ma soprattutto ha provocato sedici milioni di morti, compresi i sei milioni di civili.

Molti di questi erano poco più che ragazzi. Le armi erano talmente rudimentali che le battaglie erano dei corpo a corpo, guerre di trincea, di logoramento. Morivano vedendo in viso l’avversario: ragazzi che come loro avevano già sofferto tanto per fame, freddo, ferite, infezioni, malattie.

Un brivido mi percorre il corpo davanti ai rudimentali strumenti di cura, meglio definirli di tortura. Che tristezza le lettere inviate dal fronte alla famiglia. Quanto pudore nelle poche righe alla moglie a cui si dava del Voi. Quante menzogne per non far soffrire i propri cari e far credere loro che tutto al fronte funzionava a meraviglia.

Lo stesso inganno che ho colto nella stampa e nei manifesti del periodo esposti in una bella mostra a Villa Manin di Codroipo, “Comunicare nella Grande Guerra” (che purtroppo ha chiuso da tempo). Giornali con fumetti, stile barzelletta con cui si attirava la gioventù del tempo ad andare al fronte: gente semplice che si convinceva con poco.

Nessuno, dotato di un briciolo di sensibilità esce da questi musei come se niente fosse. E’ passato tanto tempo, ma un nodo ti prende alla gola.

Dal museo tradizionale sono passata al museo a cielo aperto. Mi aspettavano ancora, come se non bastasse già, le trincee, le croci, le lapidi e poi gli immensi cimiteri.

Soldati italiani e soldati “nemici” seppelliti l’uno accanto all’altro. Morti in una guerra che nessuno di loro ha capito.

Si arriva con pochi passi di fronte al sacrario. Una scalinata che sembra fatta di gradoni giganti, ma i gradini sono di fianco e sono molto più piccoli. Si tratta di tombe in ordine alfabetico.

In cima alla lapide una scritta che ti angoscia : PRESENTE.  Quasi un appello, a cui nessuno di loro risponderà mai più. Questi morti sono stati “fortunati”, almeno sono stati identificati, hanno un nome.  Ci sono poi più di trentamila cadaveri non riconosciuti. I militi ignoti.

Per anni qualcuno, una madre, un padre, un fratello, una moglie, un figlio hanno aspettato invano il loro ritorno. Qualcuno sarà nato troppo tardi per conoscere il proprio genitore.

Ho visitato anche il cimitero di Aquileia. E’ qui che una madre di Gradisca d’Isonzo, che non ha neppure una tomba su cui piangere, ha scelto, tra undici eroi ignoti, colui che sarebbe diventato un simbolo. Questo soldato dopo un lungo viaggio in treno è arrivato a Roma e ora riposa protetto dall’altare della patria.

Lascio questi luoghi con tanti interrogativi e altrettante considerazioni. Hanno perso la vita per ideali in cui credevano: la libertà, la patria. Un prezzo comunque troppo alto. Sono stati ingannati perchè tutte le guerre si combattono per interesse : economico, politico.. .

Oggi esistono ancora degli ideali? Cosa siamo disposti a sacrificare per vederli realizzati? Un confronto in cui le generazioni presenti mi sembrano non brillare!